Spettatore di un sogno

di

Roberto Silleresi


Roberto Silleresi - Spettatore di un sogno
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Poesia
15x21 - pp. 40 - Euro 5,70
ISBN 88-8356-438-3

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Questa pubblicazione è stata realizzata con il contributo de IL CLUB degli autori in quanto l’autore è 2° classificato nel concorso letterario “A. Starace” 2000 e 2° classificato nel concorso letterario “Olympia-Città di Montegrotto Terme” 2001


Prefazione

In questa raffinata silloge Roberto Silleresi crea e plasma a suo piacimento le innumerevoli immagini e come esperto equilibrista rimane sempre sospeso sul filo tra realtà e sogno.
Egli sente sulla propria pelle, quasi come fosse ferita necessaria a testimoniare la sua condizione di interprete del tempo, il graffio antiquario del tempo stesso; egli si spinge quasi a giocare col tempo per non togliere il gusto alla sua esistenza inesorabilmente fragile.
Ecco allora che con una rappresentazione mirabile si definisce un ragno pendolante/ai fogli caduchi del calendario con la consapevolezza di avere per sé un segmento pregiato di vita da spendere.
E poi ancora si fa sagoma di terracotta/galleggiante sull’oblìo… inquilino del sottobosco… imbonitore dalla mimica lunare… farfalla adescata da fiori dipinti… sempre presente alla balaustra della vita di ungarettiana memoria.
Soggiace umanamente solo al tempo inesorabile, al tempo che come un male inguaribile condensa le gioie in silenzi ostili/dilata i giorni di dolore dentro il cuore: La vita è sogno/presenza sotto la sabbia/un silenzio tagliente/di cocci di bottiglia.
Il poeta parla candidamente, trema allo stigma del vento, s’intenerisce ad ogni fiato d’aurora, ciondola in una lirica scabra di stagioni e di risvegli, smette di inseguire i sogni, e poi conta i sogni ammonticchiati dal vento, è coetaneo della luna, si riconosce in una lacrima del mare, registra le umane nequizie/ senza provare nostalgia per il futuro, tramuta in poesia l’informe incoerenza del destino, lavora di bulino in una vita sincopata dal rituale dei sensi, risciacqua l’anima in mare, srotola l’anima, stringe amicizie con voci senza volto.
Che dire di più? Credo sia impresa ardua definire in poco più di due pagine la poesia di Roberto Silleresi che come vomere dissoda il terreno dell’esistenza umana e risemina, stagione dopo stagione, con una sapienza d’aggettivazione ed una esperienza ormai consolidata nel fertile campo della poesia.
I suoi volteggi diomedei (quali reminiscenze) da albatro capace di volare ininterrottamente per grandi distanze e, nonostante tutto, ancora capace di conservare identica la vista acuta anche ai bordi della tempesta, non sono altro che i suoi giorni di uomo, le sue stagioni, la sua vita.
Come spettatore di un sogno, l’uomo e poeta, osserva e vive l’arte come cimelio del viaggio d’un giorno speso a contare le rughe davanti allo specchio ed ogni sequenza catturata è plasmata in modo tremendamente efficace e si incarna sempre nello sguardo del poeta stesso la cui capacità lirica riesce a testimoniare il proprio esistere: senza sbavature, senza infingimenti, senza orpelli di sorta ma solo con la parola pura.
Una voce elegante e raffinata.

Massimo Barile


Spettatore di un sogno

A quanti hanno raccolto pietre di fiume
per ridare il sorriso ad un pupazzo di neve

A quanti hanno ancora voglia di stupirsi
davanti alla cupola del sole
in un’alba qualunque.


INTERPRETI DEL TEMPO

Sento ancora il graffio antiquario del tempo
quando vedo la sua ombra sul volto delle case.
Frivoleggia al mio polso un presente piatto
recintato in un canovaccio a soggetto
di attimi persi e secoli trovati per caso.
Se smettessi di giocare con il tempo
toglierei gusto alla mia esistenza.
Sono un ragno pendolante
ai fogli caduchi del calendario.
Ho abbastanza confidenza con il sole
per imporre un nome al suo cammino nel cielo.
La mia tela attecchisce nei laboratori
che ripetono asettici il passato
e sezionano i secondi
per copiare il cuore delle stelle.

