Asmara finalmente ti ho ritrovata

di

Vittorio Melis


Vittorio Melis - Asmara finalmente ti ho ritrovata
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
17x24 - pp. 340 - Euro 20,00
ISBN 978-88-6587-9917

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In copertina e all’interno fotografie dell’autore


L’opera descrive il ritorno dell’autore nella capitale dell’Eritrea, Asmara, sua città natale nella quale ha trascorso i primi anni della sua infanzia. Per ben due anni consecutivi l’autore, ha visitato località, monumenti, cimiteri, luoghi di culto, mercati, immergendosi tra la gente eritrea, a cui è legato da una profonda vicinanza di affetti, e con cui ha avuto modo di conversare, soprattutto con gli anziani. Tutto ciò collegato con i racconti dei propri genitori, di parenti, di colleghi e amici degli stessi genitori e di amici dello stesso autore che hanno vissuto a lungo in Eritrea, l’autore ha cercato di ripercorrere gli impervi sentieri della Storia dell’epoca coloniale e post coloniale italiana, di “rivivere” quella realtà e di scoprire quale impronta hanno lasciato i coloni italiani nel suolo della primogenita colonia e nel cuore del popolo eritreo. Per capire se quel periodo coloniale è stato un passato di vergogna o un passato di cui essere orgogliosi.


L’opera è corredata da una serie di note, di cui molte esplicative di fatti storici, affinché il lettore possa avere gli strumenti e gli aiuti per una comprensione degli avvenimenti e delle vicende descritte, strumenti e ausili essenziali per capire il contesto nel quale si sono svolti e poter penetrare nello spirito e nell’intento perseguito dall’autore alla ricerca della “Vera Storia” del colonialismo italiano in Eritrea.


Prefazione

Il libro di Vittorio Melis rappresenta un intenso recupero memoriale raccontato con estrema passione e che nasce dal viaggio di ritorno nella sua città natia Asmara, capitale dell’Eritrea.
Il viaggio, in compagnia della moglie Ileana, diventa un resoconto delle molteplici manifestazioni della vita e dell’universo emozionale generati dai luoghi nei quali Vittorio Melis torna dopo ben sessantotto anni.
Il processo narrativo conduce ad una totale immersione nella vita del popolo eritreo e, sovente, vengono messi in risalto il profondo legame di affetto e un forte sentimento di amicizia, ma, al contempo, Vittorio Melis offre una sorta di analisi e rivisitazione del periodo coloniale e post coloniale dell’Italia in Eritrea: dalla guerra contro gli inglesi, fino alla battaglia di Cheren, nel 1941, con la resa dell’esercito italiano nell’Africa Orientale Italiana (che comprendeva Eritrea, Etiopia e Somalia), che segna la fine dell’impero coloniale dell’Italia e l’inizio del protettorato inglese con il tragico periodo che ne segue, pervaso di ritorsioni ed aggressioni a danno degli italiani, fino alla partenza dall’Eritrea della sua famiglia per ritornare in Italia, alla fine degli anni Quaranta.
