Grilli in una mano

di

Nadia Zoli


Nadia Zoli - Grilli in una mano

14x20,5 - pp. 128 - Euro 11,50
ISBN 978-88-6587-9726

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In copertina: «Little girl and bear» © Kevin Carden- stock.adobe.com


Prefazione

Nadia Zoli sente e vive la scrittura come un processo magico che si alimenta della sua capacità di sorprendersi davanti alle meraviglie della vita, in un continuo slancio vitale pervaso di sentimenti autentici e d’un invidiabile desiderio d’entusiasmarsi per le “cose semplici”, che diventano un tesoro da custodire durante il cammino di questa nostra vita.
Il libro di Nadia Zoli, che ha un bellissimo titolo, “Grilli in una mano”, diventa specchio fedele delle sue intenzioni narrative e riconduce ad una visione ammantata di profonda umanità ed estrema sensibilità, costantemente proteso ad innalzare la sua Parola ad una dimensione superiore, dove le “occasioni della vita” s’illuminano e riescono a toccare il cuore nel profondo, fino a suscitare l’animo, nelle pagine dove si fa più intenso il racconto.
Durante il processo narrativo emerge un forte e vibrante recupero memoriale della protagonista, una ragazzina che si chiama Anna, la quale ripercorre le varie esperienze vissute, in una miscela di affetti familiari e dolci ricordi; incontri che hanno segnato la sua giovane età; facendo i conti con la malattia, fino all’epilogo che vedrà la sua guarigione.
Il ricordo che domina la scena è sicuramente quello dello zio Tonino, che assurge a figura simbolica del suo mondo di bambina: lui è un uomo “alto e grande”, “perché è pieno di grilli in testa”, e lei ama ascoltare i grilli e tenerli in mano insieme all’amato zio che, per renderla felice, le regalerà un bel grillo, in occasione del suo primo giorno di scuola.
Lei è una ragazzina intelligente, attenta, curiosa e vuole fare l’entomologa, e lo zio l’aiuterà ad entrare in quel mondo fantastico e misterioso, regalandole anche un libro sugli insetti e conducendola ad osservare la natura nelle sue manifestazioni e a conoscerla, scrutando le sue piccole “creature”.
Le pagine del libro scorrono veloci e i ricordi riconducono alla tranquilla vita a Villafranca, dove tra le poche case immerse nella campagna ed un solo negozio dove “si vendeva di tutto”, v’erano anche dei “bellissimi roseti”, tra i quali lei poteva ascoltare i grilli ed immergersi in quel mondo naturale tanto adorato.
La narrazione di Nadia Zoli diventa una miscela alchemica che trasporta in un viaggio coinvolgente, tra le vicende della scuola e gli scherzi con i compagni di classe (come non ricordare il “rospo Osvaldo”); le avventure al Castello di Caterina Sforza; la figura della catechista suor Lupina e il giorno della prima comunione; i ricordi delle vacanze in montagna nel paese di Casalbuono e numerose altre vicende che arricchiscono il racconto.
Poi si verificherà un evento che stravolgerà momentaneamente la vita di Anna a causa della perdita della memoria e gravi problemi a camminare, ma sarà ancora lo zio Tonino a venire in suo aiuto e prendersi cura di lei, con tutto il suo amore.
Ecco allora che la vita si apre alla dimensione d’una narrativa del cuore, e la Parola di Nadia Zoli si ammanta di dolcezza infinita che lei profonde a piene mani, fino a diventare struggente, sempre attingendo dal suo universo emozionale che viene illuminato dal desiderio di raccontare con spontaneità e genuinità, per cogliere l’autentica sostanza della vita.

Massimo Barile


Grilli in una mano


Alla mia amica Annalisa Gellini
una mano sulla testa


L’INIZIO FU ROSA


Venni al mondo così:
“Impregnata dentro la ruota del giorno,
quella ruota che all’improvviso si fa mattino
e poi ritrovati vien la sera;
e la notte, la notte è così,
ci sorprende…
ci sorprende sempre in quel baleno
di pensieri e di audaci sogni,
– viandanti sogni –,
con le valigie piene di sfide
o alcune,
solo pieni di pochi abiti
avvolti in carta di giornale”.

