Siraj Ibrahim

di

Mario Vierucci


Mario Vierucci - Siraj Ibrahim
Collana "I Gelsi" - I libri di Poesia e Narrativa
14x20,5 - pp. 90 - Euro 9,00
ISBN 978-88-6037-8996

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In copertina: «La fine del giorno» – olio cm. 120×80 di Mario Vierucci


Prefazione

Mario Vierucci si può definire Autore pirotecnico ed ineffabile, dalle multiformi doti, dai mille volti, in definitiva, sorprendente. È capace delle più impensabili fantasticherie letterarie eppure nasconde, in ogni racconto che scrive, un sottofondo molto più complesso di ciò che può sembrare a prima vista. Ho già avuto modo di leggere, in varie occasioni, alcune opere di Mario Vierucci e la sua peculiarità è saper utilizzare l’energia misteriosa delle alchimie che permettono il viaggio umanamente svelatore.
Mario Vierucci dimostra di possedere la capacità di rendere fantastica la narrazione, indipendentemente dal tema trattato o dalla vicenda riportata, unitamente alla forza creativa e immaginifica che alimenta i tre racconti di questo libro.
Ecco allora che, in una miscela magica, si inizia con la fantasiosa figura di Siraj Ibrahim, seguendo le varie vicende della sua vita di poeta, scrittore ed artista, di uomo sensibile e travagliato, severo con se stesso e con gli altri, di carattere riservato come se “dentro di sé conservasse gelosamente un segreto”, costantemente ammantato da un sottile velo di “tristezza infinita” in una esistenza segnata da un tormento interiore; poi, la scena si sposta a Emgayet, nel deserto della Libia, durante la Guerra d’Africa nel 1942, che vede come protagonista un soldato di nome Mattia che viene ferito e da quel momento si dipana l’incredibile vicenda che offre numerosi spunti di riflessione; ed infine, si chiude la triade narrativa nell’ambientazione che riconduce alla città di Berlino nella metà degli anni Sessanta, in un famoso caffè chiamato Mefitis, esclusivo luogo d’incontro di poeti, scrittori, artisti e sensitivi, ed è proprio in questo locale che il poeta Huseyn Guzey, in compagnia di uno sconosciuto, si trova a vivere strani eventi, diaboliche manifestazioni che rendono tenebrosa e torbida la storia raccontata, inclusa la luciferina presenza.
Mario Vierucci rende viva e pulsante la sua parola e riesce a scandagliare le zone più profonde dell’animo umano, ne mette in risalto le contraddizioni e le inquietudini, il tormento e il desiderio estatico: al contempo, tende a suscitare emozioni e riflessioni sul significato stesso della vita e sulla percezione della morte fino ad addentrarsi nella dimensione spirituale, nel profondo sentire dell’Uomo.
Nelle varie realtà che si aprono nel corso delle narrazioni, come in un percorso che deve essere lentamente svelato, si ritrovano le caratteristiche della scrittura di Mario Vierucci, il suo processo di avvicinamento alla conoscenza che nasce da nuove illuminazioni, sempre in equilibrio fra realtà e visione onirica, sentimento estenuante e dispersione nel nulla: ne emerge la volontà di estrarre la sostanza vitale dalla storia raccontata, in modo che la ricerca abbia sempre un esito positivo.
L’interessante excursus, legato ad originali visioni letterarie, mette in primo piano le emozioni che vengono filtrate attraverso un personale sguardo che è unico.
Mario Vierucci plasma la sostanza delle narrazioni a suo piacimento, ne ricostruisce i percorsi interni, ne esplora le zone segrete e le ragioni intime, cerca di permeare ogni immagine di un alone affascinante.
Misteriosa, enigmatica, ammaliante eppure la scrittura di Mario Vierucci è intrisa di vitale realtà che fa emergere la forza dirompente dell’intuizione letteraria e la sua estrema sensibilità nel carpire ciò che può guidare oltre le parole inutili… in una dimensione dove tutto assume un significato simbolico.

Massimo Barile


Siraj Ibrahim


Ogni riferimento a persone, cose, luoghi ed eventi è puramente casuale


Ai miei cari figli
Andrea, Simone e Paolo


Poesie


Granelli di Sabbia

Al sole brillavano fin dal mattino quei granelli minuscoli di

[sabbia

e mi han fatto un po’ di compagnia.
Sotto di loro avrei voluto sotterrare il grumo dei miei

[pensieri,

ma all’improvviso è arrivata un’onda del mare
e con sé li ha portati via.

Certo, ora sono solo su questa spiaggia,
ma in fondo in fondo sono contento per loro,
poiché nel deserto li riporterà un giorno il vento amico
e vivranno la loro avventura.

Conosceranno così nuove terre e nuovi mari
e per giorni e giorni sorvoleranno l’altopiano della

[Mongolia.

