Libretto insolito

di

Lucio Postacchini


Lucio Postacchini - Libretto insolito

14x20,5 - pp. 98 - Euro 10,50
ISBN 978-88-6587-9962

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In copertina: La foto ritrae in lontananza, in una particolare situazione di luci e tenebre, il profilo paesaggistico di Colonnella (TE) col suo territorio collinare.

Fotografia dell’autore.

All’interno: fotografie dell’autore


PREMESSA DELL’AUTORE

Questo Libretto insolito è sostanzialmente una piccola raccolta di mie lettere già pubblicate singolarmente. Perché il termine ‘insolito’? Perché, pur avendo letto abbastanza, non mi sono mai imbattuto in scritti così brevi ed eterogenei, talvolta con (modeste) ambizioni filosofiche, pubblicati nel corso di sei anni circa da vari quotidiani nelle apposite rubriche riservate ai lettori. Lì, i brevi spazi disponibili mi hanno consigliato un linguaggio essenziale, anche se spesso scherzoso quando l’argomento lo permetteva. Infatti, gli avvenimenti umani (e non solo) non sempre ci appaiono razionali, o comunque come noi vorremmo, e, per non dolercene tanto, forse è meglio valutarli serenamente, specie se possiamo fare ben poco per cambiarne le sorti. E peraltro, quando nell’età matura ci volgiamo indietro nel tempo, come non ravvisare la vanità di tante delle nostre lotte, laddove comportamenti più saggi e prudenti avrebbero evitato dispiaceri e malanni che invece ci accompagneranno per tutta la vita?
Parte degli scritti sono riferiti alla vallata del Tronto, o comunque alla provincia di Ascoli Piceno o alla regione Marche, e per questo essi furono inviati per la pubblicazione a quotidiani d’interesse e diffusione prevalentemente locali.
Ma gli argomenti più insoliti riguardano Titina e Trottolina, le mie due galline promosse ‘filosofe’ per i loro atteggiamenti e avventure che hanno trovato sovente spazio su quotidiani locali e nazionali, cartacei e/o online. Alcune di quelle lettere sono qui riportate. Gli animali, seppur inconsapevolmente, hanno tante cose da rivelarci sullo spirito del mondo; essi sono nostri compagni in quest’avventura terrena, e tutti meritano rispetto perché soffrono in molti casi più di noi e nemmeno possiamo escludere in essi forme di coscienza seppur agli stati primordiali. Inoltre i loro comportamenti, non essendo condizionati dall’intelletto come invece avviene per quelli nostri, sono normalmente spontanei e rivelano la disarmante sincerità della natura almeno negli aspetti esteriori.
Ai (pochissimi) miei lettori, specie se giovani, dico che la provvisorietà della vita dovrebbe indurre all’arricchimento dell’animo, piuttosto che ad altro. Sicuramente i buoni libri possono guidarci a tale meta: essi invitano al silenzio e alla riflessione; oltre, ci sono le apparenze, il frastuono, gli inganni, i pettegolezzi (vernécchie, nel dialetto ascolano).
Ringrazio quei giornali che nel corso di questi ultimi anni hanno pubblicato i miei scritti. Ciò si è rivelato un incoraggiamento a comporre questo libretto sul quale ho tuttavia profuso ogni possibile impegno e passione. Potranno essere ugualmente ravvisati errori e imperfezioni, perché è difficile improvvisarsi scrittori specialmente da anziani; ma il rischio è insito in ogni cosa che facciamo nella vita, e per le più varie ragioni non possiamo esimerci dall’affrontarlo.
A fianco del titolo di ogni lettera sono riportati l’anno e il mese di pubblicazione; non è invece indicato il giorno perché molte lettere sono state pubblicate da due o più quotidiani in date diverse.
Le parole in dialetto si riferiscono alle varie zone della valle del Tronto e prospicienti colline. Le ‘e’ di tali parole dialettali se poste alla fine non vanno solitamente pronunciate, ma può succedere talvolta ugual cosa anche per quelle interne. Quindi nel dialetto ascolano e non solo, la ‘e’ somiglia molto e in molti casi alla ‘e’ muta (‘e’ muet ou caduc) francese. Ci possono essere però delle eccezioni, ma i lettori locali sapranno certamente discernere; agli altri, certamente ancor meno numerosi dei primi, chiedo venia.

