Quando cala il sipario

di

Lucia Corso


Lucia Corso - Quando cala il sipario
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
15x21 - pp. 308 - Euro 15,00
ISBN 978-88-6587-8330

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In copertina: «Friendship» © okalinichenko – Fotolia.com


Pubblicazione realizzata con il contributo de IL CLUB degli autori in quanto l’opera è finalista nel concorso letterario Jacques Prévert 2017


Sebbene ispirato ai numerosi fatti di cronaca riportati dalla stampa e dalla TV, questo romanzo è frutto dell’immaginazione. I personaggi e gli avvenimenti del libro sono inventati: qualsiasi analogia con fatti e persone reali è da ritenersi assolutamente casuale. Alcune ambientazioni e certe situazioni, per esigenze narrative, sono state adattate allo sviluppo della narrazione stessa.

Sensibile ai fatti di sangue che troppo spesso colpiscono le donne, come ha dimostrato in passato con i versi sopra citati, l’Autrice, in questo romanzo, ha ampliato il discorso volgendo lo sguardo soprattutto ai bambini che rimangono e al loro duro percorso di vita, in un contesto sociale che spesso ne ignora il destino.


Una bambina di dieci anni, una mattina, trova la madre soffocata con un cuscino nel suo letto. Questo l’incipit del romanzo.
Ma l’attenzione dell’Autrice è tutta volta al dolore dei due bambini rimasti, di fronte alla terribile realtà di un padre omicida. Perciò, con una serie di flash back, strutturati con una tecnica in qualche modo simile alla dissolvenza cinematografica, li segue passo passo nel loro difficile cammino a ritroso nella vita coniugale dei genitori, durante il quale cercheranno di capire la causa dell’accaduto.
E la domanda che i piccoli protagonisti si pongono fin dall’inizio: “Perché l’ha fatto?”, e che guiderà le loro decisioni e i loro comportamenti, è la domanda che la stessa Autrice, scrivendo questa storia, si è posta nella sua situazione, non solo di Autrice, ma anche di donna, di madre e di cittadina.
E a cui, con la decisione finale dei bambini, nella chiusa del romanzo, ha cercato di dare un valore di doloroso, ma significativo esempio di coraggio.


…sono vite rubate.
Di donne sparite
di donne violate
di donne ammazzate.
Di piccole donne
che non hanno
potuto donare…

Dalla poesia “Donne” dell’Autrice.


PREFAZIONE

Femminicidi devastanti occupano spesso la cronaca con particolari terribili, tali da suscitare, nel pubblico, sgomento e raccapriccio per le vittime di queste vicende, che spesso avvengono in quel luogo protetto che dovrebbe essere la famiglia. Dopo poco tempo, però, anche la vicenda che più ha colpito l’opinione pubblica viene dimenticata: altre storie, differenti tragedie vengono alla luce e subito si dimentica ciò che poco prima aveva tanto colpito.
Ma, quando cala il sipario, quando quel fatto tremendo non è più in cronaca, che accade?
Lucia Corso ha indagato proprio questo: nelle prime pagine una bimba scopre la madre uccisa nel suo letto dal padre, poi si susseguono l’angoscia e lo smarrimento dei due figli della vittima e del suo assassino, una bimba e un ragazzo poco più grande, e il dolore di tutti coloro in qualche modo coinvolti nella vicenda.
Mossa da una sorta di rabbia e dolore, emotivamente colpita dalla situazione soprattutto dei bambini che rimangono nel mezzo di terrificanti episodi di sangue, inconsapevoli e spesso ignorati dall’interesse generale, l’Autrice si è posta tante domande sul loro futuro.
Con una particolare finezza nell’analisi psicologica, una capacità di stare vicino ai due bambini, poi adolescenti, legata anche alle sue esperienze di vita e di lavoro, l’Autrice delinea il percorso, lungo e difficile che compiono i due protagonisti, in situazioni di disagio profondo e di tormenti interiori in età così delicata.
Sensibile ai fatti di sangue che troppo spesso colpiscono le donne, come ha dimostrato anche in passato con versi dedicati a siffatte violenze, l’Autrice, in questo lavoro, ha ampliato il discorso, volgendo lo sguardo, oltre che ai piccoli, a tutti coloro che da certe violenze, spesso familiari, subiscono tragiche conseguenze.
Attorno ai due ragazzi, infatti, vivono vari personaggi, dalla nonna materna, ricca di umanità, ferma, ma comprensiva e dolce, pur nel suo dolore, ai nonni paterni, anch’essi colpiti dalla tragedia.
Altre figure, di amici e compagni di scuola e di vita, in vario modo si pongono accanto ai due protagonisti, li aiutano a crescere e a superare il dolore, con atteggiamenti dolci e parole piene di struggente delicatezza.
Lo sfondo è la Genova del Centro Storico, con le sue vie affollate, i portici di Sottoripa percorsi da una varia umanità, qualche località nelle vicinanze, il cupo carcere di Marassi, anch’esso palcoscenico del terribile femminicidio collocato nel 2008. La vicenda si sviluppa nell’ambito di circa tre anni con continui flash back, resi comprensibili dalle note puntuali dell’Autrice, che ci permettono di rivivere una storia dolorosa sì, ma ricca di spunti che fanno riflettere sulle possibilità di ciò che l’amore e, soprattutto l’amicizia, possono riservare.
Il testo appassiona, lo si legge con attenzione, coinvolge intensamente, capace com’è di colpire la sensibilità e il cuore del lettore.