Lì si riposeranno al tramonto,
e di sabbia riempiranno le grotte immense dei miei antenati.

Chissà, forse un dì ritorneranno qui, a farmi un po’ di

[compagnia,

e poi ritorneranno verso casa, laggiù, nel deserto del

[Sahara.

D’acqua e di sale si sazieranno ogni giorno
e quando in primavera arriverà il Khamsin,
si uniranno ad altri granelli in una grande tempesta di

[sabbia.

Poi, ancora una volta si calmerà il vento del deserto.
Di notte sorrideranno alle stelle
e dall’alto di una duna argentata,
brilleranno come non mai sotto il plenilunio d’Egitto.

Livorno, Gennaio 2007


I giorni dell’orso
(Arizona – Agosto 2007)

Ogni cosa io guardo ed ascolto intorno a me:
il bel sentiero dell’antica età
dove Dio ha messo la mano sul viso dei sassi,
la tempesta che arriva dalla metà del cielo dove vive e porta rumore,
la pallida luna che in un lievito di nebbia riposa tranquilla
per far la corte di notte alle stelle,
le nubi che a grappoli fioriscono in cielo, mentre piove giù a valle,
con gli steli di grano che fremono
e le spighe bambine che splendono di pioggia.
Infine, il generoso sole che m’illumina al tramonto,
mentre io induco in versi ciò che ho visto e udito.

Ed ora sento la mano di un bambino,
nato forse in una notte di luna, di luna piena e bianca,
che accarezza il mio volto gualcito,
così ché lassù in cielo, dove tremante sta una nuvola,
lì giace il cuor mio, percosso da un tremito anch’esso.

Perciò ora dico al bambino:
“questo è mio ultimo canto, prendilo nella tua mano
e mettilo sotto il tramonto.
Vedi, ormai io sono come un orso:
m’appoggio sulle mani ed aspetto il sorgere del sole!”

Livorno, Novembre 2008


Una notte a Cipro

A lungo parlai quella sera

e quando tacqui, qualcuno mi tolse il silenzio.

Mi zittì la notte che premurosa mi chiuse le palpebre.

Spuntò un quarto di luna che mi regalò un sonno profondo

e nel sogno mi trovai nella mia terra, l’Anatolia,

che camminavo su strade bianche di pietra, protette da

[aridi monti,

ammirando la sponda del fiume, là dove ha un corso di

[sogno.

Ad un tratto – no so come – apparvero nuvole minacciose

[spinte dal il vento,

ma poi brillò il sole, lassù in alto, sopra di me,

ed il fiume, le strade di pietra, gli aridi monti ed i miei sogni

[d’artista,

tutto raccolse ben bene sotto le sue forti e calde braccia.

Livorno, Agosto


Notti d’Estate
(Istanbul – Agosto 1947)

Già da tempo è sceso il sole, laggiù, fra un minareto ed

[una moschea,

eppure io sento l’afa mortale che ancora m’opprime.

Della notte, però, ora ascolto il profondo e flebile respiro
con i pensieri che arrivano e fuggon via,
perché la mente mia trovano stanca.
Intanto si nascondon le stelle che da pesanti nuvole son

[sempre velate.

Ora arrivano dal Bosforo labili tracce di vento,
quel vento amico che mi vuole ancora bene.
Così chiudo gli occhi e sognando, al consueto

[appuntamento

dai fantasmi mi faccio trovare.

Un attimo e poi arrivano rumori, come dei fruscii di passi:
sì… è ancora lei, la giovane donna con i lunghi capelli

[bianchi,

che come due fosse in viso le si scavano gli occhi.
Ed io, con ansia la osservo mentre sta lì, in disparte…
Ora, però, si muove, gesticola e mi parla concitata
come se una donna viva fosse ancora.

E da chissà dove fin qui arrivano altre entità che mi

[sorridono…

Allora mi faccio coraggio e chiedo loro di svelarmi
il mistero della vita e della morte,
ma esse restano mute, e mi guardano con occhi mesti e

[colmi di tenerezza.

Domande strane mi fanno altri spiriti dalla pelle diafana.
Si guardano intorno con aria di sospetto e poi volgono lo

[sguardo verso di me.

Ecco, ora li vedo bene:
hanno le bocche semiaperte e gli occhi dalle iridi rosa
e le pupille rosso scuro.
Ad un tratto mi sorridono e delle mie paure s’informano,
ma all’improvviso nel nulla svaniscono.

Queste entità e questi fantasmi mai io li chiamo,
eppure in sogno me li vedo apparire:
chissà, forse il desiderio mio di sognare, sarà per loro un

[richiamo…

Certo, ora sarebbe bello sognare delle leggiadre odalische
con guerrieri turchi armati di tutto punto,
intorno ad una bella tavola imbandita!