Nacqui a Forlì in un lontano 1967, per caso… come per caso nascono tutti i bambini del mondo in una giornata tiepida, sì, il sole non avrebbe abbondato di arrogante calore e le nubi non si sarebbero ingrigiti di freddo, perché giugno è proprio così, nel bel mezzo delle stagioni.
Per mia madre era il terzo figlio. Quando si trattò di un “file” di parto,
“Nella cartella figli,
cliccare con mano destra sulla cartella,
poi cliccare ancora,
sempre con la mano destra,
in un punto bianco,
cliccare su nuovo file.
Nominare il nuovo file:
terzo figlio/figlia”.

…divenne una mamma più scaltra, non andò in ospedale né un giorno prima, né per i dolori più docili (fra virgolette docili), né dieci ore prima per i dolori più forti, no, ci andò a… puntino. Le mamme imparano, se hanno tanti figli, ad essere più “sveglie”… delle sveglie a puntino…
Mia madre fu accompagnata in ospedale la notte del primo giugno, era una tarda notte… di quel buio estivo: non è un nero forte invernale dove nulla si nota, dove per le strade sono accesi, sì e no, i lampioni di turno e il poco traffico non esige la pattuglia di polizia di sorveglianza… Mio padre poteva andare di fretta… Aveva tanta fretta… Mia madre fu portata in ospedale con un furgoncino Bedford rosso…
I furgoncini Bedford erano la storia di quell’epoca, parcheggiati in qualunque zona e spesso erano vestiti.
“Vestiti?”
Sì, con le tendine colorate nei finestrini, e con delle enormi facce di leone o aquile giganti disegnate sul parabrezza…
Alcuni belli, bellissimi e colorati, con varie scritte grandi che prendevano tutta una fiancata. Le gomme piccole nere con i cerchioni bianchi o gialli per risaltare di più… e i piccoli rigolini degli sportelli con colori diversi dal furgoncino…
Altri li vedevi scassati e il rumore forte della marmitta fracassata non restava indifferente ogni volta che passavano per qualunque strada. Scassato o non scassato bello o non bello, aveva delle incredibile maniglie giganti nel portellone di dietro… che tirandolo all’insù poteva fare da riparo dalla pioggia e dal sole.
Questi furgoncini giravano per tutte le strade e verso notte erano illuminati all’interno: sembravano delle casine illuminate che girovagavano per le strade, per alcune persone erano la seconda casa; la casa per la villeggiatura; altre persone li utilizzavano per lavorare, strapieni di scatoloni o altro da trasportare. Senza trascurare loro.
“Loro”?
Chi può dimenticare loro? Quei tipi strani, con la camicia variopinta aperta senza tutti quei bottoni in fila, con i capelli lunghi fino a metà schiena. Usavano il furgoncino per trasportare tutte le loro musiche, i loro strumenti… le loro idee che viaggiavano per il mondo e portavano tutto ai concerti, alle balere… già una volta c’era la balera… come diceva mio babbo: la balera…
Attenzione! Attenzione! Ci stiamo distraendo!
Parcheggio veloce del furgoncino Bedford. Ora la cosa più importante per i miei genitori era che: io stavo per nascere.
Quando mia mamma arrivò in ospedale riuscì a malapena a salire su un immenso ascensore per barelle assieme ad un dottorino di ospedale, con il camice bianco tutto stirato alla perfezione ed io venni al mondo velocemente, senza troppi pensieri, senza troppi Bedford o balere per la testa e senza tanti pensieri sulle stirate dei camici.
Tra le undici e mezza e mezzanotte io nacqui, proprio tra l’uno e il due giugno… una bambina di pochi chili, osservata come si osservano i dipinti dietro lastre di vetro con scritto: vietato toccare… vietato fotografare…
Se è vero che in circolazione c’erano i Bedford è vero anche che era il periodo anche del Cicciobello. Nacqui così, tonda, come quei bambolotti gonfi con braccia e gambe di plastica e un corpo di gommapiuma rivestito. Avevo tanti vestitini, regalati, necessari per i primi mesi. A volte non si percepiva se le nonne con i ferri e la lana, facessero il vestitino al nipotino oppure del Cicciobello, insomma, nacqui neonata…