Ho un segmento pregiato di vita da spendere.
Lo affido alle notti che non ho misurato,
ai sogni senza cera, amalgama
di anniversari palpati solo dal vento.
Ma il tempo è un male inguaribile
condensa le gioie in silenzi ostili,
dilata i giorni di dolore dentro il cuore.
In questa mobile immagine dell’eternità
ho letto di alberi secolari
in fuga verso terre accoglienti.
Saranno gli unici a piangere la scomparsa del mare.
Io – uomo mai nato – avrò già dimenticato
quanti minuti decorarono la mia vita.


SOLSTIZIO D’ESTATE

Preambolo d’estate,
la notte è breve
come il fuoco
nel corpo di uomini bradi.

Attraversano strade,
hanno il cuore nel tempo,
occhi bruciati dal vero
e deboli pensieri.

La vita è sogno,
presenza sotto la sabbia
un silenzio tagliente
di cocci di bottiglia.

Si è fatto giorno…
In uno spigolo di mondo
torna a volare
l’anima stanca delle cose.


COMPARSE

Mi riconosco sulla coda dello specchio,
in questo volto appuntito nel legno
con la bocca a dondolo
e le sopracciglia circonflesse.
Sono una sagoma di terracotta
galleggiante sull’oblio dell’olio di serpente,
ho mani a guscio di noce
per svuotare la bomboniera dei sogni.

Porto dentro una fantasia screziata,
imbonitore dalla mimica lunare,
faccio pratica di storia
tra le brecce di mondi speziati.
Sono inquilino del sottobosco
recito a soggetto su copioni di lantana,
come un seme attecchito ad un buffo di vento,
baratto i miei geni di carta con zimarre di pierrot.

Mi defilo, passante sull’erba buona
per il contorno ai randagi amori.
Parlo la lingua morente dei ricordi,
mi è difficile danzare pavane sulla schiuma del tempo.
Sono una farfalla adescata da fiori dipinti,
decollo in veronica dalla balaustra della vita
e m’illudo di cadere in volo,
epigono di falchi sfiancati.


FOGLIE

Ieri ti ho parlato con candida albagia,
tratteggiando franti orizzonti dal ramo più alto.
Ho tremato allo stigma del vento
ed alle gemme chiuse della pioggia
per donare le mie porosità
ad un gheriglio di merli neonati.

M’intenerivo ad ogni fiato d’aurora
ed alla luce seminale della sera.
Ciondolavo in una lirica scabra
di stagioni e risvegli,
in un gioco di linfa e rassegnate armonie
che recapita sogni scomposti alle radici lontane.

Nel cerchio dei tronchi madidi d’autunno
il tempo plasma baci macchiati
da un rossetto di fiammiferi spenti.
Ha unghie nere per incidere le cortecce,
arriva con il passo posato dell’addio,
nell’eco delle ultime lune.

Così mi coglierà l’albero fantasma,
arricciando i bordi della mia esistenza
passerà un vomere rovente tra i miei solchi.
Come artista dell’aria
cadrò – ammansita – nella gerla grande del cielo
ed a fior d’erba apprenderò la consegna del silenzio.


SOGNI

Ho smesso d’inseguire i sogni,
mi basta alzare il volume del silenzio
ed aspettare che si posino sulla parete.
Sfilo la matita dai capelli
e ne contorno l’invisibile struttura
Talvolta sono alianti color del sole,
altre, aquiloni senza filo, in stallo
sugli slarghi gerbidi della mia anima.
Nella chiocciola del tempo migratore
srotolo – adagio – fondali di cartone.

I miei sogni non sono il corrimano
d’una mente insonne,
provengono da un inverno disciolto
che rammenda sdruciti ricordi.
Sono briciole di una notte
da accogliere con l’alibi del sorriso.
Mi sento coetaneo della luna,
mi riconosco in una lacrima del mare.
Rispondo alla voce elegante del risveglio,
straniera poesia inguantata nell’alba.
E m’accorgo di pensare
in una lingua che non conosco.
Registro le umane nequizie
senza provare nostalgia del futuro.

Poesia 4^ classificata nel concorso letterario “Poeti dell’Adda 2001”


NEW YORK

Erano uomini partiti controvento,
senza fare un saluto.
Hanno perso le labbra nei telefoni
lanciando messaggi di semplice amore
tra gli impluvi dello spazio elettronico.
Destinazione la città turbolenta
prigioniera di uno steccato nel mare,
vulnerata da uno stormo di oche in formazione.
Pollini avvelenati nelle torri impermeabili,
bivacchi di vetro si stagliavano fumanti
sotto un cielo di pirite.
Le ore si susseguono senza più sovrapporsi,
torna a correre New York
con il passo rovesciato
e le ombre a scaldare il cuore.
A Natale si beve nel presepio distratto,
un violino conversa con le ruspe.
A punto zero una mano gentile s’inchina,
tintinnio di spiccioli nel cappello sulla cenere.
Dalla depressione della terra
due bagliori di speranza
accarezzeranno la grande mela
ma saranno ancora fantasmi…di luce.