Monsampolo del Tronto (Ascoli Piceno) – agosto 2019


Libretto insolito


Dedico questo libretto ai miei genitori


I genitori e il rimpianto (novembre 2018)

Scrivo questa lettera pensando che avrei potuto fare di più per i miei genitori quand’essi c’erano. Il primo ricordo lo associo alla loro presenza assidua e all’immancabile termometro nei tanti giorni dei mal di gola e febbre che fecero diventare quello strumento il giudice della mia permanenza a letto o del liberatorio ritorno sull’aia. La povertà di quei tempi fu tale che mia madre, di nascosto di mia sorella più grande di me, prima di impastare la farina con le uova toglieva col cucchiaino un po’ del tuorlo e, dopo averlo zuccherato, mi raggiungeva ovunque, a letto, in cortile, nel campo da mio padre. Perché penso a queste cose solo ora che lei non c’è più; perché non quando, vecchia e sofferente avrebbe desiderato che fossi rimasto più tempo con lei? Andai lontano; tornavo rare volte e in quelle occasioni mi sfuggivano i preparativi che i miei genitori avevano fatto per accogliermi al meglio. L’orario di arrivo era molto approssimativo, non c’erano i telefonini; ma trovavo sempre mio padre ad aspettarmi sulla sommità di una breve salita vicino casa dalla quale avrebbe visto la mia auto con un po’ di anticipo. Nelle fasi critiche della sua vecchiaia mi ripeteva di non affrettarmi a tornare, di andare adagio, di non mettermi in viaggio di notte alla notizia dell’ennesima crisi o della morte. L’ultima volta che lo vidi in vita e cosciente volle mostrarmi le migliorie apportate all’orticello vicino casa, dopo che aveva lasciato il campo per ovvi motivi connessi all’età. Aveva fatto realizzare piccoli manufatti utili alla migliore gestione dello spicchio di terra da coltivare che gli era rimasto. Avrebbe desiderato un complimento, l’approvazione, ma rimasi impassibile perché a fin di bene avrei preferito che si fosse dedicato al riposo e basta. Mio padre volse lo sguardo e credo caddero delle lacrime. Morì non molto tempo dopo. Ora utilizzo quelle migliorie che lui usò ben poco; e ogni volta quelle sue lacrime diventano mie. Nella foto anni ’30, i miei genitori.



Pistole e cellulari (settembre 2013)

Se volessimo indicare un inseparabile oggetto di oggi e un altro del Far West, penseremmo, nell’ordine, al cellulare e alla pistola. Infatti, ognuno ha sempre con sé il telefonino; anzi, sovente ne porta due per esser certo che almeno uno sia carico e funzioni, non si sa mai. Parimenti nel West, solo gli sprovveduti giravano con una pistola sola, e per questo proliferavano i cinturoni a doppia fondina con i due revolver carichi, ben in vista e aderenti alle anche (o ai femori, se il cinturone scivolava verso il basso alla stregua di certi pantaloni di oggi, cosiddetti, appunto, a vita bassa). Si dirà che le funzioni di quegli oggetti del Far West rispetto ai telefonini sono assolutamente diverse e quindi non raffrontabili, giacché i cellulari servono per comunicare. Un attento esame rivela, però, che molte volte non è così: è esattamente il contrario. Quante persone, infatti, parlano a lungo al cellulare (e non solo) e noi intuiamo che, dall’altra parte, c’è qualcuno che non capisce o che non vuol capire? Insomma, a buoni intenditori poche parole. Anzi, nel Far West non occorreva udir parole agli avventori del saloon per comprendere le intenzioni del pistolero quando costui, entrato nel locale, non solo non parlava, ma ammutoliva i presenti, così dimostrando doti di eccezionale comunicatore. Oggi molti parlano troppo e pure a voce alta; non scrivono, non leggono e comunicano peggio. Brutti e improponibili, ovviamente, i metodi del Far West; male anche il chiacchierare, inteso come il parlare in modo futile o a lungo, e il non leggere, di oggi, in Italia. Si leggono poco i quotidiani e pochi libri seri. Quasi come ai tempi di Buffalo Bill.


L’illusione del tempo e non solo (agosto 2016)