Angela Delfino
Docente di Letteratura italiana
Referente della Commissione Cultura del CUP
(Centro Universitario del Ponente)


Quando cala il sipario


Alle mie figlie
Raffaella e Flavia

Alla memoria di mio padre che avrebbe compreso.


PROLOGO

Novembre 2008 Loretta

Mamma, dove sei? Aah… che sonno ho ancora, però! Papà, dove siete? Mammaaa… sei in cucina?… No, non c’è. Boh, dovrebbe essere già qui, a preparare la colazione per tutti, come sempre. Mah, deserto completo, stamattina! Mancano anche i nostri quattro coperti… mamma dovrebbe averli preparati già da ieri sera. E il tavolo? E i fornelli? Che strano: bianchi e puliti, immacolati, senza neanche le solite gocce di caffè o di latte… Quindi nessuno si è ancora alzato. Che strano!
La vetrinetta del pensile è ancora chiusa; la apro… niente: tazze e barattoli di zucchero e marmellata, tutto al loro posto. Che faccio, li prendo e preparo io? Ma, veramente, vorrei prima capire il perché di tutte queste stranezze… mi innervosiscono e mi spaventano anche un po’. Che sarà successo? A quest’ora ci dovrebbe essere la solita fila per occupare a turno il bagno e scappare a scuola e al lavoro; anche la tele è ancora muta, stamattina. Questo silenzio… proprio non lo capisco!
E papà? Forse c’è ancora… magari si è riaddormentato già vestito sul divanetto del corridoio, leggendo uno dei suoi libri di cucina… Ogni tanto gli succede… no, non c’è, ci sono solo gli straccetti che la mamma gli prepara perché non sporchi il divano con le scarpe. Nicola! Quando sono uscita dalla nostra cameretta dormiva ancora; vado a vedere se si è svegliato… Figuriamoci! Naturalmente, porta ancora chiusa con il solito cartello: “Do not disturb”, come negli alberghi. Bel fratello, ho! Quello ronfa ancora!
Che faccio? A questo punto non mi resta che guardare in camera di papà e mamma. Forse non devono andare al lavoro, oggi, e quindi dormono ancora. Ma, ce l’avrebbero detto ieri sera! Provo a bussare… non risponde nessuno. Sento un clic di là: è quel dormiglione di Nicola che si sveglia, finalmente! E, naturalmente si infila subito in bagno col telefonino acceso per controllare i messaggini, senza neanche guardare l’ora. Eeeh! Al quarto ginnasio ha già un codazzo di amichette che gli fanno perdere tempo. Io, invece, in quinta classe della primaria, devo pensare solo ad essere sempre puntuale. Non è giusto!
Nicola, scusa se busso mentre fai le tue cose… ma, sono un po’ preoccupata: di là non ci sono né mamma, né papà… che dici, entro in camera loro? Come, fai quello che vuoi, ché hai premura? Potevi sbrigarti prima! Manco un consiglio si può avere da te! Va be’, io entro. Mi spiace perché potrebbero essere stanchi e voler dormire ancora un po’. Prima, però, comincio la colazione, altrimenti faccio tardi anch’io. Vediamo… una fetta biscottata con un po’ di Nutella… buona!
Adesso, però, busso davvero… Niente… entro… non vedo un tubo… oh, eccola quella penombra: mamma lascia sempre due strisce di serranda sollevate…
Vedo luci e ombre sul letto… ecco la sagoma distesa dalla parte di mamma. E papà? È già andato via? Strano anche questo! Lui esce sempre dopo aver fatto colazione con noi. Naturalmente, quando non è arrabbiato con la mamma. Avranno forse litigato? No, non ho sentito nulla questa mattina e neanche questa notte. Non mi sono arrivate discussioni e non ho sentito sbattere la porta. Però… io sono preoccupata… mi avvicino un po’ di più al letto. Dorme. La sveglio? Non so… forse è troppo stanca. Provo a toccarla: mammina, svegliati! Facciamo tardi!
Perché continua a dormire? Avrà dimenticato di attivare la sveglia? Accendo l’abat-jour: no, la sveglia ha già suonato, è regolata sulle sette. Ma, mamma… perché hai quel cuscino sulla faccia? E lo stringi con le mani! Che strano modo di dormire, non l’hai mai fatto! Proprio tu che soffri un po’ di asma allergica! Io lo tolgo. Devo tirarlo… lo stringi… perché? Ma… mammina… ma… che cos’hai? Perché sei così… dura? Perché hai gli occhi così fissi… e grossi? E quel colore… blu… cos’hai in faccia, mamma? Mammina… ma… ti senti male? Perché non ti muovi? Ma… respiri? Oddio, si sente male… che faccio? Devo chiedere aiuto, chiamare qualcuno… mio fratello… Nicola… Nicolaaa! Corri, la mamma sta male! Non risponde… niente, non sente, avrà gli auricolari addosso. Cosa faccio? La sollevo, così respira. Mamma, respira! Com’è pesante, non ce la faccio! La schiaffeggio… piano… per rianimarla; ma non si muove, ricade… E quegli occhi!
Esco, devo cercare Nicola, mi deve aiutare. Nicolaaa…. ma… se n’è andato, è scappato senza dire niente! Vigliacco, lo fa quando è in ritardo! Il telefonino… devo chiamare il 118… lo ha portato via… dov’è quello di mamma… non lo trovo… perché non abbiamo più il fisso? Mio Dio, non c’è… non c’è!
Che faccio? Torno in camera, forse si è ripresa. Dio, fa’ che sia così!
Mammina… non respira, non respira più! Mi sento male… mi sento svenire… mamma… non so… cosa… fare…


