La matematica dei sogni

di

Francesca Torre


Francesca Torre - La matematica dei sogni

14x20,5 - pp. 256 - Euro 14,00
ISBN 978-88-6587-9771

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In copertina: «Petite fille devant un paysage merveilleux qui rêve de s’envoler» © Chlorophylle – stock.adobe.com


Esiste la matematica dei numeri, con le sue formule e i suoi teoremi, che noi tutti conosciamo, come ne esiste un’altra, che ci guida nelle esperienze della nostra vita, al fine di ritrovare noi stessi e realizzare i nostri desideri.
Adele, all’improvviso, si ritrova costretta a fare i conti con il suo passato.
In questo viaggio pieno di difficoltà e sofferenza, imparerà a riconoscere, per poi padroneggiare, quei meccanismi e processi dentro di lei, che alterano la sua percezione della realtà e che condizionano le sue scelte in maniera del tutto inconsapevole.
Per scoprire così, che lei ha il potere di trasformare le formule dei suoi sogni.


Ringraziamenti

Grazie prima di tutto ai miei genitori: a mio padre, per avermi avvicinato al mondo dei libri e a mia madre, per avermi trasmesso la passione per la scrittura. Per questo e per tutto il loro amore.
Ringrazio tutte le persone che mi hanno aiutata nella stesura del libro: tutti gli amici che si sono offerti di leggerlo e darmi il loro parere, Davide Cornacchione, Gaia ed Emanuela per i loro preziosi consigli e per la loro grande professionalità e Anna Bettoni per il lavoro di “cuore” fatto insieme sui contenuti.
Un grazie particolare a Valentino, per le serate passate ad ascoltarmi leggere ad alta voce tutto il romanzo e per i suoi preziosi consigli.
E, infine, un grazie a tutte le persone che mi hanno incoraggiata a credere in me stessa e a realizzare questo mio sogno.