Scolpite nell’opale, m’appaiono invece altri spettri,
e poi mi accorgo che sono entità a me note scolorite dal

[tempo.

Ecco… tutte mi guardano con le braccia incrociate sul

[petto…

poi mi sorridono e mi fanno anche dei cenni d’intesa.
Ed io, in un angolo buio del mio sogno, chiedo loro da

[dove vengono…

Dalle loro bocche, però, non escono risposte, bensì solo

[lunghi e profondi sospiri.

Ed ora mi svegliano lunghi brividi per la brezza che vien

[dal Bosforo.

Allora guardo l’orologio: sono le cinque e puntuale

[l’angoscia m’assale.

“Sii paziente – dico a me stesso – ancora un attimo,
e nel giorno scivolerà questa lunga, calda notte”.

Ecco: intravedo già le prime luci dell’alba,
ma più evanescenti che mai si fanno i miei fantasmi,
e di loro vedo ora svanire ogni gesto, ogni sguardo ed

[ogni sorriso.

Ancora sognante, bevo un caffé e mi chiedo come sarà la

[prossima notte.

“Forse – io penso – altri spiriti mi verranno a trovare.
Chissà, magari un trapassato amico e più ciarliero sarà

[qui di passaggio

e sui segreti della vita e della morte, qualcosa, sottovoce

[mi dirà”

“Giorno e notte, tu sogni sempre, Kadir,” dice la mia Asena
“e da me ti sento lontano!”
Io rimango in silenzio, perché è vero quel che mi dice
ma poi le rispondo: “Vedi Asena, nella vita si deve anche

[sognare,

perché, come disse un poeta, “i sogni sono tutto ciò che

[abbiamo”.

Livorno, Gennaio 2005


Racconti


Siraj Ibrahim


Introduzione

Siraj Ibrahim nacque a Vienna il 5 Settembre 1868.
Aveva appena quattro anni quando suo padre, Ambasciatore di Turchia in Austria, si suicidò sparandosi alle tempie nella sua carrozza; e sua madre, per il gran dolore, lo seguì nella tomba poco tempo dopo.
Fu poeta, scrittore e saggista, suscitando interesse intorno a sé per un libretto intitolato: “L’eterno linguaggio delle mani”, nonché per i suoi libri di racconti, dove sigillò in rosari di parole delle straordinarie commedie umane.
Alcuni critici, però, scrissero che nessun afflato sublime pervadeva le sue opere.
Assai deluso, cominciò a frequentare l’atélier del pittore ed amico Jurgen Stolber e ben presto raggiunse il successo per i suoi quadri intrisi di affascinanti ibridi e di un raffinato estetismo erotico.
Per problemi di salute, nel 1915 fu ricoverato in un Sanatorio in Alta Valtellina, dove scrisse poesie bellissime e racconti in forma poetica, a volte soffusi di una tristezza infinita.
Fu un uomo religioso e sensibile, ma troppo severo con se stesso e con gli altri. Inoltre, aveva un carattere chiuso e riservato. Si legge in una sua biografia che nel breve arco della sua vita si comportava come se dentro di sé conservasse gelosamente un segreto.
Siraj Ibrahim amò la bellezza in ogni sua manifestazione, una bellezza che a piene mani trasfuse in gran parte delle sue opere.

***

Prima Parte

Sondalo (Alta Valtellina) – Inverno 1916

Sono certo che questo inverno sarà ricordato come uno dei più freddi degli ultimi anni, specialmente quassù, a Sondalo. Eppure, dalle nove alle undici del mattino, noi malati dobbiamo stare sdraiati su un lettino della terrazza all’aperto, affinché i nostri polmoni possano trarre beneficio dall’esposizione ai raggi del sole.
Devo dire, però, che a me non dispiace affatto stare un po’ quassù ogni giorno, così posso illudermi che oltre queste montagne immense ci sia la mia città, la dolce e cara Vienna.

***

Sono passati cinque mesi da quando mi sono ricoverato qui, al Sanatorio “Vallesana”, ma ancora non ho sentito alcun miglioramento. “È presto – mi dicono i dottori – deve avere pazienza, Signor Ibrahim!
Durante le visite, i dottori mi guardano seri e poco dopo confabulano tra di loro.

C’è anche un medico molto giovane, con una natta bene in vista sulla fronte, che non di rado si avvicina al mio letto e mi dice che sto migliorando, ma poi, quando esce dalla mia camera, scuote sempre la testa.

A volte, nella sala da pranzo osservo gli altri malati con i loro visi un po’ pallidi o gli occhi lucidi per la febbre ed io mi specchio in loro.
Di notte sento un fruscio di passi nei corridoi, e poi un rumore di qualcuno che cerca di non far rumore. Lo so che queste cose sono il frutto delle mie fantasie notturne, eppure non vedo l’ora che arrivino le prime luci dell’alba.