PARTE PRIMA

1

15 dicembre 2008 (mattina) Loretta e Nicola

“Dormi, Loretta?”
“No, Nicola, non ci riesco. E poi, non voglio. Voglio ricordare.”
“Cosa?”
“La mamma.” La voce di Loretta si incrina.
Nicola le passa il braccio intorno alle spalle e la stringe a sé, avvicinandosi di più a lei nel lettone.
Si sono rifugiati in camera da letto di nonna Francesca, chiudendosi a chiave. Sdraiati sul letto, fanno scorrere lo sguardo in quell’ambiente che, per quanto familiare, non è il loro. All’armadio scuro e mastodontico, al comò tronfio e impettito che sovrasta i piccoli comodini, ai fianchi del lettone, non possono non contrapporre, nel ricordo, la luminosità della cameretta comune di un tempo, dai mobili bianchi, lineari, quasi sorridenti nella loro razionale essenzialità. E ancora, i copriletto coloratissimi, i pupazzi e i tappetini variopinti disseminati ovunque, per dare più luce a quella stanzetta che non ne riceveva moltissima dal balconcino, affacciato all’ultimo piano del caruggio* del Centro Storico.
Nella loro casa di prima.
Quella che non è più la loro casa.
Ora, chiudendosi a chiave, cercano un momento di intimità e di solitudine, in cui ritrovare la loro piccola realtà di fratelli e ridare una qualche base credibile a ciò che, di quella loro unità di sangue, rimane, nella disgregazione totale del loro nucleo familiare.
“Perché lo avrà fatto, Nicola?” chiede improvvisamente Loretta.
Nicola non risponde. Si limita a stringerla a sé e a cercare di calmare i suoi singhiozzi. Le spalle della bambina sussultano, come scosse da veri e propri spasmi di muscoli o tendini che sembrano annodare, nei loro grovigli, le mille domande e gli infiniti dubbi che il suo cervello elabora senza sosta.
“Mi hai sentita, Nicola?”
“Sì, Loretta, ti ho sentita.”
Nicola sospira. E riflette. Quasi cinque anni lo separano dall’età di sua sorella. Ma, in quel mese, quei pochi anni si sono come dilatati, sono diventati uno spazio immenso. Lo spazio di una coscienza adolescente dilaniata in tanti frammenti che, come burattini animati da fili invisibili, sorgono dal nulla e prendono il corpo e la vita dei mille ricordi già vissuti, fra le quinte di una rappresentazione ormai conclusa. Ma, proprio per quei pochi anni di differenza, Nicola capisce che Loretta ricorrerà sempre a lui, tentando di reintegrare in sé quella miriade di frantumi dispersi che hanno in comune, in un tentativo di unità che si possa di nuovo chiamare vita.
Infatti la bambina ripropone la domanda: “Perché lo avrà fatto, Nicola? Hai sentito? Hai capito?”
Nicola ha sentito benissimo già la prima volta, ma ha fatto finta di non aver compreso. Neanche lui è in grado di dare una risposta a quella domanda. Specie se, a porla, è una bambina di dieci anni. I suoi, di anni in più, sono sempre troppo pochi per darle una spiegazione esauriente. Quello è un dilemma anche per lui.
“Nicola, me lo dici perché?” Questa volta è un sussurro, come se la bambina non abbia più la forza di parlare.
“Loretta, io non te lo so spiegare. La mamma era anche mia. Il tuo dolore, la tua confusione, la tua incapacità di comprendere sono anche i miei. Per questo io non ho risposte. Forse solo col tempo troveremo una spiegazione e, magari, anche un po’ di rassegnazione…”
“Non si volevano più bene…” riprende Loretta, continuando il suo percorso mentale, come se Nicola non si sia per niente inserito nel discorso, “…e litigavano sempre!”
“Sì, lo so, li sentivo anch’io, anche se stavo in casa meno di te. Ma, forse un po’ di bene se lo volevano ancora, chissà…”