MILANO

Si riaprono le pagine della fiaba verticale,
occhi che imparano a guardare ancora in alto
tra le pieghe di un cielo troppo deterso.
Questo è un tempo fasciato
in paramenti d’assenzio
dove si trascrive la vita in brutta copia
sui coriandoli allungati sopra la nebbia.
S’affacciano brandelli di vestiti alle finestre.
Il coro delle sirene è di nuovo richiamo,
c‘è un mondo fragile ad ascoltare
che lascia il cuore e lo stomaco
nella tromba delle scale.
Schernire volteggi diomedei
dentro uno stelo di cemento levigato
dove non arrivano falene
né i tralci effimeri dei rododendri.
E’ tutto tranquillo ai bordi della tempesta
tra le dita solo pietre recenti e catrame.
Troppi tramonti s’imprimono all’orizzonte
ma le favole non sentono il dolore.


DOPO I GIORNI DIMENTICATI

Ho cambiato la combinazione della vita
in un giorno sfuggito al calendario.
Ero uscito dall’acquario senza risacca
a contare i sogni ammonticchiati dal vento.
La natura serbava indifferenza
a questo orrore a reti unificate.
Prodiere accasciato
nello zucchero a velo della realtà
ho appreso l’intelletto dell’odio
e respirato lo sbrancato campionario dell’umanità.
La mente impigrita cercava l’Afghanistan,
l’Orco della caverna nascosto
tra volti negati e paesaggi senza storia.
Oggi si torna a scommettere sugli aquiloni
in volo sui monti dalle guglie azzerate
e gli uomini si tirano la barba
mentre una donna naviga sulle onde radio.
Resta la paura a cambiare il peso delle parole.
Appeso ad una sola nostalgia
m’abbaglio di tramutare in poesia
l’informe incoerenza del destino.


EMME.GI.CI

La donna provava sempre freddo,
anche se correva,
posando le ciglia indocili
dove nessuno voleva guardare.
Scriveva di ventre,
sgombra di fantasie,
parcheggiate nel suburbio di crepitanti città.
Ma c’era ancora un treno,
pronto sul binario,
a braccare altre nuvole sbandate
e un telefono satellitare
cui dettare i nomadi appunti.
La sua penna aveva lo svolazzo del bisturi,
la smania di mettere almeno una virgola
nell’antologia del mondo.
Sbocciava caratteri di trincea,
serrava l’imbocco del tempo,
attorcigliava la firma sulla polvere inghiottita.
Diafana bellezza,
seduta tra le foto sparse,
incubava il pudore della paura.
L’antidoto era insito nel sangue,
con dissacrante ironia di guerrigliero
fantasticava il dispaccio della propria morte.
Così hai deciso, in un novembre di passaggio.
Il burqa impertinente sulle spalle,
una macchina buona sulla carovaniera di Kabul,
e le mani che sgusciavano pistacchi.
Cosa importa chi ti ha messo in cuore
ogive senza patria,
brune come il tuo Etna?
Chi ha mimetizzato
le rosse venature dei tuoi capelli
tra le creste di roccia?
Chi ha lasciato i tuoi piedi nudi,
le cerniere aperte e le tasche rigirate
senza offrire un sepolcro di cartone
alla divisa che non indossavi?
Il cielo degli ultimi ammette un solo tramonto,
i gigli soffocano la scrivania
più delle cento sigarette preservate nello zaino nero.


DENTRO LA SERA

Occhi che tutto vedono tranne se stessi.
Si lavora di bulino in una vita
sincopata dal rituale dei sensi.

Sfinge frammentaria è la città filmata
dentro la sera, tra vie di fuga e soste
per temperare un brivido di verità.

Carnale alchimia è lo stralunato
accostarsi ai fusti acerbi, capricci
tra le dita d’una comparsa della Terra.

Vedetta confinaria dal piglio di neve
ho sellato di flanella il passato
fino al suono consunto delle campane.

Imbevo con olio imbrunito il cuore
per sgusciare alla trappola del silenzio
e dimenticare in fretta la fortuna.

Se la guerra appartiene ai poveri
non esiste sole che possa addolcire
l’insostenibile celia di esistere.

Risciacquerò l’anima in mare e
in quel suo nitore senza confini scoverò
l’irenico movente per sorridere nel sonno.


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