***

L’infermiera è una moretta assai carina, molto brava ed attenta anche per le minime cose.
“Sono nata a Salisburgo da genitori parigini” mi ha detto ieri con la sua “r” alla francese. Ha conseguito anche un diploma per fare i massaggi sui pazienti secondo alcune teorie orientali. A volte, però, con le sue mani bianche e delicate, arriva là dove forse sarebbe meglio che non arrivasse …
Un giorno che ero in vena di scherzare, le dissi molto serio: “Sembra, mia cara Ivette, che questo mio corpo sia sottoposto ad un processo degenerativo generale. Non le pare?”
“Comunque Le assicuro che Lei è ancora un gran bell’uomo, Signor Ibrahim – mi rispose lei sorridendo – Era questo che voleva sentirsi dire da me…?”

***

Son già trascorsi cinque anni da quando Ulrike dette alla luce il nostro figlio George. È un bambino bellissimo con la carnagione olivastra come la mia e due occhi scuri e profondi.
Per il timore di un contagio, raramente può venire a trovarmi con la mamma, e quando ciò accade, entra nella mia camera e si fa serio per il mio aspetto sofferente, ed anche per un po’ di soggezione che ha sempre avuto nei miei confronti.
Nei giorni in cui la tosse mi dà un po’ di tregua, lo tengo sulle ginocchia ed accarezzo i suoi capelli lunghi e neri. Poi lo faccio sedere accanto a me, così posso guardare l’album dei suoi disegni. A dire il vero, più che disegni, sono agglomerati di forme geometriche tondeggianti. Eppure, in questi piccoli esperimenti io ci vedo già dei simboli o qualcosa del genere.
“Penso che se da grande farai il pittore – gli dissi un giorno – amerai il simbolismo come me”. Lì per lì, sembrò che m’avesse ascoltato con interesse. Poco dopo, invece, mi disse dubbioso: “si vedrà papà, si vedrà…”

***

Fin dal primo giorno che mi sono ricoverato qui, al Sanatorio Vallesana, ho fatto amicizia con un giovane di appena vent’anni. Si chiama Franz Keeperman.
Per come parla, si capisce subito che è una persona molto sensibile. È curioso come col suo viso aperto ed intelligente riesca sempre ad incantare tutte le infermiere.
Inoltre ha una cultura fuori dal comune per la sua età, perciò io l’ascolto sempre volentieri. Gli sono anche grato perché in poco tempo mi ha insegnato a comprendere ed a parlare correttamente la lingua italiana. E poi, il trascorrere delle giornate insieme a lui, così giovane, mi fa sentire meglio, non tanto nel corpo quanto nello spirito.

***

Spesso, in attesa del pranzo, stiamo fuori all’aperto per osservare gli abeti tutti uguali che fanno da quinte alla facciata del Sanatorio. È proprio da questo punto che nel pomeriggio si sente l’Adda scorrere più rumorosamente che mai ai piedi della montagna. Quando poi c’è il sole e l’aria è tersa, da quassù si vede l’acqua danzante sotto un torrente di luce.

***

Il parco che si estende dietro il Sanatorio è bello ma molto triste. Forse sarà per la sua vegetazione così fitta che sembra voler nascondere chissà quali segreti. Così noi passeggiamo lungo il viale degli abeti che sprigionano un buon profumo e si stagliano chiari sulla montagna come una lente sotto un cielo blu pavone.
Quando tira il vento, gli abeti ondeggiano paurosamente. Se c’è calma, invece, piegano solo un poco le cime, in un modo che sembrano provare per noi un po’ di tristezza.
In certi giorni osserviamo gli altri malati che camminano penosamente silenziosi, sembianti ad ombre sbiadite che s’ incontrano con altre ombre.
È già un mese che è arrivata una malata di tubercolosi, una giovane ragazza, esile ma molto bella, che ogni giorno passeggia nel viale con un giovane dottore, appoggiando il capo sulla sua spalla come in un tenero abbandono. Si vede che ne è molto innamorata. Spesso li vediamo camminare fianco a fianco, e lui le tiene il braccio intorno alla vita per sorreggerla.

***

Durante le passeggiate, parliamo di pittura ed di musica, di cui Franz è un vero appassionato, e se gli argomenti del giorno sono J. S. Bach1 o Franz Schubert2, non facciamo altro che parlare di loro fino all’ora del pranzo.