Prefazione

Tutti noi sappiamo bene che esiste la matematica con i suoi teoremi e le sue formule che non contemplano giochi di fantasia né interpretazioni soggettive perché tutto è matematicamente stabilito, inderogabilmente fissato, in modo certo e incontrovertibile.
Anche se non ce ne accorgiamo il mondo dei numeri ci governa in ogni azione, in ogni gesto quotidiano e nelle molteplici manifestazioni della nostra vita.
In fin dei conti, la nostra esistenza è indissolubilmente collegata ai numeri, dalle composizioni chimiche fino alle meccaniche celesti, ma la matematica che viene rappresentata nel libro di Francesca Torre è ben altra cosa: è la matematica dei sogni, evanescente, impalpabile, misteriosa e capace di alimentare la dimensione immaginaria e fantastica che nulla ha a che vedere con la fredda proposizione di un calcolo numerico.
Nel libro di Francesca Torre viene messa in evidenza proprio l’esistenza di un’altra matematica, che ci guida nelle nostre esperienze esistenziali, valido strumento che ci permette di ritrovare noi stessi e, in ultima analisi, di poter vivere i nostri desideri e di coronare i nostri sogni.
La protagonista del romanzo è Adele, figura dominante dell’intera narrazione, che si trova a fare una sorta di resa dei conti con il suo passato, e tale rivisitazione catapulta sulla scena vicende inaspettate, stati d’animo ed eventi che faranno luce sulle dinamiche di un suo travaglio interiore.
Nel processo narrativo assisteremo alla rappresentazione di questo simbolico viaggio di conoscenza per comprendere il proprio Essere, un percorso cosparso di difficoltà, di verità nascoste, di tempeste sentimentali e sofferte emozioni.
Nel dispiegarsi della trama Adele riuscirà a riconoscere e, poi, a dominare tali meccanismi che creano il processo delle sue percezioni della vita: la realtà viene modificata e tutto si trasforma e subisce metamorfosi, sovente condizionando i comportamenti e le scelte, che siano consapevoli o no poco importa, perché ciò che accade durante il nostro percorso ci cambia, fino all’epilogo positivo che vedrà Adele diventare consapevole di possedere il potere di trasformare la formula dei suoi sogni.
Francesca Torre offre la sua passione nel “raccontare” questa storia che colpisce il cuore e la sua Parola è sempre coinvolgente ed ammaliante, sia nelle profonde riflessioni esistenziali come nella rappresentazione dei personaggi che assumono un ruolo simbolico; a questo proposito, si deve evidenziare la figura della zia Ines, straordinaria presenza narrativa, che lascerà ad Adele la vecchia erboristeria, cambiando la sua vita.
La scrittura di Francesca Torre penetra nelle fenditure della vita, nelle zone celate dell’animo, nei tumulti del cuore ed illumina l’universo emozionale della protagonista Adele, in una continua rivisitazione del suo percorso di vita, fino alla rivelazione del proprio Essere, autentico atto salvifico.
Il romanzo ripercorre tale “cammino” narrando la vicenda d’una donna che vive in un continuo “stato d’ansia”; ancorata al suo lavoro come fosse l’unico strumento che la tiene legata alla realtà, una sorta di rifugio da un’altra se stessa che lei vuole dimenticare; asserragliata nel suo trilocale in centro a Firenze, con il suo lavoro, con un ragazzo bello e benestante: la sua vita è questa e così deve restare.
La vita però cambia sempre le regole del gioco e il destino è costantemente in agguato per scompigliare le prospettive e, come un fulmine a ciel sereno, zia Ines, a causa di una grave malattia, la inviterà alla sua festa d’addio e Adele ritornerà al paese natio, dove inizierà un complesso recupero memoriale che miscelerà dolci ricordi, dolorose e inaspettate verità, amare prese d’atto e, ad epilogo di tali rivelazioni, la nascita d’un nuovo amore per Adele, che aveva sempre pensato che l’amore non fosse fatto per lei, proprio come la matematica.
Francesca Torre, con il suo romanzo, riesce a proporre una storia che coniuga visione esistenziale, intenso recupero memoriale ed impulso a proiettarsi in una dimensione più elevata, che spazia oltre il tempo e le vicende terrene: l’impulso narrativo diventa strumento per proporre la sua visione dell’umano vivere con il suo travaglio, capace di assediare nella notte insonne e, al contempo, di inondare la mente di nuova luce rigenerante.
A quel punto, il defluire del tempo e le vicende della vita non hanno più importanza perché tutto viene inglobato nella fascinazione della scrittura, cospargendo la narrazione di quel velo enigmatico e misterioso che la percezione della vita porta con sé.
E Francesca Torre offre, a piene mani, la sua tensione verso tale dimensione, affascinante e suggestiva, grazie alla sua capacità di suscitare l’animo, estremo atto purificatore.

Massimo Barile


La matematica dei sogni


A Irene e Nicole
e alle mie nonne
(anche quelle non di sangue).