Può capitare a tutti viaggiando in treno di avere pur brevemente l’illusione, guardando attraverso il finestrino, che piante e case corrano e che noi, invece, stiamo fermi. Inoltre alla stazione, sul treno fermo, se parte prima quello a fianco possiamo erroneamente percepire che siamo noi a muoverci; o, viceversa, se parte prima il nostro può sembrarci che si muova l’altro. Basta poi riflettere, muovere il capo e tutto torna alla realtà. Il nostro cervello perde dei riferimenti e recepisce unicamente la relatività del moto che permette di attribuire a casaccio i ruoli alle parti. Questo grossolano errore dei sensi nacque con l’uomo ed è duro a morire. Molti finirono male, e proprio le migliori menti, quando intuirono che la Terra, girando su se stessa e intorno al Sole, dava l’illusione che fosse l’astro a muoversi intorno a noi, prediletti al centro per opera… della nostra stoltezza. Io ho l’impressione che il tempo ci gabbi così come fece la Terra coi suoi moti, misteriosi per centinaia di migliaia di anni. Il nostro misero cervello vive, diciamo così, alla giornata, perché veicolato e dipendente da un corpo che nacque e che dovrà necessariamente morire: che ‘passa’, insomma. Il cervello, imbambolato come talvolta sul treno o come fu sulla Terra che ruota, fa ‘passare’ il tempo per giustificare il succedersi dei suoi pensieri e degli eventi. Non ha, infatti, punti di riferimento come sul treno, o sulla Terra guardando gli astri, che gli hanno fatto capire chi effettivamente si muove e chi sta fermo. Il futuro è già in potenza, è quindi immanente, e se fossimo onniscienti non avremmo bisogno del tempo. Anche la morte è immanente, ma noi siamo convinti che sarà il tempo a condurci a morte. Non ci accorgiamo di essere ‘già’ cadaveri. Cadaveri ambulanti, ma pur sempre cadaveri.


Il ‘miracolo’ di una chioccia (ottobre 2015)

Una chioccia uscì da una siepe con sei pulcini, non facendovi poi rientro a tempo debito. Infatti, l’istinto materno non dava speranze di altre nascite dalle sei uova lasciate senza cova nel nascondiglio. La sua padrona non si perse d’animo, ed ecco cosa fece. Sapendo che la gallina dal nome Titina, parente dell’anonima neo mamma locale, era chioccia disoccupata nel circondario, avvolse nella lana le sei uova per il trasporto urgente “tipo 118”. Il caso, però, era veramente disperato. Perché quelle uova chissà quante ore erano rimaste al fresco; inoltre, uno solo aveva cominciato a dischiudersi, ma, dalla sottile pellicola, non si avvertivano segni di vita, nessun cuoricino sembrava battesse. Titina, poi, a causa di lunga inattività, aveva perso quasi del tutto le qualità di chioccia, si stava sbioccando come si dice qui, e non ne voleva sapere di mettersi quieta a covare. Pian piano, però, grazie alle delicate quanto suadenti spintarelle di una scopa di saggina sul suo sedere, ridivenne… saggia assumendosi la responsabilità di tentare l’avventura. Che andò a buon fine solo per quell’uovo parzialmente dischiuso e che all’inizio sembrava ‘morto’. Nacque… Trottolina, così battezzata perché la sua gracilità era tale da farla ribaltare zampe all’aria a ogni inciampo, pur d’esile fil d’erba.


Quei tempi sull’aia (ottobre 2016)

Quando un ragazzino di oggi dice ‘aia’, può aver buscato un pizzicotto; mentre, se ode la medesima parola pronunciata da un altro, pensa alla straordinaria città olandese dal nome, appunto, L’Aia. E invece l’aia che tanti anziani ricordano con nostalgia, e pure versando talvolta qualche lacrima, è quello spiazzo in terra battuta davanti alla casa contadina, sede degli avvenimenti più importanti dei tempi lontani. I bambini stavano sempre lì a giocare, contendendosi talvolta gli spazi con le galline soprattutto quando la nonna spargeva copiose manciate di cereali per le accorrenti pennute. Nell’aia affluivano i raccolti, grano, mais e altro, compresa l’uva depositata in grossi tini in attesa della pigiatura o del prelievo da parte dei commercianti. L’aia era anche luogo di festa, di accoglienza degli invitati in occasione di matrimoni e non solo. Durante le operazioni della scardezzatura, consistente nel togliere le foglie secche dalle pannocchie di granturco, nascevano amori, poiché le famiglie contadine si aiutavano vicendevolmente nei lavori, e allora non c’erano tante altre occasioni d’incontro fra i giovani. Nei pomeriggi domenicali gli adulti si ritrovavano nell’aia per giocare a bocce, che erano di legno e spesso poco… sferiche. Infatti, a causa dell’usura irregolare rotolavano sghembe. Qualcuno, dopo il lancio, le seguiva piegandosi nel verso ove avrebbe voluto che la boccia andasse, sperando nella magica correzione a proprio favore della traiettoria; o a un “cambio di rotta”, tanto caro ai tuttologi di oggi. Che tempi ragazzi!