“E allora?” prorompe la bambina. E, questa volta, i singhiozzi esplodono con tutta la loro violenza. “Perché allora toglierla di mezzo così? Soffocarla con un cuscino… ridurla in quello stato… come l’ho vista io… la mia mamma… quando non poteva difendersi… dormiva…”
Nicola si mette a sedere sul letto e costringe la sorella a fare altrettanto.
“Loretta siediti, respira; rischi di soffocare anche tu così, con la faccia piena di lacrime affondata nel cuscino. Asciugati gli occhi, tieni.”
Le porge un fazzoletto di carta. In quel periodo ne tiene tanti, in tasca. È diventato il suo compito precipuo detergere le lacrime della sorellina e, quando non c’è gente intorno, anche le sue.
Ancora un volta, Nicola si pone il problema: come risponderle? Se, in fondo, anche lui è ancora un ragazzino! Tante volte si è tormentato allo stesso modo. Ma anche in lui quella domanda è rimasta statica, come schiacciata da lacrime di pietra. Non è possibile cercare una soluzione assieme alla sorella. Ci ha provato con l’unica persona con cui può parlare fuori dalla famiglia: il suo compagno di banco, Luca.
Un giorno lo aveva quasi aggredito: un giorno in cui la scuola, i professori, i compiti, la sensazione stessa del dovere scolastico, gli erano sembrati una ulteriore, insopportabile sovrastruttura.
“Me lo spieghi perché un papà improvvisamente uccide una mamma? E perché quel papà deve essere proprio il tuo e quella mamma proprio la tua? E perché mia sorella vuole che le spieghi tutto proprio io, quasi lo pretende come da un adulto?”
Aveva gridato tenendosi aggrappato al braccio di Luca, quasi a stritolarlo.
Luca aveva faticato a riprendersi dallo sbalordimento. Ma sapeva cosa stavano passando quei due ragazzini, nella loro famiglia. Per fortuna, in quel momento erano nell’intervallo delle lezioni; lo aveva fatto calmare. Poi gli aveva detto:
“Non c’è risposta, Nicola. Neanche io posso dartela. Posso, però, aiutarti a fare chiarezza dentro di te. Cosa senti, cosa provi nel tuo intimo verso… quel papà?”
Nicola aveva impiegato qualche minuto per rispondere. Poi: “Mi sembra di non sentire più niente, di non avere più… capacità emozionali che mi leghino a quell’uomo… al papà.”
Aveva fatto una pausa, scavandosi dentro con una furia che cercava di dissimulare. “Mi sono interrogato, esaminato fin nel più profondo del mio io” aveva aggiunto. “Cosa provo? Ancora quell’ammirazione, quel desiderio di emularlo che provavo prima e che, forse, provano tutti i figli maschi per il proprio padre? No, mi sembra proprio di no. Mi sembra che queste sensazioni si siano come sgonfiate, che siano diventate una specie di scorza esterna, un involucro privo di consistenza. E… che così abbiano tolto anche a me il senso dell’identità, della certezza, dell’appartenenza, della continuità!” Aveva progressivamente alzato il tono della voce ed era scoppiato a piangere. Luca l’aveva spinto verso il bagno perché si lavasse la faccia. Era quasi ora di rientrare in classe.
“Vedrai che piano piano passerà. Troverai uno sbocco a questo dilemma. Ora è ancora troppo presto; ma, tutte le volte che hai bisogno, sfogati pure con me.”
Nicola gli aveva sorriso. “Lo spero!” aveva detto. “Spero con tutto il cuore che avvenga quello che hai detto, perché adesso mi sento come strappato da ogni radice, svuotato da ogni capacità di amare o di odiare. Questi due sentimenti così forti, così antitetici, mi sembra che non mi appartengano più, e che io non sia più capace di provare alcuna emozione.”
Erano rientrati in classe; Nicola un po’ più sereno, Luca un po’ più ricco di umanità.