***

Tre mesi or sono, Ulrike venne a trovarmi all’improvviso e si sedette sul mio letto, accanto a me. Allora la baciai sulle labbra ed osservai ancora una volta l’azzurro infantile dei suoi occhi, ogni suo gesto ed ogni espressione del suo volto.
Mi ricordo che il giorno precedente avevo riletto la sua ultima lettera e m’era parso chiaro il bisogno di lei di avere accanto un uomo.
“Mi manchi, Siraj” mi disse ora ad un tratto. Poi volse il viso dall’altra parte ed uscì dalla mia camera col pretesto di andare a vedere dove era andato il piccolo George.
Dalla finestra vidi allora Ulrike ancora piena di vita, mentre cercava il nostro bambino che in quel momento si lasciava rotolare su di un prato in pendio. Ebbene, quella notte, pensando a lei, non dormii mai.

***

Ogni volta che Ulrike sta per arrivare al Sanatorio, il mio cuore batte come quello di un giovane innamorato. Così, nel pensiero la seguo in ogni paese che incontra venendo quassù: Bormio, Tirano, Bolladore, Grosio, Sondalo e sto in ansia fino a quando non la vedo apparire all’inizio del viale, alla guida della Isotta Fraschini che le regalai il giorno del nostro matrimonio.
Poco dopo la osservo davanti all’ingresso, mentre si toglie il lungo impermeabile chiaro, la cuffia di pelle e gli occhiali aderenti al volto.

***

Accade spesso che nel togliersi la cuffia, le si sciolgono i capelli sulle spalle e se passano lì vicino i dottori, la guardano così… per curiosità, perché è una donna ancora molto bella.
Prima di sposarci, la chiamavo “pagoda nera” per i suoi capelli ricciuti, cortissimi, a forma di pagoda.
È così che la ricordo ancora in quel giorno che l’ho conosciuta: era alta, aveva un’aria sofisticata e con uno stile veramente unico, indossava un abito di seta color pervinca, disegnato da Kolo Moser. In seguito si fece crescere i capelli ed ora li porta raccolti in un modo che le danno l’aspetto di una signora molto raffinata.

***

Quando piove o fa freddo, passo il tempo leggendo le riviste d’arte che parlano anche delle mie opere che in questo periodo stanno incontrando un certo interesse fra gli amanti della pittura.
È per questo che ogni giorno che passa, ho il desiderio di essere a Vienna, per respirare l’aria della mia città, frequentare i vecchi amici e visitare le numerose Gallerie d’Arte.

***

Il mese scorso venne a trovarmi il mio amico Jurgen Stolber, meno giovane di me di soli due mesi, essendo nato il 4 Luglio 1868.
Jurgen, che da tempo è un pittore famoso, (di lui si parla come “Il Decoratore d’Austria”), mi guardò con affetto, come sempre.
Erano anni che non ci vedevamo e – non ricordo bene il perché – lo guardai come si guarda un ritratto nostalgico della fase cruciale della nostra giovinezza.
Così cenammo insieme, parlando dell’arte che ci accomuna e dei suoi successi.
Ad un tratto mi domandò se mi ricordavo ancora il giuramento che ci eravamo fatti da ragazzi nel faggeto.
Come avrei potuto non ricordare?
Era di Giugno, il tempo della mietitura: le ore passavano roventi sugli immensi campi di grano e la foresta oltre il frutteto era immobile.
Già da due anni erano morti i miei genitori, perciò vivevo a Baumgarten, un sobborgo di Vienna con la nonna materna di religione cattolica, come lo erano da secoli tutti gli Bajacharya.
La casa di Jurgen, quella con le guglie ed il tetto d’ardesia, era molto vicina alla mia e spesso anche lui era solo. Suo padre, infatti, era sempre all’estero per affari, e sua madre, per gran parte dell’anno, dava i concerti al pianoforte nelle più grandi capitali Europee.

***

Quel giorno eravamo seduti sotto un albero di faggio osservando lo scorrere lento del fiume, quando lui, molto serio, mi propose di giurarci a vicenda che saremmo stati amici per sempre. Tutti e due allora, giurammo con la mano destra alzata. Poi, di corsa attraversammo nudi il faggeto e ci tuffammo nel fiume.
Quando io uscii fuori dall’acqua, vidi che Jurgen si era già steso sul greto del fiume dove ora dormiva, o almeno così sembrava.
Dopo tre secondi, infatti, mi guardò e poi disse, scherzando, che se avesse avuto un corpo come il mio, avrebbe voluto tutte le ragazze di Baumgarten ai suoi piedi. Ecco, Jurgen era così in quegli anni: era un giovane che al contrario di me si divertiva un mondo a dire cose del genere con gli amici.

