Io non perdono

di

Concetta Seila Mammoccio


Concetta Seila Mammoccio - Io non perdono
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
12x17 - pp. 200 - Euro 14,00
ISBN 978-88-6587-7944

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In copertina: fotografie dell’autrice


Prefazione

Il romanzo di Concetta Seila Mammoccio, dal perentorio titolo “Io non perdono”, possiede le peculiari caratteristiche del thriller psicologico, ammantato di mistero, coinvolgente ed ammaliante, capace di tenere con il fiato sospeso fino all’ultima pagina, grazie al susseguirsi di inaspettati eventi, misteriosi ritrovamenti di antichi reperti, autentici colpi di scena, delitti e tremende verità, oltre ad una maledizione e alla diabolica vendetta, fino al sorprendente epilogo.
Il processo narrativo, cosparso di numerose invenzioni, mette in evidenza la qualità letteraria di Concetta Seila Mammoccio, capace di regalare un’autentica galleria di personaggi, sempre acutamente descritti e, ancor più, di creare sequenze, atmosfere e suggestioni cinematografiche.
Si assiste così ad un effervescente gioco narrativo che supera la mera scrittura e conduce ad una totale immersione scenica, nel dipanarsi vorticoso della trama, costantemente giocata sul filo di lama.
Tutto ha inizio quando alla giovane Christine viene commissionato il restauro di due colonne romaniche da parte del proprietario di un negozio d’antiquariato ed esperto collezionista: il suo nome è Cheng Lı˘, e rappresenta il classico stereotipo del cinese basso di statura, magro, superstizioso e uomo devoto che rende quotidianamente omaggio alla defunta moglie.
L’antiquario vuole ringraziare Christine per il lavoro svolto a regola d’arte e, come ulteriore ricompensa, le chiede di scegliere un oggetto prezioso nel suo negozio: lei, per un gioco del destino, farà cadere la sua attenzione proprio su una maschera funeraria del Male, il sarcofago d’oro di Medusa, che reca una maledizione: “Un incubo per un’anima, un’anima per rinascere”.
L’oggetto d’inestimabile valore, ironia della sorte, proviene dalla collezione di un certo Arnold Ghertsand, conosciuto come il Faraone Nero, anch’egli grande collezionista di reliquie archeologiche ma, fatto decisamente più importante, strettamente collegato a Christine: infatti, si scoprirà che il vero nome della protagonista è Anna ed è figlia di Arnold.
La trama inizia ad infittirsi e le inquietanti rivelazioni si susseguono: Christine ha cambiato vita ed identità, cercando di rimanere nell’anonimato e far perdere ogni traccia del suo passato, per dimenticare la sua famiglia ed un patrigno paranoico e sadico che la puniva chiudendola nel famoso sarcofago di Medusa: in fin dei conti, era l’unico modo per “rinascere”.
Dopo la commissione, da parte del Museo Archeologico di Napoli, di eseguire alcuni dipinti relativi a personaggi della mitologia romana, Christine, casualmente, incontra la sorella Amelie, famosa stilista, prossima al matrimonio e ritrova anche i fratelli Alexander, Arthur ed Andreas, che logicamente non la riconoscono.
Come a seguire un destino già segnato nasce l’amore tra lei ed Andreas, ma gli artigli della maledizione sono pronti a colpire di nuovo.
Il flusso narrativo deflagra in imprevedibili rivelazioni e una sanguinaria vendetta: la verità verrà scoperchiata, fino in fondo.
Concetta Seila Mammoccio, con fedele trasparenza, rende palpabile il prezzo da pagare dopo una lunga lotta e la magia degli amuleti non servirà ad allontanare l’ora infernale della resa dei conti.
La vita tende a difendersi dalla violenza sistematica, dall’umiliazione subita e dall’oppressione diabolica: il cuore puro e la capacità d’amare della protagonista diventeranno simbolo d’una fervente verità lapidaria.
Il famoso sarcofago di Medusa, ormai privato d’ogni potere, sarà donato al Museo Archeologico di Napoli: “l’unico luogo dove poteva trovare pace”.

Massimo Barile


Io non perdono


“Una casata.
Una maschera funeraria.
Una maledizione.
Troppe verità scomode.
Una sola vendetta.
Un solo riscatto.
E un’ombra che non perdona.”