1

Luca questa sera è elegantissimo. Indossa un completo di lino blu, che gli dona davvero molto.
Stiamo cenando in un ristorante poco fuori Firenze e lui è intento a illustrarmi il suo nuovo progetto per l’esportazione di vini in Russia. Mi parla di vitigni, di coltivazioni biologiche e di livelli di alcalinità del terreno, ma io non riesco ad ascoltarlo.
Negli ultimi giorni, i miei pensieri sono rivolti in un’unica direzione: il mio lavoro.
Per quasi otto anni mi sono occupata di selezione del personale in un’importante società di servizi assicurativi e qualche giorno fa, senza alcun preavviso, ci hanno comunicato che l’azienda è stata acquisita da una grossa multinazionale e che si sarebbe reso necessario un drastico taglio del personale. Dopo qualche giorno, ho ricevuto una email dove mi comunicavano che la posizione che ricoprivo non era più in linea con le nuove politiche aziendali e mi proponevano una buona uscita per invitarmi a dare le mie dimissioni.
Non ho ancora dato un risposta e, da quel momento, vivo in uno stato di perenne ansia, dormo male e non penso ad altro.
“Adele, che c’è? Ti vedo distratta. Lo so che sei preoccupata per il lavoro, ma siamo a cena in questo bellissimo ristorante, che ne dici di provare a rilassarti un po’?”
“Sì certo, hai ragione” rispondo, ma dentro di me monta una furia cieca e gli vorrei rispondere: ma che ne sai tu? Hai il tuo bel lavoro, le tue ingenti entrate e la tua famiglia ha talmente tanti beni, che anche se la tua azienda vinicola dovesse cadere in rovina, avresti di che campare per i prossimi trent’anni!
Faccio un lungo respiro e cerco di concentrarmi sul profumo della capasanta gratinata che ho nel piatto.
“Hanno un ottimo aspetto vero? Assaggiale. Sono buonissime.”
“Sì, in effetti hanno un profumo delizioso.”
Mi impegno a masticare per provare a mandarla giù.
Il fatto è che lui non riesce nemmeno a immaginare quanto quel lavoro sia importante per me. Non è solo la mia unica fonte di sicurezza economica. Quel lavoro è molto di più: è l’ancora che ha tenuto per tutti questi anni la nave della mia anima attaccata alla realtà, è il rifugio da una me stessa che mi sono lasciata alle spalle e che non voglio rincontrare.
“Senti, Adele, in questo periodo sono molto preso, ma ora tu avrai molto tempo libero. Potresti fare una bella vacanza, ti aiuterebbe a staccare la spina e vedere tutto da un’altra prospettiva.”
Vacanza? Staccare la spina? Vorrei scaraventargli addosso tutta la ciotola di cozze che il cameriere ha appena portato al nostro tavolo.
Lui sta solo facendo del suo meglio per aiutarmi, ma non può capire. Perché lui non conosce il mio passato e io non ho mai voluto raccontarglielo.
“Io non voglio andare in vacanza. Voglio soltanto trovare un modo di salvare il mio posto di lavoro!”
“Adele sono stati chiari con te, se non accetterai la buona uscita che ti hanno offerto, troveranno comunque un modo per licenziarti e il lavoro lo perderai comunque.”
“Non è giusto! Non possono farlo!”
“Lo so che è ingiusto, ma ricordi il consiglio dell’avvocato? Intraprendere una causa legale non è conveniente e la cosa più saggia da fare è quella di rassegnare le dimissioni e cercare un altro lavoro. Sei intelligente e brillante, sono sicuro che in poco tempo troverai un posto persino migliore.”
“Io non voglio cercare un altro lavoro.”
“Non devi cercarlo subito. Con i soldi che ti daranno, insieme a quelli della liquidazione, potrai vivere tranquillamente per parecchi mesi. Senti Adele, perché non cominci a guardare la cosa da un altro punto di vista?”
“Che intendi dire?”
“Nell’ultimo periodo non hai fatto altro che lavorare. Eri sempre di fretta, nervosa, indaffarata e passavi la maggior parte delle tue giornate in quell’ufficio. La mia azienda rende bene, che ne dici se, invece di ricominciare a lavorare, resti a casa con me e con i bambini?”