***

Nicola si riscuote, si spoglia di quel ricordo. È di nuovo in camera con Loretta. Forse Luca ha ragione. Bisogna aspettare. Aspettare che passi quella sensazione nebulosa, simile ad una realtà svuotata di aria, priva di peso. Che sparisca quel senso di indifferenza verso tutto e verso tutti, che è forse la barriera eretta dal suo inconscio contro il dolore. Ma intanto non può abbandonarsi, non può. C’è Loretta. Forse l’unico sentimento che si insinua in quella non realtà in cui è precipitato nell’ultimo mese, è una corrente, come un senso di trasporto, verso quella bambina che ora se ne sta sul letto della nonna, con la testa abbandonata sulla sua spalla.
È qualcosa di vago che, forse, può definirsi pena. Pena per quella testolina che gli ricorda tanto la mamma. Pena per le sue domande senza risposte su un mondo che non avrebbero più potuto chiamare “il nostro mondo”.
Ma Nicola sa che, a quel punto, deve ancora una volta fermarsi. Non può permettere che quella strana sensazione diventi anche pena per se stesso. Che lo renda debole, inattivo. Deve reagire. Per Loretta.
“Loretta vieni, alziamoci, andiamo un po’ di là” sussurra. “Forse la nonna e gli zii ci stanno cercando.”
“Ci sarà ancora gente. Non ho voglia di vedere estranei.”
“Ma non possiamo stare sempre chiusi qua dentro!” insiste Nicola.
“Io non voglio andare di là. Vai tu, se vuoi.”
“No, io non ti lascio sola. Ora dobbiamo cercare di stare sempre insieme.”
C’è una pausa. Nicola pensa che Loretta abbia ragione a volersi isolare. In quei giorni, infatti, la casa di nonna Francesca, che è ormai la loro casa, è stata invasa dalla gente. Quel piccolo appartamento che, con il suo balconcino un tempo fiorito, sorrideva sporgendosi sulla via San Luca, e, con il suo spazio interno essenziale, ma ben organizzato, permetteva ai suoi quattro occupanti di viverci modestamente, ma anche comodamente, sembra ora aver cambiato la sua struttura. Quasi non lo si riconosce più. I piccoli ambienti sono soffocati dalla gente che va e viene in continuazione: in primo luogo, i funzionari di polizia e l’avvocato, che devono parlare con i nonni e lo zio per i problemi legali. Poi, amici e parenti che cercano di portare conforto, ma che finiscono col disturbare e riuscire invadenti. Alcuni, infatti, entrano anche nella cameretta che era stata della loro madre per guardare le sue fotografie di un tempo; altri, portano pietanze pronte e aprono la cristalliera per prendere le stoviglie e apparecchiare, in una casa in cui non si ha più voglia di sedersi ad una tavola già preparata, e mangiare.
“Tu ci pensi?” chiede ad un tratto Loretta.
“Se intendi riferirti alla mamma, certo che ci penso.”
“Sì, alla mamma, sicuro. Ma anche a papà.”
“A papà… beh, non so. Forse meno che alla mamma. Perché?”
“Te lo dico io, allora. Io penso alla mamma con tanto dolore. Con tanta voglia di rivederla… com’era; di farmi preparare la colazione da lei, di farmi aiutare per i compiti, di chiederle dei consigli sui vestiti da mettere, su come rispondere alle compagne pettegole… (la voce ora le si spezza)… con tanta voglia di abbracciarla… viva, senza quegli …occhi… ”
Si ferma. Ma quando riprende, il suo tono sembra acquistare una nuova forza, una nuova decisione: “…Ma a papà penso come ad un estraneo, come ad una persona che non mi appartiene più, che non fa più parte di me.”