Ecco allora che tornano a vivere le memorie della famiglia con i racconti narrati da sua madre Rita e dal padre Ignazio; i ricordi dell’infanzia trascorsa ad Asmara; il rapporto di rispetto ed amicizia fraterna con gli eritrei durante quegli anni; le varie vicende che hanno interessato gli amici che sono nati o hanno vissuto ad Asmara ed i numerosi rapporti che si sono creati con gli eritrei: nella sua mente scorrono le immagini d’un tempo, come a rivivere il periodo in cui era un bambino che giocava nella casa di Asmara e, grazie a questo intenso “ritorno al passato”, profondamente sentito nell’animo, ricostruisce un ritratto fedele di un periodo storico che ha visto certamente alcune contraddizioni sociali e politiche, ma, come si evince dal libro, ha lasciato sicuramente una forte “impronta”, durante la presenza coloniale italiana, nelle successive vicende che hanno segnato la storia del popolo eritreo.
L’intenzione narrativa di rivivere il passato coloniale, con le sue antinomie e diatribe, si coniuga con la volontà di fornire un’attenta analisi di un periodo che, sotto certi aspetti, è stato considerato in modo negativo, ma, nelle pagine del suo libro, Vittorio Melis fornisce alcune considerazioni che possono condurre a valutare tale processo storico come un evento del quale il popolo italiano può essere “orgoglioso”: a partire dalla sua opinione che gli eritrei non hanno visto gli italiani come oppressori, ma sono stati coinvolti direttamente nello sviluppo e nella crescita del loro Paese e, di pari passo, v’è sempre stato sentimento di comunanza con gli italiani.
Il racconto del suo viaggio assume forme diaristiche, ma risulta sempre appassionato e coinvolgente, meravigliosamente ammantato d’un amore profondo per la terra eritrea: le passeggiate fuori Asmara nelle varie località; il folclore dei mercati, come il famoso Caravanserraglio, ora Medebber; il fascino, i colori e i profumi; l’altopiano costellato di euforbie, di acacie e degli imponenti baobab; e, poi, le chiese e i santuari; le visite ai monumenti per i caduti della guerra, il cimitero di Asmara ed il Cimitero degli Eroi, nella cittadina di Cheren; e il famoso sacrario di Dogali, dove nel 1887, si volse la battaglia tra l’esercito del Regno d’Italia e le forze dell’Impero Etiope, durante la prima fase di espansione italiana in Eritrea.
Il flusso memoriale è denso di avvenimenti storici, offre una vasta galleria di personaggi, propone le atmosfere della terra d’Eritrea, che si miscelano con le profonde riflessioni di Vittorio Melis che osserva la vita di un popolo, cerca di far capire il contesto nel quale sono avvenute tali vicende, porge una sua chiave interpretativa del periodo coloniale, sempre cercando di porre a caposaldo della sua visione, una personale ricerca relativa alla storia del colonialismo italiano in Eritrea: la mente ripercorre gli eventi, lo sguardo storico scandaglia ciò che è successo, l’animo è sempre proteso ad una visione che diventa “comunione” con il popolo eritreo, “comprensione” e “amicizia”.
Vittorio Melis sente di appartenere alla città di Asmara e di essere cresciuto tra il popolo eritreo, affascinato da quella terra soffre per l’emarginazione dell’Eritrea che attualmente vede un collasso della sua economia e una difficile situazione politica, ma, fermamente saldo alle sue radici, confessa con decisione che il cuore è ancora nella “sua” Asmara.