Per poco non mi strangolo a causa del boccone di pane che mi è andato di traverso.
“Quali bambini?”
“Quelli che avremo… Sì, insomma… Voglio dire… Un giorno.”
“Noi non abbiamo mai parlato di bambini!”
Il mio tono è un po’ troppo sopra le righe. La mia voce è isterica e troppo alta e più di una persona si è voltata nelle nostra direzione e ci osserva.
Il mio cuore ha accelerato i battiti e mi è passato del tutto l’appetito.
“Non ti chiedo di farne uno stasera, ma è quasi un anno che ci frequentiamo e credo sia arrivato il momento di cominciare a pensare a ufficializzare le nostra relazione e fare dei progetti per il futuro. Non sei d’accordo?”
Tum. Tum. Tum. I battiti del mio cuore accelerano ancora di più e ora li sento martellarmi nel petto con una certa violenza.
Un calore soffocante mi travolge come un’onda che sale dallo stomaco, mi serra la gola e impedisce all’aria di scorrere in testa. Soffoco. Mi manca il respiro. Provo ad alzarmi per correre fuori dal locale alla disperata ricerca di ossigeno, ma mi gira la testa.
La vita della maggior parte delle persone è una linea continua, che procede verso il futuro con i suoi alti e bassi e le sue oscillazioni.
La mia, invece, è una linea che si è spezzata e, quindi, sono diventate due.
C’è l’Adele del passato e l’Adele di oggi. E l’Adele di oggi è la ragazza con il suo bel lavoro di dieci ore al giorno, il suo trilocale nel centro di Firenze e il suo ragazzo ricco bello e poco impegnativo. E così deve rimanere.
Altrimenti sarò senza guscio. Senza barriere. Senza più ripari.
“Adele stai bene? Che ti sta succedendo? Sei tutta sudata, vuoi dell’acqua?”
Tum. Tum. Tum. Sento una pressione sempre più forte spingere da dentro contro le pareti del mio corpo, quasi volesse spaccarle.
“Non voglio dell’acqua, ma solo che tutto rimanga fermo e smetta di muoversi e di cambiare!”
Lo penso e vorrei urlarlo, ma non riesco a parlare. Mi tremano le mani, le braccia e le viscere.
L’ansia che mi ha accompagnata in questi giorni era un fastidio nella pancia, come quello che si prova appena saliti sul vagone delle montagne russe e non sai cosa ti aspetta. Ora si è fatto più intenso, come se il vagone fosse partito e io mi fossi accorta di non aver allacciato le cinture. Sento angoscia. Panico. Morirò. Appena farò il giro della morte cadrò e mi sfracellerò al suolo.
Tum. Tum.Tum. Dentro di me si accendono tutti gli allarmi. Suonano in ogni mio anfratto. Rimbombano in ogni centimetro della mia pelle, nelle cavità degli organi, negli angoli più nascosti della mia pelle e persino nei tubicini delle vene più piccole. È un frastuono assordante e io non riesco a sentire altro.
Tra me e il mondo si è creata come una barriera e non riesce più a passare l’aria. Sento una forte compressione al petto, come se dal sipario del mondo fosse spuntata una mano di pietra gigante e mi stesse schiacciando forte. Sta tentando di soffocarmi.
Devo liberarmi dalla sua stretta. Devo uscire. Devo correre. Devo salvarmi prima che sia troppo tardi.
I contorni delle cose intorno a me si fanno sfuocati, tutto si mescola e mi risucchia con forza. Non ho più confini. Si sono rotti. Sono stati frantumati dalla pressione che avevo dentro e che spingeva troppo forte.
Mi appoggio al tavolo per alzarmi, ma quando vedo le mie mani rimango pietrificata: riconosco che sono le mie, ma è come se non mi appartenessero più. Come se io non fossi più in me e fossi uscita dal mio corpo e le stessi guardando da fuori. È una sensazione terrificante e io riesco a formulare un unico agghiacciante pensiero: è troppo tardi. Sono già uscita dal mio corpo. Sono volata via. È finita. Non ce l’ho fatta. Mi sono rotta e la mia anima è evaporata. Sono morta.