(Concetta Seila Mammoccio)


I

CHRISTINE stava prelevando i pennelli imbrattati di vernice, dai barattoli ben risposti, sul retro di un magazzino, in via Turati a Torino.
Era intenzionata a smacchiarli, con il gettito potabile di una pompa ad acqua in ghisa, per prevenire l’immediato indurimento delle setole. La diligenza era il suo primo comandamento. Risaltavano le vene sul braccio destro, mentre faceva pressione sulla ricurva leva manuale.
Il restauro pittorico di due colonne romaniche volgeva al termine. Alte all’incirca un metro e novanta centimetri l’una, le erano state commissionate da un proprietario cinese di un negozio d’antiquariato.
Christine confidava nella soddisfazione del suo datore di lavoro: Cheng Lı.

***

Il signor Lı incarnava il classico stereotipo asiatico: magro, di bassa statura, con indosso un Changshan. Apposto sul retro della lunga camicia, come un timbro sulla stoffa, visibile era lo stemma della sua dinastia. Metà era la calotta cranica calva, che nascondeva accuratamente sotto un cappellino a cono di paglia. Infiocchettato al mento, mediante una stringa di tessuto e internamente rivestito di seta, il Dou Lì gli consentiva un morbido appoggio del capo. Al contempo, permetteva di celare il “tallone di Achille” di un uomo vanitoso. Nonostante ciò, Cheng si compiaceva del suo aspetto. Fiero, poteva sfoggiare una lunga treccia, pendente dalla spalla sinistra. L’unico rammarico era rivolto al color porcellana dei suoi baffi in stile Fu-Manchu.
Cheng era abitudinario, credente e molto superstizioso, un ottantacinquenne molto longevo rispetto ai suoi conterranei. Prima di aprire l’esercizio, praticava il suo rituale. Accendeva delle candele, propagava l’incenso e rivolgeva una preghiera al Tao, chinandosi su un altarino, posto all’ingresso. Prima di congedarsi, baciava e lustrava la foto della sua defunta moglie: Lin, morta di tifo verso la trentina. Ritratta con abito rosso e sorriso smagliante nel giorno del matrimonio, padroneggiava sulla cassa.
Il proprietario era molto rugoso e aveva il volto incavato. Come grinze di un lenzuolo, le rughe coprivano i suoi piccoli occhi a mandorla marrone. Vistose erano le ignobili torture subite durante l’epurazione dei dissidenti, per opera del regime autoritario socialista della Repubblica Popolare Cinese. Si potevano contare le cicatrici della fustigazione, i marchi a fuoco sugli avambracci, sul dorso dei piedi e dietro la nuca.
Cheng Lı era un vero e proprio sopravvissuto. Trascorsi erano i decenni della somatizzazione del lutto e del trauma psicologico, causato dalle numerose tecniche per il lavaggio del cervello, tra cui l’elettroshock. Eppure, nonostante gli ingenti strascichi fisici, continuava a mostrarsi refrattario alla chirurgia ricostruttiva. Quell’odontotecnica primaria gli avrebbe potuto consentire una corretta masticazione, lenendo il dolore dei nervi scoperti, mai rimarginatisi. Il suo, non era un semplice incaponimento senile. Il terrore prendeva il sopravvento. La paura si era radicata a seguito di barbare estrazioni, patite durante la prigionia nei Laogai. Effettuate senza anestesia, con pinze, taglierini e tenaglie, le estrazioni avevano deturpato le sue arcate dentarie in modo permanente. Si trattava di una pratica consueta, un metodo “rieducativo” fra i più “blandi” sofferto dagli “ospiti” nei campi di sterminio.
«Ci ho fatto il callo!» affermava, tentando di auto convincersi. In verità, poteva vantare solo: gli incisivi, qualche dente del giudizio e un premolare incapsulato d’oro, probabilmente, contenente veleno mortale.
Tutto sommato, Cheng aveva conservato uno spirito arzillo, gioviale e arcigno, specie durante le contrattazioni. Nel campo del collezionismo, la sua pignoleria fuoriusciva come la lava di un vulcano. Era un uomo coltissimo, non sbagliava mai un congiuntivo, parlava molte lingue. La sua ostinazione di vivere d’arte lo aveva costretto a fuggire dal suo continente, liberandosi della censura preventiva e punitiva.
«In Cina era stato nominato dal partito comunista ministro delle finanze», rumoreggiavano i suoi connazionali, «restio a professare la vigente tirannia fiscale, la sua irreprensibile indole democratica lo destinò allo squartamento con doppie quadriglie di cavalli!» il corpo sarebbe stato legato per gli arti superiori e inferiori a quattro cavalli, sciolti in direzioni diverse. «Graziato fu, per la totale lealtà alla Nazione, sventando un attentato al dittatore.»
Contrariamente alle dicerie, Cheng veniva screditato dai clienti, non solo per la sua senilità. All’approccio non giovava la sua dizione. A ridicolizzarlo era la costante scorretta pronuncia della consonante “R” in “L”.
Era più difficile tradurre la sua parlantina, che far sbocciare la fantasia nella mente di Christine!