Massimo Barile


Asmara finalmente ti ho ritrovata


Dedico quest’opera alla memoria dei miei genitori e
al popolo eritreo a cui noi Asmarini1
siamo legati da un profondo affetto fraterno.


Parte Prima

Capitolo 1

Quella sera tardi, prima di andare a letto, per essere sicuro che l’indomani mattina mi sarei alzato in tempo, alle sei del mattino, avevo programmato la suoneria sia del cellulare che della sveglia. Ma non c’era stato bisogno di farle funzionare perché a quell’ora ero già sveglio e così avevo staccato ambedue le suonerie. A dire il vero quella notte di metà ottobre del 2014 ero rimasto insonne sino all’alba. Mi ero girato e rigirato nel letto tutta la notte pensando al giorno che stava per arrivare, giorno nel quale si sarebbe concretizzato quel viaggio che avevo sognato di fare per tutta la vita.
Fatto l’ultimo controllo dei bagagli, alle sette del mattino, io e Ileana, mia moglie, partimmo in macchina diretti all’aeroporto di Cagliari- Elmas dove avremmo preso il volo delle 10:10 con destinazione Roma-Fiumicino, prima tappa del viaggio. Partivamo con un buon margine di tempo per raggiungere l’aeroporto, perché, nella malaugurata eventualità di qualche intoppo avremmo avuto il tempo per ovviare a quell’inconveniente. Se mi fosse saltato il viaggio per un nonnulla, non me lo sarei perdonato! L’idea del viaggio era maturata circa un anno prima. Avevo preso contatto con un’agenzia di italo eritrei specializzata in viaggi organizzati con destinazione Eritrea ed Etiopia, che aveva nel proprio programma una partenza per la metà di maggio. Quella data ci andava bene e così comunicammo all’agenzia la nostra disponibilità, ma la lettura di un’informativa della Farnesina2, fornitaci dalla stessa agenzia verso metà marzo del 2014, relativa alla situazione politica in Eritrea, che sconsigliava la visita in certe località ritenute a rischio, ci spinse a sospendere il viaggio in programma. Casualmente ebbi modo di contattare la scrittrice Erminia Dell’Oro, nata e cresciuta ad Asmara. Erminia era appena rientrata in Italia da un viaggio in Eritrea, che era solita visitare almeno due volte l’anno, e mi riferì che il trantran quotidiano in quel Paese continuava a scorrere immutato da anni e che non si percepivano affatto situazioni di pericolo o segnali che indicassero instabilità politiche e sociali che potessero destare apprensione. In poche parole mi tranquillizzò dicendomi che per i “turisti italiani” non c’era alcun pericolo. E questo fu più che sufficiente a spingerci a intraprendere il viaggio in programma per la metà di ottobre. Subito mi attivai per superare tutte le incombenze relative al rilascio dei passaporti e alla concessione del visto di ingresso da parte del Consolato eritreo in Italia.
All’aeroporto di Cagliari-Elmas salgo sull’aereo un po’ ansioso. Mi propongo di stare calmo. Giunti a Roma-Fiumicino, al “terminal arrivi voli nazionali”, ci dirigiamo a quello delle partenze per i voli intercontinentali. Aspettiamo alcune ore prima dell’inizio delle operazioni di check-in per l’imbarco sul volo della Egyptair diretto a “Il Cairo”. Tra i passeggeri ve ne sono alcuni di colore e tra questi qualche donna indossa abiti che riconosco subito essere caratteristici dell’Eritrea; anche i lineamenti dei loro volti mi sono familiari avendo avuto modo negli anni di fare conoscenza con eritrei residenti in Italia e dopo aver visto reportage sull’Eritrea trasmessi dalle reti televisive. “Si comincia a respirare aria di casa!” mi dico. E mi sento più rilassato.
Raggiungiamo Il Cairo dopo circa tre ore di volo. All’aeroporto della capitale egiziana, dopo un’ora di attesa, ci uniamo al gruppo appena sbarcato, proveniente da Milano, costituito da Erminia Dell’Oro con una sua amica, Anna, mia sorella Maria Pia, nata anche lei ad Asmara e il marito Italo, e poi una coppia di medici di Verona: Stefano e Maria, una trentina di anni più giovani di noi. Attendiamo altre cinque ore prima della partenza per Asmara! Nell’attesa dell’imbarco decidiamo di fare un giro nell’immenso aeroporto de Il Cairo. Ogni tanto ci fermiamo per una sosta sedendoci in qualche panchina situata nei lunghi e ampi corridoi dove si assiste a un andirivieni di gente dai lineamenti del volto e dal colore della pelle differenti, con abiti e costumi tra loro molto diversi e queste differenze sono visibili soprattutto nelle donne. Molte sono quelle che indossano abiti lunghi sino a coprire completamente anche le scarpe e col capo coperto da un velo che può lasciar intravedere l’intero volto oppure nasconderlo completamente.