‘È quello che provo anch’io’ vorrebbe rispondere Nicola. Ma, in quel momento, comprende che una sua conferma sui sentimenti di Loretta verso il padre, produrrebbe una scossa troppo forte sulla psiche delicata e ancora in formazione della sorella, acuendo in lei quel senso di negatività ancora in boccio. La soluzione bisogna cercarla nel tempo. Il futuro, forse, potrà ribaltare quello stato di cose, con il raggiungimento della loro maturità, supportata dagli studi e dall’esperienza quotidiana della vita stessa. Lui deve tentare di mantenere in entrambi il ricordo della loro mamma così come l’avevano vissuta giorno per giorno, come il sostegno insostituibile della loro vita. Ma, su quel papà, forse, devono aprire uno spiraglio, lasciare un piccolo varco disponibile. Impresa difficile, in quel momento; addirittura inconcepibile, per Loretta. Lo sa benissimo.
Ma deve tentare. E deve farlo lui, subito.
“Non devi dire così, Loretta. Ti prego, cerca di cancellare dalla tua mente… quell’immagine. Lo so che è difficile, ma così ti ammali! E, per papà… Non sappiamo cosa gli sia passato per la testa, in quel momento. Forse non era in sé, forse aveva bevuto…”
“Che fai, lo difendi? E la mamma… non pensi alla mamma?”
Nicola le si avvicina. La fa scendere dal letto. Le si mette davanti, guardandola profondamente negli occhi.
Osservare la sorella in quel modo lo turba, lo fa riflettere ancora una volta sugli stravolgimenti avvenuti in loro, anche nel fisico, in quell’ultimo mese.
“Come sei diventato alto! Stai per compiere quindici anni, ma ne dimostri di più” gli aveva detto, abbracciandolo, uno dei tanti parenti venuti in visita, alcuni giorni prima. E aveva aggiunto, scrutandolo negli occhi: “Sei teso, e lo capisco, Nicola. I tuoi occhi mi sembrano persino più scuri con tutte le domande che, immagino, ti poni. E questi tuoi riccioli neri che ti si attorcigliano sulla nuca mi sembrano come… dei punti interrogativi. Cerca di distenderti, Nicola; scarica le tensioni, figliolo, per il tuo bene, per la tua salute.”
Il ragazzo ha faticato a sopportare tutte quelle attenzioni, anche se sa che sono sincere. Ma quel lontano zio ha ragione: sente avvenire in sé qualcosa di simile alla muta di certi animali; qualcosa che lo riveste esternamente come di una nuova pelle, ma, nello stesso tempo, incide profondamente sul suo io più intimo. E gli stessi cambiamenti li nota in sua sorella, ora che la vede spesso vicino a sé in modo così diretto.
In quei giorni il tempo sembra avere sfogliato più velocemente le sue pagine sul volto di Loretta. I suoi lineamenti sono diventati più maturi e i colori sembrano essersi accordati per scambiarsi le loro intensità. Il blu degli occhi è diventato una goccia del mare più profondo, ma il rosa delle guance si è dissolto come un velo di cipria che vola via per un soffio improvviso. Un pallore insistente sembra stropicciare le sue guance e togliere luce a tutto l’insieme. Nicola sente che gli si inumidiscono gli occhi: quei colori e quella figura, ora ancora più alta, snella ed elastica di prima, la fanno più donna e la identificano quasi con la loro mamma.