***

Passati nel soggiorno, mi domandò se avevo notato un miglioramento della mia salute, ma non sapendo io cosa dirgli in quel momento, gli tracciai un segno nell’aria che voleva dire tutto e niente. Allora, per vedermi sorridere un poco, mi ricordò quella volta che si era aggiudicata la fama di conquistatore di ragazze a Baumgarten.
Avevamo tutti vent’anni o poco più, e quel pomeriggio eravamo nel suo casolare, luogo deputato agli incontri amorosi.
Ad un tratto Giuditta si era denudata i seni. Poi si era avvicinata a Jurgen con la bocca aperta, e lui l’aveva stretta fra le sue braccia, baciandole la gola mentre scostava la testa. Era bella Judi in quel momento: aveva due occhi che traboccavano di eccitazione e dicevano quanto era capace di dare piaceri intensi e violenti. D’altronde, era “una ragazza piena d’ardore vitale”, e per questo era stata “molto intima” con tanti giovani del sobborgo.

***

All’improvviso si fece buio senza che noi ce ne accorgessimo e così ci salutammo.
E nel vedere il mio amico andar via con Judi, ripensai a quei giorni trascorsi insieme a Vienna, in particolare a quella sera che per ore ed ore parlammo della guerra mondiale, del libero arbitrio, dell’interesse dei viennesi per l’arte e la musica, ed anche della nostra amicizia.
Jurgen, allora, disse che questa era così profonda, non tanto perché eravamo cresciuti insieme, quanto per l’intesa perfetta che c’era sempre stata fra noi, che si riconduceva a quelle che W. Goethe aveva chiamato “affinità elettive”.
Ed in quel momento mi ricordai che, fra le altre cose, tutti e due provavamo un irresistibile fascino per l’eterno femminino, per quell’immutabile essenza femminile di cui eravamo sempre circondati nei nostri atélier ed altrove.
Avevamo in comune anche un grande amore per la musica. Io amavo Schubert e lui Beethoven, la cui nona sinfonia l’aveva tanto inspirato per il “Fregio di Beethoven”, la sua grande e famosissima opera.

***

È pur vero che dopo i primi vent’anni passati insieme a Baumgarten, ognuno di noi aveva avuto un modo suo personalissimo di pensare e d’interpretare l’arte della pittura. Col tempo, quindi, avevamo percorso strade assai diverse. Comunque, ogni occasione era buona per parlare dei nostri problemi, ma più ancora, delle inaugurazioni delle mostre personali a Vienna e dintorni.
Diversi fra loro, però, erano stati anche i rapporti veri con le donne e devo dire che al contrario di me, che avevo sposato Ulrike, l’unica donna della mia vita, lui non aveva fatto altro che fuggire da una donna per irrompere in un’altra.

***

Ricordo una sera d’estate che dopo esserci scambiate delle nuove idee sulla pittura, era caduto il silenzio fra noi, come quando restavamo soli a dipingere senza dire mai una parola e dopo ci accorgevamo che i nostri pensieri avevano seguito lo stesso corso.
Ed ora, nell’osservarlo meglio, mi accorsi di come era cambiato da quando ci eravamo iscritti alla Scuola delle Arti e Mestieri a Vienna. Era davvero ingrossato ed aveva perso molti capelli, però gli era rimasto un ricciolo alla sommità del capo, del quale sembrava avere una certa cura.

***

Quando mi coricai, mi venne in mente quella sera che Jurgen aveva dato una grande festa nella sua villa, perché aveva ricevuto la sua prima onorificenza dall’Imperatore in persona.
Aveva invitato modelli giovanissimi, assai famosi per i loro vizi uguali, in tutto e per tutto, a quelli innominabili dei Greci, nonché belle ragazze, “teneri virgulti del libero amore”, così le chiamava lui scherzando.
Entrando nella bellissima sala, osservai alcuni che sorseggiavano l’assenzio, il cognac o lo champagne, mentre altri ancora, sniffavano tranquillamente la “kokain”, di cui faceva un certo uso anche Freud.
E lì, in un angolo, un po’ appartati, c’erano dei rampolli dell’alta borghesia viennese che si facevano servire alcune “sostanze ricreative” in tazzine di finissima porcellana.

***

Intanto dei giovini si ubriacavano e si denudavano. Delle coppie, invece, erano già alle prese con inenarrabili pratiche amorose. Fu allora che io sentii l’aria satura di fumo, di sudore e di sesso. E di lì a poco, mi sembrò che fra quei corpi nudi, fosse sceso Eros avvolto in un manto di porpora…
Più tardi fece il suo ingresso Danae, col bel viso nascosto da una nuvola di capelli rossi. Ricordo che mi fissò con la lama dei suoi occhi, e poco dopo, nell’avvicinarsi ad Jurgen, gli disse, a voce alta, che smaniava di far l’amore con due insieme, contemporaneamente. E poco dopo, assalita da fremiti trasgressivi, si sdraiò lì, pronta ad offrirci l’incanto della sua carne.
Nel frattempo io mi ero addormentato ubriaco di assenzio, ma di lì a poco mi svegliai dal torpore e mi ricordai che avrei dovuto partecipare ad un rapporto sessuale contrario ad ogni mio principio morale.
Allora mi alzai di scatto e tra due ali di ammicchi, risatine e colpetti di tosse, attraversai velocemente la sala infestata dagli odori più nauseanti, e raggiunsi il grande cancello della villa.
Sentivo la nausea ed un dolore alla bocca dello stomaco e feci appena in tempo ad uscir fuori per strada che vomitai anche l’anima.
Ero sudato e completamente nudo. Così mi misi a correre sotto la pioggia per ripararmi sotto l’unico albero della Erdbestrasse.