In una di queste nostre soste possiamo vedere, di fronte a noi, gli ingressi a due locali contigui dai quali assistiamo a un via vai continuo di gente che entra ed esce. In quello alla nostra sinistra entrano solo donne e in quello a destra solo uomini. Chi entra si toglie le scarpe sulla soglia per poi rindossarle all’uscita. Si comprende subito che quei due locali sono un luogo di culto riservato ai devoti di fede islamica, in breve è una moschea.
In quell’immenso aeroporto si respira un’atmosfera completamente diversa da quella della nostra isola nella quale abbiamo vissuto una vita. Un’atmosfera, oserei dire esotica, orientale, stravagante, con gente proveniente da Paesi di ogni parte del mondo.
La stanchezza ogni tanto mi porta a chiudere gli occhi. E quanti ricordi, lontani ricordi della mia infanzia trascorsa ad Asmara, la mia città natale. E mi tornano alla mente i tanti racconti sull’Eritrea narrati da mia madre, Rita, ma soprattutto da mio padre, Ignazio. Per lunghi anni in casa si è parlato dell’Eritrea, degli anni passati ad Asmara, della guerra contro le truppe inglesi, la resa dell’esercito italiano, degli anni sotto occupazione inglese, della partenza dal porto di Massaua e l’arrivo in Italia alla fine degli anni Quaranta. Quasi una vita intera era trascorsa da quei lontani giorni sino a quel momento, lì all’aeroporto de Il Cairo, ma con Asmara, l’Eritrea e la sua gente, la mia gente sempre nella mente e soprattutto nel cuore!
Un’ora prima dell’imbarco cominciamo a dirigerci nel settore destinato al check-in per il volo diretto all’Asmara passando dapprima al controllo passaporti. L’addetto, dopo aver esaminato il mio passaporto solleva lo sguardo. È un giovane di colore, e subito noto che i tratti somatici del suo volto mi sono familiari. E non mi sbagliavo affatto.
– Sei nato ad Asmara? – mi domanda in inglese, sorridendo.
– Sì! – confermo contraccambiando il sorriso, avendo capito subito che il luogo di nascita di entrambi è molto probabilmente lo stesso. E la conferma arriva subito.
– Sono nato anch’io ad Asmara! – sottolinea indicando con l’indice della mano destra la pagina del passaporto con i miei dati anagrafici.
– Il mondo è piccolo. Quando si dice il caso! E dimmi, come è la situazione attuale ad Asmara? – domando.
– Manco un anno dall’Eritrea. Ma mi dicono che la situazione è stabile. –
– Me lo auguro! –
– Non ti preoccupare! Per voi turisti è tutto tranquillo. Ti auguro buon viaggio e una buona vacanza! –
– Ti ringrazio! – e stringendogli la mano aggiungo: – arrivederci. –
– Se il Signore lo vuole! – mi raggiunge questo augurio mentre mi allontano.
Eccoci al check-in. Dopo i controlli, molto meticolosi, dei bagagli e delle persone ci ritroviamo nella sala passeggeri all’imbarco per Asmara e per Addis Abeba. Ve ne sono un centinaio o forse poco più nella parte riservata per l’imbarco per Asmara. Sono tutti di “colore” tranne noi otto e altri due “bianchi”. I lineamenti dei loro volti, il vestire di molte donne, denotano che sono eritrei. Incontrando i loro sguardi ci sorridono. Dopo un’attesa di circa un’ora, in prossimità dell’uscita per l’imbarco, arrivano due operatori della compagnia Egyptair per controllare nuovamente i passaporti e verificare che siano in regola con il visto d’ingresso. Sbrigata quest’ultima formalità, una navetta ci traghetta sin sotto l’aereo in attesa sulla pista di rullaggio con i motori in azione. Dopo che i passeggeri si sistemano noto che un discreto numero di posti restano vuoti. Sono le 23:30 ora locale e solo allora realizzo di essere sveglio da oltre quaranta ore. Il velivolo comincia a muoversi per immettersi nella pista per il decollo; appoggio il capo a ridosso dell’oblò e per la stanchezza chiudo gli occhi. Li riapro solo per pochi attimi, quelli in cui l’aereo si sta staccando dal suolo per librarsi in volo. E poi crollo nuovamente in un profondo torpore e come in un film, nella mia mente cominciano a scorrere immagini, una dietro l’altra: è un ritorno nel passato, un passato lontano di quando ero bambino ad Asmara.