“La mamma non la dimenticheremo mai né io né tu” le risponde dolcemente, cercando di soffocare quel turbamento. “Ora è troppo presto per tentare di capire cosa abbia portato papà a fare… quello che ha fatto. Forse, crescendo, capiremo. Ora dobbiamo affidarci, per lui, alla giustizia e, per noi, ai ricordi… almeno a quelli più dolci che ci possano consolare e farci andare avanti.”
Piccole lacrime ricompaiono agli angoli degli occhi di Loretta.
“Sì, quando non litigavano e passavamo dei bei momenti tutti insieme…”
“Certo, Lore. Chiederemo alla nonna di darci delle foto che noi non abbiamo, anche quelle di quando papà e mamma erano giovani. Sarà insieme doloroso e consolante, rivederle. Ma, forse, ci aiuteranno.”
“Tu credi che, se cerchiamo di ricordare, o meglio, se ci facciamo raccontare come erano da giovani, anche prima di noi, riusciremo a chiarirci le idee?” chiede ancora Loretta.
“Non lo so, Lore, non ne sono sicuro: le vicende della vita, a volte, sono molto intricate. Forse, approfondendo la conoscenza dei loro caratteri, del modo in cui avevano deciso di affrontare la vita insieme, qualcosa in più potremo sapere. Però dobbiamo ricordarci una cosa importante: quando guardiamo le foto, quando rivediamo i filmini fatti da loro durante gli avvenimenti più importanti della nostra vita insieme, o quando, semplicemente, ricordiamo il passato dentro di noi, dobbiamo cercare di mantenere un atteggiamento distaccato, di guardare tutto come degli estranei, dal di fuori, cercando di non partecipare troppo emotivamente. Forse solo così riusciremo a comprendere veramente come erano, cosa è successo alle loro vite e, quindi, a dare un giudizio obiettivo su entrambi e sulle cause di questa… tragedia. E, magari, riusciremo a raggiungere una spiegazione chiara!”
“Ma come si fa a guardare con distacco quella che è la nostra vita? E anche la loro storia… Io so che il loro era stato un grande amore. La mamma spesso me ne parlava” riprende la sorella.
“Sì, lo so, me lo ricordo anch’io…”
“Ma allora… insomma come può finire così un grande amore?”
“Te l’ho detto, Loretta, non ti torturare: possono accadere degli eventi, delle situazioni che scombussolano tutto, che cambiano le persone, man mano che il tempo passa.”
“Eppure il loro incontro era stato così strano, così particolare, così romantico! Mamma spesso me lo confidava. Mi aveva raccontato che entrambi erano rimasti subito colpiti l’uno dell’altro, ma che papà…”
“Sì, la so anch’io questa storia… Papà, in un primo tempo non si era sentito sicuro di iniziare un rapporto con lei, dato che conosceva bene la sua incostanza in tutte le cose della vita, ma…”
“…ma poi si era deciso tutto d’un tratto e le era ricomparso improvvisamente davanti, raccontava mamma…”
La bambina si interrompe ancora una volta con lo sguardo perso nel vuoto, per poi riprendere con la voce assorta di chi rivive ciò che sta dicendo: “…E, quando ne parlava, sembrava che raccontasse una fiaba!”
Loretta appoggia nuovamente la testa sulla spalla del fratello. Ricordando, cerca di assumere un atteggiamento distaccato, di osservare tutto dal di fuori, come le ha suggerito Nicola. Ma la nostalgia le rimane dentro e gli occhi fissi sulla parete di fronte sembrano dar vita a quella fiaba in tutti i suoi particolari…


[continua]


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