***

Raggiunta Christine per supervisionare i ritocchi finali, il signor Cheng era rimasto sbalordito, innanzi alla notevole interpretazione dell’opera d’arte:
«Supellativo il collegamento clomatico usato pel sanale pelfettamente le lacune e le ablasioni della pellicola pittolica! Adolabile, il paesaggio asiatico licleato! Lipelcolle il pilastlo con estlema fluidità. Come tlalasciale, la dovizia con cui ha lifinito i fioli di loto! Donano natulalezza ed emanano una sacla contemplazione. Dice vecchio plovelbio cinese: “Come dal ciliegio si staccano i fioli nel gilo di una notte, così nella losea alba le stelle si staccano dal cielo”. Se lo lasci dile Chlistine Chloé: lei è ploplio una fuoliclasse! I nostli acquilenti giapponesi salanno entusiasti! Glazie Chlistine», esclamò il proprietario, stupefatto.
«Grazie a voi, per avermi messo a disposizione la strumentazione necessaria! In verità, solo quando il lavoro può cedere il posto alla creatività, l’albero dà alla luce i suoi frutti migliori!»
«Ah Chlistine, plovelbio cinese dice: “Licambia una goccia d’acqua con lo zampillo di una fontana”», affermò Cheng, oscillando il pugno chiuso verso il basso e puntandole l’indice. «Pel questo, vollei offlille un legalo. Ecco le chiavi, vada in negozio e scelga l’alticolo che più plefelisce. Non badi al plezzo, pel lei è tutto glatuito. Lo consideli un auspicio pel il nostlo nuovo sodalizio economico. Non si pleoccupi pel l’imballaggio, ci penselanno i miei opelatoli. Plesto! Cosa aspetta? Si affletti, ha poco tempo plima dell’olalio di apeltula!»


II

CHRISTINE non amava l’antiquariato, bollando quel genere di oggettistica come: “frattaglia”. Qualcosa di suo gradimento doveva pur esserci, fra tutte quelle, che lei riteneva scartoffie!
Dopo aver collocato gli utensili da lavoro nel suo furgone, attraversò la strada antistante al magazzino, introdusse la chiave di Cheng nella toppa, girò la serratura ed entrò.
Notò subito tre piani scoperti a mo’ di galleria dei più prestigiosi teatri. Si sopraelevavano sulla sua testa, tanto che esclamò:
«Per il Tao di Cheng, allora è davvero un affarista!»
Aveva all’incirca tre quarti d’ora, per scovare qualcosa di suo gusto, in piena solitudine, prima che Cheng si fiondasse ad aprire il negozio, puntualissimo come un coniglio sulla carota.
Christine non era avara. Il termine “scialacquatrice” non rientrava nel suo vocabolario spirituale. Non sarebbe riuscita ad approfittarsene, neanche in quell’occasione. Se non avesse trovato nulla di soddisfacente, sarebbe uscita a mani vuote: la sua morale dettava questo.