Quella mattina giocavo con Fido, assiduo compagno dei miei passatempi. Fido era un bel cane, i cui avi non erano certo di razza “ariana”, ma in compenso era affettuoso e doveva essere molto paziente se sopportava le mie angherie. Ritto sulle zampe mi superava in altezza, anche se di poco. Aveva imparato a mettersi lungo disteso per permettermi di salirgli in groppa e una volta che mi ero sistemato sul suo dorso, avvinghiandomi al suo collo, si rizzava per portarmi a spasso per il cortile intorno alla casa. Questa era quasi al centro di un terreno delimitato da una recinzione in muratura sormontata da una rete metallica. L’ingresso al cortile era costituito da un cancello metallico a due battenti che immetteva in un vialetto, con tre alberi di mimose in entrambi i lati, che giungeva a una gradinata che portava all’ingresso della casa. Passavo il tempo con Fido, soprattutto la mattina, perché le mie due sorelle, di due e di tre anni maggiori di me, andavano nella vicina scuola italiana: una frequentava la prima elementare e l’altra la scuola materna. Di pomeriggio e di sera le mie sorelle passavano il tempo a scarabocchiare aste o lettere dell’alfabeto oppure giocavano tra loro e con qualche amica del vicinato. E io non potevo fare altro che andare a disturbare Fido che ormai era rassegnato a giocare con me e a sopportare i miei “soprusi”.
Venni a sapere in seguito che mio padre, Ignazio, aveva deciso di prendere un cane in casa dopo che degli estranei avevano tentato, per ben due volte, di entrare nottetempo in casa.
A quel tempo l’Eritrea era sotto occupazione inglese, dopo la battaglia di Cheren del marzo 1941, che segnò la sconfitta delle truppe italiane ed eritree3 da parte delle truppe inglesi e la conseguente resa dell’esercito Italiano nell’Africa Orientale Italiana (AOI). Da quel momento ebbe termine l’impero coloniale dell’Italia e gli italiani presenti in Eritrea, come pure i nativi4, erano sotto la giurisdizione militare del Regno Unito vincitore della guerra.
La prima volta che avevano tentato di entrare in casa nostra, erano riusciti ad aprire la finestra della cucina e stavano per scavalcarla quando mio padre, sentito il rumore provocato dagli intrusi, era uscito dalla stanza da letto e si era precipitato, troppo impulsivamente, per affrontarli. Fortunatamente questi si erano ritirati precipitosamente per scomparire nel buio delle tenebre! La mattina seguente, molto presto, Ignazio aveva trovato vicino al cancello d’ingresso al cortile e vicino alla finestra, quella che gli intrusi avevano forzato aprendola, delle mostrine e delle spalline in stoffa colorata, in uso nelle uniformi del corpo di polizia eritrea istituita dal Comando Militare britannico per coadiuvare quella inglese nel mantenimento dell’ordine pubblico. A primo acchito si era portati a ipotizzare che le mostrine e le spalline si fossero staccate dalle divise di coloro che erano scappati precipitosamente. Mio padre mi raccontò che non si era stupito più di tanto di quell’atto spiacevole perché anche in altre abitazioni di italiani si erano verificati casi analoghi che potevano apparentemente essere attribuiti alla polizia eritrea. Ma gli italiani sapevano bene che non erano azioni compiute dagli eritrei arruolati nella nuova polizia al servizio dei sudditi di Sua Maestà Britannica, che subdolamente aveva assoldato dei predoni, dalla vicina Etiopia, per compiere questi atti deprecabili volti a costringere gli italiani ad abbandonare l’Eritrea nella quale, sebbene colonizzatori, avevano convissuto pacificamente per sessant’anni con i nativi.
Dopo questo preoccupante episodio Ignazio decise di dotare tutte le finestre della casa di robusti portelloni che lui stesso provvide a realizzare e mettere in opera. E decise che tutta la famiglia – i miei genitori, io e le mie due sorelle – dormisse nella stessa camera, una grande stanza alla quale si accedeva da una porta solida e dotata di una robusta serratura. Trascorse poco più di un anno e una notte mio padre sentì armeggiare nella porta d’ingresso e su una finestra della nostra camera da letto. Balzò dal letto e non potendo disporre di armi perché severamente vietato dalle disposizioni emanate dagli inglesi, vigendo la legge marziale, afferrò un grosso bastone che teneva vicino al comodino e, senza pensarci su, avventatamente aprì la porta della stanza che era chiusa a chiave e dopo averla oltrepassata la richiuse sfilando la chiave dalla toppa per mettersela in tasca. Si mise a urlare all’indirizzo di coloro che dall’esterno tentavano, forzando