Dichiararono in comune che nacqui il due giugno, perché una suora che era di servizio all’ospedale disse a mia madre di segnarmi il due giugno, così sarebbe sempre stato un giorno festivo… io nacqui il primo giugno e mi segnarono con un giorno in meno…
…E così fu fatto, nacqui il due giugno del 1967, non nacqui né sotto un cavolo e neppure mi portò la cicogna, nacqui proprio all’ospedale grande, così come nascono i bambini, con il babbo e la mamma.
Avevo due giorni, avevo due buchi nelle orecchie e due orecchini in oro con una perlina rossa e forse, senza forse, tra un orecchino e l’altro sono stata battezzata, proprio nella chiesina dell’ospedale, senza tante cerimonie, senza tanti confetti, solo la mia famiglia e, ovviamente, io.
Tutti, piccoli o grandi, bambini, uomini e donne, perbacco tutti conoscenti, continuavano a venirmi a trovare. Sguardi contenti, ma soprattutto lo erano i miei familiari: dopo due grandi maschietti, finalmente una femminuccia che assomigliava al suo babbo, alla sua mamma, al suo nonno e alla nonna, allo zio di mia mamma, insomma assomigliavo a tutti; perfino le mie orecchie assomigliavano a qualcuno, avevano tutti un piccolo pezzo di me.
Mio padre non riusciva a strapparsi il sorriso di dosso, sorrideva dalla felicità di avere una femminuccia, mio nonno venne tre volte in un giorno e uno zio, “uno zio” che mi bussava alla vetrata con gli occhi che brillavano come delle stelle, con il cappello… – già, mio zio portava il cappello… – mi guardava nel suo silenzio.
Passarono tre giorni e mi portarono a casa; mi appoggiarono su una culla di vimini, con i lenzuoli rosa ricamati a punto erba, con il cuscino rosa, insomma una case di rosa…
Ogni due ore mia madre mi dava il latte; questo latte di mamma era ben confezionato: mi si avvicinava, mi allattava e mi copriva le spalle; mentre oltrepassava la porta per aggrapparsi alle altre due ore di sonno, io me le riscoprivo; lo faccio ancora, mi piace avere le spalle scoperte, anche se l’inverno scuote la finestra… le spalle, si ricordano di uscire…
Ho iniziato a camminare presto, con i vestitini bianchi, le berretta con il nastrino, oppure la fascettina a mo’ di indiana sioux. Avevo pochi pensieri nella testa e tanta chiacchiera, una buona marcia di parole che venivano fuori all’improvviso, non proprio ben definite, ma chiacchieravo.
Avevo mio padre e mia madre, falegname e commerciante in mobili: lavoravano tanto; avevo mio nonno e mia nonna, ambulanti al mercato: lavoravano tanto. Avevo mio zio, non era uno zio di parte di babbo o di mamma, in quanto i miei genitori erano figli unici, non aveva un’auto e tanto meno un furgoncino, non lavorava ma aveva tanta, sempre tanta voglia di stare assieme a me… sicuramente io non gliel’avrei reso impossibile.
Sono cresciuta così, con uno zio pasticcere, no, solo tanto pasticcione, con poche cravatte sulla camicia, spesso spettinato, con vestiti diseguali, amante della natura, dei grilli dell’estate, delle biciclette e dei circhi costruiti con tronchetti di legno sul tavolo della cucina con un’infinità di animali finti tutti in fila per il grande debutto. Sono cresciuta con il mio babbo, il babbo sempre presente la domenica, con quei disegni della Walt Disney ricalcati su un foglio di carta e colorati a modo nostro; con mia madre che “addomesticava” la casa con diligenza e severità, come fanno tutte le mamme e con i miei fratelli Antonio e Giorgio.
Io mi chiamo Filomena, Claudia, Lucia, Antonia, Francesca, Luisa ed infine Anna: mi chiamo Anna perché mio zio non ne poteva più di sentire tutti quei nomi senza riuscire a decidere come chiamarmi.

[continua]


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