Margini

di

Anna Santarelli


Anna Santarelli - Margini
Collana "I Gigli" - I libri di Poesia
15x21 - pp. 68 - Euro 8,50
ISBN 978-88-6587-7975

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In copertina: «Seamless pattern with blue yellow and pink flowers» ©lolya1988 – Fotolia.com


Prefazione

La Parola della poetessa Anna Santarelli è sempre raffinata, coraggiosamente ricercata e costantemente perseguita, ed il suo cammino lirico accompagna dolcemente nella dimensione poetica più alta.
La poesia vive nel suo cuore, vibra, si espande e, infine, deflagra nella vertigine dell’essere: lei crea, plasma e trasmuta la stessa substantia lirica dalla quale distilla la sua miscela alchemica, che possiede la proprietà di illuminare il processo di ricerca ed il flusso creativo.
La silloge poetica di Anna Santarelli, dal titolo “Margini”, comprende due tempi lirici, che riconducono all’evoluzione temporale della vita, capace di incidere “segni”, sulla nostra carne come nel nostro animo, e, in seguito, alla dimensione interiore, più profonda e fortemente sentita, comprendente le “forme dell’essere”.
L’espressione lirica mette in luce la versificazione intensa e l’attenzione a scandagliare le più labili percezioni dell’animo come le molteplici manifestazioni del vivere, sempre attingendo dal suo prezioso scrigno poetico, simbolo e sigillo della sua voce autentica.
Nella prima parte, intitolata “Segni del tempo”, Anna Santarelli si mette in ascolto del “linguaggio comune delle cose”, del silenzio che circonda, della “verità che riunisce lembi” e delle stesse contraddizioni dell’esistere: ecco allora emergere “ingombranti ricordi” nelle trame esistenziali, e la “parola si desta” come a voler “ritrovare spessore”; lei vuole essere artefice della ricerca nel percorso che condurrà alla meta, alimentando la dimensione dell’animo dove nascono i sogni, tra le mutazioni, le congiunzioni e le trasmutazioni liriche.
La narrazione poetica ricerca il “senso” segreto, la Parola ritrova il suo significato più puro, la voce della poetessa tende a “dipanare il dolore” perché le “ferite di silenzio” hanno inciso la carne in una sorta di sospensione nel tempo, tra “assenze”, “storie incerte” e “scarne impronte”.
Nella “dispersione inesorabile” il suo atto salvifico tende a preservare “l’arcana corrispondenza di parole”, a “cogliere le malinconie del cielo” e “margini di libertà”, che conducono alla forza necessaria per risollevarsi dalla “polvere dell’indifferenza” e ricercare “varchi segreti”, sequenze celate e dimenticate, per accedere, infine, al “porto segreto di noi stessi”.
Risulta fondamentale l’importanza della memoria, la volontà di ricercare la verità e “non credere a verità dall’alto / calate…”, per cercare sempre di capire, di tenere in considerazione “l’altra verità”, una sorta di esortazione a non cedere davanti alle “facili lusinghe”: ecco allora che gli “scampoli” della vita si ritrovano nella “verità di giorni denudati”, nella resistenza al “quotidiano” che attanaglia, nella risposta “all’assalto del tempo”, alle evidenze delle pulsioni e dei desideri, tra “ignoto e coscienza”.
Lei vuole essere “cuore luminoso di tulipano”, “velo di cielo” e “neve in fiore sul ciliegio”, fino a tramutarsi in “scarno verso / intriso di solitudine”, “ora filo d’ombra, ora barbaglio di sole” immersa nei colori della Natura, che esplodono nella sua visione lirica: l’azzurra verbena, il “verde luminoso dei pini”, l’azzurro fiordaliso, il “verde d’acqua”.
La fitta trama dei giorni della vita si manifesta nella “prosa quotidiana” che diventa lirismo e le immagini della vita riprendono luce: i dettagli illuminano il cammino esistenziale e cercano di svelare il mistero dell’umano percorso, lungo i “sentieri insondabili” d’un poetico “discorso quotidiano”, risolto nei frammenti di “connessioni labili”: ecco il mistero del nostro viaggio, il disvelamento ultimo.
La poesia che Anna Santarelli dedica a Paul Celan, poeta simbolo di quel “verso scarno al quale lei si accostò”, diventa specchio fedele di uno sguardo nell’abisso, d’una ferita che “l’anima attraversa”, della dura solitudine dei passi del poeta, come a decretare la sua volontà di “calarsi nella realtà vera delle cose”, “tra pochi bagliori e molte ombre”.
Nel secondo tempo lirico della silloge, trovano dominio le “Forme dell’essere”, nell’universo di percezioni affiorano le “spoglie verità” d’una donna che sente su di sé la fragilità della vita, poetessa che si sente “umile fiore spontaneo” e sa molto bene che “essere se stessi” è un dono: la visione conduce al porto sicuro oltre le inquietudini e le sofferenze.
La volontà di “essere segno e impronta”, così come “argine e flusso”, sentire il richiamo della vita in equilibrio tra “scelta e destino” perché siamo solo “tessere di mosaico” nel misterioso incastro del tempo, che ricercano il completamento del Tutto, “nell’imperfezione del mondo”.
“È nel mare dell’essere che le onde / di un’anima si dispiegano” ed allora si aprono nuovi e vasti orizzonti, lo sguardo si espande come ad assecondare un meraviglioso ventaglio d’emozioni: “essere anima e corpo”, “orma sul sentiero del tempo”, “fiore che consacra nuova primavera” e sboccia nel segreto dell’animo di ogni essere umano che deve tendere a capire il “volto muto delle cose”, indagare “l’altro volto delle cose” che sfugge.
La linfa lirica di Anna Santarelli penetra il silenzio in una visione capace di illuminare anche le fenditure più oscure della vita, di rendere palpabili i frammenti esistenziali e riscoprire i pensieri sedimentati nella polvere del tempo: ecco “l’assidua lotta in cerca di un varco”, capace di oltrepassare i veli dell’apparenza e di dissetarsi alla sorgente luminosa dell’Essere.
La sua parola s’inebria così di luce lirica con versi che attingono alla sostanza stessa della sua vita:
“Nel mare infinito delle possibilità / affiora l’istante propizio, divampa / una piccola fiamma, a incrociare / cammini, allacciare storie distanti. / Apparente coincidenza è viaggio.”
Perché “esiste ancora il sogno di un porto/ ove la barca abbraccia la sua terra,/ esiste sempre un margine, circoscritto,/ finito, per accostare il volto all’altro.”
La comunione umana nell’universale respiro del Tempo.

Massimo Barile


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