le imposte, di penetrare in casa. Aprì la porta d’ingresso e uscì in cortile, girò tutto intorno alla casa ma dei potenziali intrusi non c’era più traccia alcuna. Sicuramente si erano allontanati precipitosamente scomparendo, anche stavolta, col favore delle tenebre in quella notte senza luna. Chiamò Fido ma lui non rispose; lo richiamò con insistenza più volte senza che il cane apparisse! Un dubbio atroce assalì mio padre che si precipitò in casa, cercò di accendere la luce ma questa non si accese. Mancava la corrente. Con la chiave armeggiò nella serratura cercando di aprire la porta della stanza da letto. Il buio, l’apprensione, l’agitazione complottarono perché mio padre non riuscisse ad aprirla. Chiamò mia madre, ma lei non rispose; chiamò le mie due sorelle e non ottenne risposta. Poi chiamò me e io non risposi. Temendo il peggio, preso dalla disperazione, cercò di sfondare la porta ma questa non cedette. Riprovò ancora una volta ad aprirla con la chiave, cercando di dominare il terrore che lo attanagliava e infine quella porta maledetta si aprì. Si precipitò sul letto e toccò mia madre che si svegliò spaventata. Poi mio padre ci chiamò per nome avvicinandosi ai nostri letti e toccandoci e noi ci svegliammo. So che mio padre (non me lo disse mai, ma me lo raccontò mia sorella Maria Pia), appena ebbe la certezza che la famiglia era viva si mise a piangere dalla gioia per lo scampato pericolo. Ma quella notte segnò profondamente mio padre, tant’è che da allora cominciarono a venirgli i capelli bianchi e dopo pochissimo tempo si rese conto anche di essere itterico! A quel tempo mio padre aveva poco più di trentadue anni! All’alba uscì in cortile e constatò subito che i fili della corrente elettrica che arrivavano in casa erano stati tagliati, sicuramente durante la notte, anche perché la corrente c’era in casa sino a quando mio padre era andato a letto essendo stato l’ultimo a coricarsi. E trovò Fido vicino alla sua cuccia disteso per terra sanguinante, ma ancora vivo.
Il fatto che mia madre, le mie sorelle e io, non ci fossimo svegliati è sempre stato un mistero irrisolto! L’unica spiegazione che veniva data da mio padre fu che coloro che tentarono di entrare in casa quella notte, avessero fatto un sopralluogo durante il giorno con lo scopo di spaventarci. Dato che mio padre usciva la mattina presto per andare a lavorare nella officina meccanica “Costa” e solitamente rientrava a casa di pomeriggio inoltrato, e tante volte a tarda sera, anche dopo il coprifuoco imposto dalle autorità militari inglesi, coloro che avevano tentato di entrare in casa quella notte, di certo avevano osservato le sue abitudini e quindi sapevano che di mattina mia madre restava sola in casa con me perché le mie due sorelle andavano alla scuola delle suore. Va anche detto, cosa che appresi in seguito, che la mattina mia madre portava fuori tutti i materassi e li metteva al sole per pulirli dalla eventuale presenza delle cimici, che purtroppo a quel tempo erano una piaga e non vi erano ad Asmara altri rimedi, come antiparassitari, per debellarle o almeno limitarne la proliferazione. Quindi qualcuno, di quelli che tentarono quella notte di penetrare in casa, poteva aver furtivamente scavalcato con facilità la recinzione e gettato sonniferi o sostanze narcotiche sui materassi esposti al sole o all’interno della stanza da letto attraverso le finestre aperte. È una supposizione! Ma Ignazio era convinto che fosse quella l’ipotesi più probabile. Gli intrusi non dovevano essere armati e sicuramente non avevano intenzione di farci del male, ma solo spaventarci. Lo attesta il fatto che, appena furono scoperti, si erano dileguati rapidamente senza cercare uno scontro fisico con mio padre. Ma la paura di quella notte fu grandissima e lasciò una traccia indelebile nella mente dei miei genitori che vissero sempre con apprensione e inquietudine e con il forte desiderio di tornare in Italia. A dire il vero i miei genitori non avevano affatto paura degli eritrei, con i quali avevano convissuto pacificamente e con i quali mio padre aveva solidi legami di amicizia, compresi molti che avevano fatto il militare nelle truppe coloniali del “regio esercito italiano”, e quindi non prendevano in considerazione possibili ritorsioni nei confronti degli italiani anche se, a dire il vero, in una situazione di forte instabilità, non si potevano escludere azioni da parte di sovversivi e di delinquenti comuni che come si verrà a sapere successivamente erano incoraggiati dagli inglesi in quest’opera di