***

Il giorno dopo Jurgen venne a trovarmi all’atélier, mentre io stavo dipingendo un grande pannello con scene di caccia e nudi femminili.
“È molto bello questo pannello… Chissà, forse mi stai già superando! – disse ridendo – Se sei d’accordo, potremmo allestire una mostra con le nostre ultime opere… Sai, ne parlerebbero anche i giornali e poi sarebbe un evento a Vienna!”
Era la prima volta che mi faceva una proposta del genere, perciò fui d’accordo per allestire una mostra il mese prima di Natale.
Passarono dieci minuti durante i quali Jurgen guardò attentamente alcuni miei quadri. Poi, molto serio, disse che la sua era stata una cattiva idea l’avere invitato Danae alla festa e che era dispiaciuto per me. “Lo sai, lei è fatta così… – aggiunse – e poi, io ero più ubriaco di te. Perciò, devi credermi Siraj, non avevo inteso cosa avesse voluto dirmi con quella frase.”
“Ora, però, ascoltami, Siraì – disse poco dopo – è da tempo che sei molto serio. A volte te ne stai lì, in disparte, e fai in modo di non essere avvicinato dagli amici. In certi momenti sembra che tu voglia dirmi qualcosa e poco dopo, invece, ti allontani. Allora guardami, Siraj: stai per caso fuggendo da qualcuno o da qualcosa?”
“Un giorno ti dirò tutto, Jurgen, ma non ora” gli risposi piano.
“Va bene – lui disse – quando vorrai, un giorno ne parleremo, e quel giorno dovrai aprirti con me, perché io sono il tuo amico, ricordatelo sempre!”
Passarono molti anni da quel giorno, ma non gli detti mai la risposta, e solo Iddio sa quanto, nel tempo, il mio silenzio si sarebbe rivelato il più grande errore della mia vita.

***

Siamo già a metà Aprile, ma quando tira molto vento, mi trattengo nella sala di lettura, sfogliando le riviste che spaziano anche nel campo culturale.
In questi giorni vi sono pagine e pagine dedicate a Johannes Brahms, di cui ricorre il ventesimo anniversario della morte. In un articolo si è ritornati a parlare del fascino che ha sempre subito del rifiuto. In una sua biografia si legge che durante la sua vita bruciò una buona parte delle sue opere perché non le riteneva buone.
Ma ciò che mi ha più incuriosito, è stato un articolo di un giornalista che qui riporto fedelmente: “Nel triangolo Johannes Brahms, Robert Schuman e sua moglie Clara, il rapporto più intenso non è stato tra Johannes e Clara, come alcuni critici hanno scritto più volte, bensì fra l’avvenente e biondo Johannes dagli occhi azzurri e l’amico Robert. I due si comprendevano come altri musicisti amici, nel passato, non si erano mai compresi, nemmeno nella pur straordinaria ed intensissima relazione tra Haydn e Mozart.”

***

Da quando è scoppiata la guerra mondiale, le notizie che m’interesano maggiormente sono quelle provenienti dall’Italia. Perciò Ulrike riserva sempre una pagina della sua rivista alle notizie che arrivano da questo paese che io amo per i suoi patrimoni d’arte. Come queste, ad esempio:
“Da tempo, Giuseppe Verdi non vede di buon occhio il flusso della musica tedesca in Italia, da lui definita “la calata dei Germani”.
“In alcuni ambienti musicali la musica da camera tedesca viene anche chiamata “la tortura del quartetto”; Da un anno o forse più, gli italiani hanno soprannominato l’Imperatore Francesco Giuseppe “Cecco Beppe”.
Ebbene, è stato dopo aver letto questo articolo, che un uomo molto anziano, forse un generale in pensione, si è rivolto verso di me col viso paonazzo, dicendomi a voce alta: “Wenn ich junger waere, dann wuerde ich diese schweine italiener mit meinen eigenen haenden umbringen!”, che, tradotto alla lettera, vuol dire: “Se io fossi più giovane, ora ammazzerei questi porci italiani con le mie stesse mani!”

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Stamattina ho ricevuto una lettera del vecchio Hermann Zuendji, un vero intenditore ed esperto commerciante di quadri. Mi ha fatto sapere che il mese scorso ha organizzato una mostra delle mie ultime opere che sta ottenendo ancora un grande successo.