Buon Natale con Gesù (dicembre 2016)

Buon Natale a tutti con Gesù: Lui è per tutti, anche per quelli che non lo conoscono. I racconti sulla vita di Gesù appaiono semplici e affascinanti allo stesso tempo, tali da renderla assolutamente miracolosa in rapporto ai fini che si prefiggeva e agli strumenti impiegati per compiere la missione divina. Infatti, Gesù non confidò nei dotti e potenti del tempo per scegliere i suoi apostoli, preferì invece nominare persone comuni. Egli sapeva che ogni persona, pur umile e ignorante che sia, pur poco leale e tendenzialmente traditrice, ha sempre qualcosa di buono in sé, che Lui avrebbe valorizzato con la Sua infinita pazienza e col Suo carisma che continua a giungere alla conoscenza e  alle coscienze nonostante i duemila anni trascorsi dalla Sua vita. Lui ha donato la Sua vita per dirci che i sacrifici sono la speranza del mondo. Non la pacchia, non le urla, non le sterili chiacchiere. Si spera, per Natale, che i ciarlatani e gli urlatori tacciano: buone feste anche a loro, ma noi ascoltiamo Gesù.

Questa lettera su Gesù venne pubblicata, in prossimità del Natale 2016, da quattro quotidiani a diffusione prevalentemente nazionale. Totalizzando le tirature dei singoli quotidiani nei giorni delle rispettive pubblicazioni della lettera, la diffusione complessiva ammonta a oltre ottocentomila copie. Cito quanto sopra per esternare la mia meraviglia per l’apprezzamento, non essendo io scrittore professionista né praticante religioso. Debbo tuttavia dire che per questa lettera ho sentito una particolare, insolita ispirazione che mi ha avvicinato a Gesù.


Un’occasione perduta (febbraio 2017)

L’Italia, l’Europa e l’intera umanità hanno perso un’occasione storica per progredire moralmente: quella che invece avrebbero colto con la nomina di Recanati a capitale della cultura. Come se lì non fosse nato, vissuto e non si fosse formato con l’animo dalla finezza infinita, Giacomo Leopardi. La poesia L’Infinito non nacque per caso, non poteva non nascere, perché Leopardi fu un dono dell’Infinito; e a quell’infinito, a lui congeniale, tornò dopo breve, tormentato e soprattutto incompreso passaggio terreno. È leggendo e rileggendo quei versi, è chiudendo gli occhi pensando a quel viaggio fantastico oltre ogni barriera fisica, che possiamo avvicinarci al metafisico, al quale Leopardi può condurci con le sue poesie e con le sue riflessioni. Ma noi preferiamo viaggiare col corpo, non col pensiero; adoratori di noi stessi, viaggiamo a bordo di mezzi d’ogni specie, forma e materiale, così ignorando i messaggi provenienti dall’infinito verso il quale potremmo dirigerci con l’animo lasciando fermo il corpo. Di continuo aleggiano a Recanati e dintorni, e su quell’ermo colle, i messaggi di Giacomo Leopardi: son lì per esser colti. E con quelli viaggiare.


Ricordi sulla ferrovia (ottobre 2018)

Chissà in qual giorno di qual mese verosimilmente dell’anno 1961, il giovane che poi divenne mio cognato ebbe la magnifica idea di scendere dalla sua Bianchina panoramica rossa con fasce laterali bianche, una chicca per quei tempi, ma qui purtroppo visibile parzialmente e in bianco e nero. E così fotografò mia sorella Serafina sul passaggio a livello a sud-est di Stella di Monsampolo del Tronto (Ascoli Piceno) della ferrovia Ascoli-Mare. Ben visibili i binari verso est, e l’intensa vegetazione di cui oggi rimane solo il ricordo: al suo posto i capannoni enormi a impedire la visuale verso le prospicienti colline abruzzesi sulle cui sommità i paesi di Colonnella e Controguerra (Teramo). Vicinissimo dietro al ‘fotografo’, il casello ferroviario di sorveglianza che non c’è più se ben ricordo da circa trent’anni, e vicinissima pure la mia casa che è sempre lì da oltre un secolo. Le sbarre e il passaggio a livello non ci sono più da tanti anni, ma gli anziani del luogo ricordano benissimo il viavai di carri agricoli, aratri e altri attrezzi per il lavoro dei campi. Le mucche al giogo e al duro lavoro, perché preferite rispetto al “pio bove” per il latte e i vitelli che esse donavano. Nel periodo della vendemmia, un grosso tino era sul carro ad accogliere grappoli fino al suo colmo; per attraversare la ferrovia occorreva salire la strada che costeggiava i binari fino al passaggio a livello, e dall’altra parte si scendeva in omologo tratto stradale. Nell’aria i profumi dell’uva e del mosto, quei dolci effluvi autunnali. Nella foto, verosimilmente dell’anno 1961, mia sorella Serafina.



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