2

Mi sveglio con la bocca impastata e un fastidioso dolore al braccio.
Apro gli occhi e scorgo il viso di Luca che mi guarda preoccupato, ma non riesco a dire nulla. Mi sento debole e assonnata e dopo qualche istante ripiombo nel sonno.
Continuo in questa sorta di dormiveglia per un tempo che non so definire, fino a che sento la sua mano che mi accarezza un braccio e la sua voce in lontananza che mi chiama:
“Adele? C’è qui il medico che deve visitarti.”
Devo fare un enorme sforzo per aprire gli occhi e, quando ce la faccio, mi trovo di fronte un uomo sulla cinquantina che indossa un camice bianco.
“Sono in ospedale?” Chiedo cominciando a realizzare dove mi trovo.
“Sì, signorina, come si sente?” chiede il medico.
“Intontita.”
“Questo è l’effetto dei calmanti. Non si preoccupi è normale.”
Ospedale? Calmanti? Entro in allerta e mi sveglio di colpo.
“Che mi è successo?”
“Nulla di grave. Ha avuto un attacco di panico.”
Rimango senza parole, mentre lui mi colpisce gli occhi con il raggio luminoso di una penna e mi ascolta con lo stetoscopio i battiti del cuore.
“E ora, che devo fare?”
“Nulla. Tra qualche ora la dimetteremo.”
“Non potete farlo.” Ribatto terrorizzata “E se mi succede ancora?”
“È la prima volta che ha un attacco del genere?”
“Sì” mento.
“Allora probabilmente si tratta di un episodio isolato. Sta attraversando un periodo di forte stress ultimamente?”
“Sì” e questo è vero.
“Allora le consiglio di prendersi del tempo per riposare e rilassarsi un po’. Questo dovrebbe bastare a farla stare meglio.”
“E se non bastasse?”
“In questo caso, le consiglio di rivolgersi a un bravo psichiatra che le imposterà la giusta cura.”
No. No No. Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Dovevo aspettarmelo. I filamenti di pazzia nel mio DNA hanno avuto la meglio. Ho tentato con tutte le mie forze di arginarli, ma sono stati più scaltri di me. Per tutti questi anni, devono aver complottato di nascosto un piano per catturarmi e poi, al primo mio momento di cedimento, ne hanno approfittato per agire il loro assedio. Bastardi. Come ho potuto credere di avercela fatta?

Il medico firma una cartella che ha estratto dal fondo del mio letto e esce dalla stanza.
Cerco sicurezza nello sguardo di Luca, seduto al mio fianco, ma capisco dall’espressione dei suoi occhi che è più disorientato di me.
Non so che fare, mi sento spaventata, confusa e mortificata. Mi vergogno anche, così faccio come quando ero bambina: chiudo gli occhi e faccio finta di dormire. Per cercare di allontanare la vita e il mondo, dicendogli:
“Non disturbarmi, voglio chiudere i cancelli degli occhi e lasciarti fuori!”
Quando sento il rumore dei passi di Luca allontanarsi e sono sicura sia uscito dalla stanza, raduno tutti i brandelli di coraggio che trovo sparsi qua e là dentro di me e cerco di valutare la situazione. Per prima cosa, alzo le mani, me le avvicino alla faccia e le guardo. Emetto un sospiro di sollievo: sono tornate mie. Sono tornata in me. Nel mio corpo. Ripiombo esausta nel sonno. Non sono morta.
Dopo qualche ora l’effetto dei calmanti è diminuito, perché mi sento meno intontita e riesco ad alzarmi e camminare su e giù per il corridoio del reparto.
I medici decidono di dimettermi. Sono rimasta in ospedale una notte e un giorno interi.