Nel frattempo ho dipinto “Tramonto ad Istanbul” e, come accade spesso, mi sono imbrattato le mani di vernice d’oro che in alcuni quadri la uso con pennellate colorate, stese a piccoli tocchi che suggeriscono l’impressione del mosaico. Ho già delle idee nuove e fra pochi giorni porterò a termine altri due quadri: “Le due verità” e “Notturno”.

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Son già passati altri otto mesi e sembra ancora lontano il giorno che sarò dimesso dal Sanatorio. Ci sono dei giorni in cui vedo svanire nel nulla tutte le mie speranze e tutte le mie illusioni d’artista. Ma poi rifletto su quante storie tristi e su quanti veri drammi si stanno consumando tra le pareti del Sanatorio. Ne ho conosciuti già molti di questi malati e, ringraziando il Signore, c’è qualcuno che è ancora sorretto dalla speranza.
E’ la prima volta che provo tanta pena per le persone sofferenti e forse è per questo che ogni giorno che passa, mi sto riavvicinando sempre di più alla poesia.

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Ieri pomeriggio è venuto a farmi visita un mercante di quadri, un certo Rudolph Stein o Stain che mi ha molto incuriosito per i suoi occhi furbi ed intelligenti, sotto una fronte candida e larga come una nuvola.
Dopo i soliti convenevoli, mi ha chiesto di poter vedere i miei recenti lavori, ma io gli ho detto che al momento non potevo fargli vedere niente. E lui, fumando sempre come un turco, come era venuto, così se ne è andato via. Allora il mio pessimismo, che si è accentuato molto negli ultimi tempi, mi ha fatto pensare che forse l’interesse del mercante non sia stato per vedere i miei dipinti ma per constatare di persona quanto tempo mi resta ancora da vivere…

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Domenica scorsa ascoltai la S. Messa nella Cappella del Sanatorio e mentre il Sacerdote recitava il Credo, mi ricordai quel giorno in cui fui presente alla prova generale del Requiem di Mozart. Mi trovavo per caso nella Cattedrale di Colonia, e quando i violini dettero l’inizio al “Lacrimosa”, provai dentro di me un senso di pietà e di pace infinita.
E stamattina, pensando a questo capolavoro della musica sacra, ho sentito il desiderio di dipingere un pannello con un soggetto religioso di grande impatto, ed ho pensato subito alla “Crocifissione di Gesù”.

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Alle dieci di stamattina ho provato fatica a respirare, ma nel pomeriggio, quando è arrivata Ulrike, mi sono sentito meglio. Così, tutto d’un fiato, le ho descritto come io vedo il dramma della Crocifissione e come lo porterò sul pannello. “A Gesù darò il volto di mio fratello Ernst – le ho detto – e lo ritrarrò nel momento in cui, rivolgendosi a Dio come uomo, Gli domanda, alzando gli occhi al cielo: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Alla Madonna darò il tuo volto, e sotto la croce dipingerò l’apostolo Giovanni col volto di mio fratello George”.
Poi l’ho guardata negli occhi e l’ho pregata di starmi vicino mentre avrei dipinto il pannello. Allora Ulrike mi ha preso il viso fra le sue mani e me l’ha stretto al petto.
Ma all’improvviso m’assillano i ricordi che divorano la mia coscienza e davanti agli occhi vedo mi scorrere tutta la vita, nonché i fantasmi del mio passato: mediatori, galleristi, critici, tutti personaggi con i quali sono sceso a compromessi.
Ed in quei momenti c’erano sempre delle persone che conoscevo, e con pochi scrupoli, che mi dicevano: “Ora non ci pensare più. Sai, a volte la vita onesta è un deserto di noia!”

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[continua]


Note

1 Ascoltando i “Concerti Brandeburghesi”, W. Goethe si espresse così, parlando di J. S. Bach: “La musica di Bach è come un soliloquio di Dio prima della creazione”.

2 Per Schubert, scrivere musica era come ricreare con animo terso un piccolo frammento del mondo che è racchiuso entro il vibrare della forma musicale, cioè la forma fatta di suono, di materia che si fa suono”
“La musica è un’arte lenta” sembra avesse detto un giorno il compositore “che richiede pazienza, assiduità, riflessione”. Non a caso, Robert Schuman, parlando con gli amici delle composizioni del musicista viennese, con ironia le chiamava: “le divine lunghezze”.
E queste sono le parole che Franz scrisse prima di iniziare il suo “Winterreise”: “Come un estraneo sono comparso, come un estraneo me ne vado” Ma poi disse anche: “L’amore ama girovagare”. Nostalgia, certo, ma anche desiderio. E Speranza.


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