Dapprima, iniziò a gironzolare nel reparto a pian terreno, colmo di relle. Gli abiti succinti erano appesi per colore, solo che, l’odore di vecchio e purulento la dissuase subito. Invertì la rotta verso il primo piano, nel reparto della ferramenta. Lì, poteva ammirare immensi acquari e lampadari in cristallo. Alcuni erano davvero notevoli. Per la loro stazza, Christine pensò che dovessero essere stati recuperati dalle navi da crociera, ma:
«Troppo ingombranti per il mio bilocale!».
Disillusa, prese l’ascensore salendo al terzo piano. Si sarebbe annoiata meno, discendendo quel Colosseo. Tutto un tratto, gli cadde l’occhio su un tappeto indiano raffigurante elefanti, manifattura: “Nuova Delhi”. Le sembrò il più papabile per ricoprire il pavimento del suo studio, la cui distrazione da stress macchiava con schizzi di vernice. Tra i giocattoli e scardinati comò, Christine si aggirava con il tappeto arrotolato sotto braccio, borbottando:
«Trarrei maggiore profitto con un contratto determinato di restauro, che trovare un diamante fra tutta questa feccia!»
Giunse al secondo piano, il più invitante e anche il più corpulento. C’erano intriganti moto d’epoca tirate a lucido, ma Christine non ne aveva la patente. Poteva ammirare disparati strumenti musicali: clavicembali, nacchere, bonghi, cetre, arpe, chitarre autografate da grandi stelle del cinema e della televisione. Del secolo scorso erano: le radio, macchine per scrivere, gli orologi a cucù, a muro, a pendolo, a corda, a polso. Certamente, era il settore più delicato e più ricercato, quando la sua attenzione fu risvegliata da un bagliore. Un’energia cinetica la stava attraendo a sé. Incuriositasi, Christine seguì la scia luminosa, celata dietro un enorme specchio, con cornice placcata in argento. Lo spostò, era pesante, poi, s’immobilizzò. Una sciabola la tagliò a metà, come una cipolla. Il sangue si gelò, le sue carni divennero fredde. In pochi secondi, gli indumenti si sciolsero in pozze di sudore. Come molle, i suoi occhi fuoriuscirono dalle orbite. I capelli si elettrizzarono. Una scossa di diecimila volt l’aveva paralizzata.
Era la teca del male: una maschera funeraria. Ergeva appoggiata al muro, innanzi ai suoi piedi. Pareva sfidarla. Improvvisamente, alle sue spalle, spuntò Cheng esclamando:
«Scelta sublime! Una Medusa in pulo olo massiccio! La sua altezza è tlentasei centimetli, quattlo sono le maniglie di ametista. La lalghezza è cinquantasette centimetli, con gemme di vivianite incassate. Ha uno spessole di due centimetli. Il fondo è imbottito, con un intelno di un metlo e novantotto centimetli. Colol ciclamino è il livestimento tlapuntato in velluto. La sua lunghezza è di due metli e quattlo centimetli. Altlo che olo nelo! Questo salcofago ha un valole inestimabile! La leggenda nalla che: la Dea Atena, invidiosa della chioma della moltale Medusa, la tlasfolmò in un mostlo. Come può notale Chlistine, qui Medusa viene litlatta con: mani di blonzo, ali dolate, zanne di suino. Incastonati negli occhi, gli zaffili ne lisaltano la blillantezza ed esaltano lo sgualdo pietlificante. Sullo scudo di Pelseo, fissata è la testa mozzata, cinta di selpi», spiegava Cheng, indicandole le immagini. «Lecita plovelbio cinese: “Il vendicatole dovlebbe scavale due fosse”. Stia attenta Chlistine! Scolpita sul salcofago è la maledizione di Medusa: “Un incubo pel un’anima, un’anima pel linascele”. Come può vedele, è implessa sotto due vene sgolganti sangue. La vena sinistla lapplesenta il sangue velenoso, mentle la vena destla: il sangue della lesullezione. Sappia Chlistine, che “Nella bocca della selpe e nel pungiglione della vespa non tlovelà veleno altlettanto micidiale di quello che può celalsi nel cuole dell’uomo” dice altlo vecchio plovelbio cinese!»
«Co… co… come l’ha avuta?» domandò Christine, balbettando in stato di shock.
«L’ho vinta all’asta! Ploveniva da un banco di pegni, a seguito dell’ipoteca su tutto il patlimonio del suo scoplitole. Si vocifelava che, la spedizione fosse stata sovvenzionata da Medusa in pelsona. Fu litlovata nello stagno fantasma della Valle delle Vipele, da colui che la stampa definì: il Falaone Nelo, per via di un glande neo sull’occhio destlo»
«Arnold Ghertsand», interruppe Christine.
«Sì, blava, ploplio lui! La leggenda nalla che, come la luna eclissa il sole così, quando il neo si fosse espanso fino a fondelsi con l’ilide, il suo spilito avlebbe spento l’ultimo laggio di umanità, pel tlasfolmalsi in un essele indesclivibile. Questo: il plezzo pel la sua notolietà!» continuava Cheng, lisciandosi i suoi baffi bianchi, «Il sigillo del Diavolo sul patto stipulato», sghignazzando. «Lo stato allivò a pignolalgli ogni cosa. Celto, non sapeva che falsene di questa calcassa! In fondo è solo una bala! Vecchio plovelbio cinese dice: “Colui che conosce gli altli è sapiente, colui che conosce se stesso è illuminato, colui che vince un altlo è potente ma, solo colui che vince se stesso è velamente folte”» voltandosi, Cheng asserì. Dispose le mani dietro la schiena e incamminandosi verso il pian terreno disse:
«Bene. Aggiudicata! Gliela falò lecapitale oggi alle diciassette», poi, scendendo il terzo gradino svanì.

[continua]


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