Durante il viaggio di ritorno io e Luca non ci diciamo una parola ed è tremendo.
“Mi dispiace molto… Ti ho fatto preoccupare?” Dico ad un certo punto per cercare di sciogliere quel silenzio pieno di tensione.
“Sì. Un bel po’. Ma non importa. Ciò che conta è che ora tu stia meglio.”
“Già. Ma non capisco cosa mi sia successo… insomma…”
“Hai sentito il medico. È stato lo stress. Dammi retta tesoro, stai prendendo un po’ troppo sul serio questa faccenda del lavoro e l’unica cosa di cui hai bisogno è riposare e cercare di non pensarci più.”
“Già” ammetto sconfitta.
Mi sento tradita. Dalla mia vita e ora anche dal mio corpo. E anche da Luca. Ma come cavolo gli era venuto in mente di tirare fuori quel discorso sulla famiglia e sui bambini? E proprio ora che ero già così in ansia per il lavoro?
Decido di non toccare l’argomento, perché ho troppa paura mi si scateni un altro attacco.
Luca mi accompagna a casa e si ferma a dormire da me. Si addormenta dopo poco, mentre io mi sento più sveglia che mai, anche solo per il fatto di aver passato le precedenti ventiquattro ore a dormire. Fisso il suo corpo immobile nel mio letto e penso a noi due.
Ci siamo conosciuti durante un evento organizzato in occasione dell’inaugurazione di una delle prestigiose cantine di proprietà della sua famiglia. Mi trovavo lì con degli amici appassionati di vino che, sapendomi sola da parecchio tempo, me l’avevano presentato. Io non ho mai sentito farfalle nello stomaco o cose simili per lui, ma ho cominciato a frequentarlo perché oltre ad essere di bell’aspetto, ha un carattere anche molto tranquillo e pacato e uscire con lui è, in un certo senso, rilassante.
Lavora molto e spesso sta in trasferta intere settimane e io ho trovato in questo uno splendido equilibrio: ho un ragazzo fantastico con il quale uscire e da presentare agli amici, ma senza l’impegno costante di una vera e propria relazione. Non solo non abbiamo mai parlato di progetti insieme, ma lui è sempre talmente concentrato sul suo lavoro, che dentro di me ho sempre vissuto questo rapporto con la convinzione che prima o poi ci saremmo lasciati, perché lui si sarebbe trasferito a vivere all’altro capo del mondo. E poi facciamo poco sesso. Pochissimo a dire il vero. Lui non mi cerca quasi mai e quelle poche volte in cui lo fa è sempre un po’ distante e l’atto in sé dura davvero poco. Ma, a parte questi dettagli, lui è gentile, galante e premuroso e a me va bene così. Le mie relazioni, prima di incontrare lui, sono state turbolente, brevi e con uomini impegnati, complicati e pieni di problemi, e io ne sono sempre uscita distrutta. Con lui invece è tutto così rilassante, prevedibile e facile anche se, in un certo senso, poco coinvolgente.
E adesso, di punto in bianco si è messo a parlare di progetti e bambini. Il cuore mi ricomincia ad accelerare, così mi alzo subito e vado in bagno a farmi una doccia. Mentre il getto caldo mi scorre sulla schiena cerco di rilassarmi, ma mille pensieri mi bombardano il sistema nervoso: e ora cosa farò? Senza più il lavoro come potrò pagare questo costoso appartamento e come passerò le mie giornate? E con Luca? Dovrei trovare il coraggio di affrontare l’argomento con lui e ammettere che al momento non ho nessuna intenzione di costruire una famiglia e ancor meno di stare in casa a badare a dei marmocchi? Alla fine, con la mente sfinita e il corpo ancora spaventato, mi trovo costretta ad arrendermi al fatto che Luca e il dottore hanno ragione: mi ci vuole una vacanza. Ma dove posso andare? E, soprattutto, con chi? Da sola non me la sento dopo l’attacco appena avuto. E se mi risuccede?
Torno a letto, mi sdraio accanto a lui e mi sento a disagio. Qualcosa tra noi si è spezzato.
E, come se qualcuno avesse acceso di colpo la luce in una stanza che prima era troppo buia, vedo, comprendo.
Lui, con la sua proposta, ha tradito il nostro accordo silenzioso e tagliato di netto i fili che tenevano insieme gli equilibri del nostro rapporto.
Io non la voglio una famiglia. E nemmeno un rapporto serio, impegnativo e duraturo.
Credevo fosse lo stesso per lui. A quanto pare, mi sbagliavo.

[continua]


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