destabilizzazione. E a questo proposito va detto che dal 1 aprile 1941, giorno dell’ingresso delle truppe britanniche ad Asmara, fino agli anni ’50, ebbe inizio e si protrasse la tragica sequenza delle aggressioni e degli omicidi a danno di italiani che pagarono un alto tributo di sangue e di dolore. La massima virulenza si raggiunse nel periodo in cui si dovettero decidere le sorti dell’Eritrea la cui popolazione era fortemente divisa sulla via da scegliere anche a causa di forti pressioni esterne tese a indirizzare le decisioni dell’ONU verso la soluzione a loro più gradita. Il prologo di quanto sarebbe avvenuto durante il periodo dell’occupazione – durata dal 1° aprile 1941 al 15 settembre 1952 – si ebbe già con la propaganda di guerra, fatta dagli inglesi, che aizzava i nativi contro le altre popolazioni immigrate e in particolare contro gli italiani, illudendoli con la promessa che a guerra finita ogni proprietà terriera e immobiliare sarebbe passata automaticamente di diritto agli eritrei. Come conseguenza di questa insensata propaganda, già nei primi mesi, si ebbero numerosi episodi di invasione e devastazione di concessioni agricole di italiani oltre a saccheggi di negozi, di proprietà di commercianti come arabi o greci, episodi che l’Amministrazione Militare Britannica non sempre riuscì a reprimere, pur impiegando la forza, suscitando comunque la reazione e la sorpresa dei nativi che si sentirono traditi e defraudati dagli inglesi. Prima del conflitto, ad Asmara e negli altri centri dell’Eritrea in generale, gli episodi di rapina, brigantaggio o terrorismo erano rarissimi per non dire inesistenti ma, una volta venuta a mancare l’autorità del Governo Italiano, incominciarono a verificarsi sempre più frequentemente atti criminali a danno sia di italiani che di eritrei che sfociarono anche in sanguinose vendette, aggressioni ed assassinii nello stesso centro cittadino. Il periodo tra il 1941 ed il 1943 fu caratterizzato, tra l’altro, dallo smantellamento sistematico, da parte degli inglesi, delle più importanti infrastrutture dell’economia del Paese con il solo evidente scopo di ridurre al minimo possibile la presenza degli italiani in Eritrea, perché sapevano bene che tra eritrei e italiani, da oltre sessanta anni si era venuto a consolidare un forte legame, come attestava il tributo di sangue versato dagli eritrei, arruolati nelle truppe coloniali dell’esercito italiano, che avevano combattuto tante battaglie a fianco dei soldati italiani e sotto la bandiera italiana. A loro, cioè agli inglesi, interessava spezzare questo legame e creare una situazione di malcontento dei nativi nei confronti degli italiani, utilizzando senza scrupolo i cosiddetti shifta5, ingaggiati soprattutto nei territori di confine con l’Etiopia.
Ignazio mi raccontava spesso che nell’officina dove era stato assunto lavorava assieme a operai eritrei, fianco a fianco, con i quali si era instaurato un forte rapporto di amicizia e questi lo rincuoravano riferendo di sapere con certezza che gli inglesi cercavano di sobillare i nativi contro gli italiani, tant’è che anche con gli operai eritrei dell’officina gli inglesi avevano tentato un approccio per portare a compimento questo loro riprovevole progetto, ma senza successo. Mio padre si sentì rassicurato; si fidava della lealtà degli amici eritrei perché li conosceva bene. E, del resto, senza l’aiuto e il sostegno dei nativi non sarebbe stato mai possibile per mio padre sfuggire alla cattura da parte degli inglesi! Ma questa è un’altra storia che vedremo più avanti. Chi uscì malconcio da quella notte infausta fu Fido che venne curato amorevolmente. Il mio compagno di giochi si riprese velocemente e nel giro di un paio di settimane ritornò a correre e a giocare con me e fu forse felice di dovermi ancora sopportare!

Era di pomeriggio e il cielo, quasi all’improvviso divenne plumbeo. Io giocavo con Fido in cortile e le mie sorelle erano sedute sui gradini della scalinata che conduceva all’ingresso della casa, quando cominciarono a scendere le prime gocce di pioggia. Ecco i primi fulmini squarciare le nubi e poi giungere intensi boati, rombi di tuono che sembravano far tremare la terra. Mia madre ci chiamò e noi ci precipitammo tutti e tre in casa e andammo alla porta finestra della cucina a guardare attraverso i vetri la pioggia che sembrava scendere a catinelle. Alla pioggia si accompagnò la grandine, prima come chicchi di riso e poi sempre più grandi fino a raggiungere le dimensioni di grosse noci. Non so quanto fosse durata la tempesta, ma ricordo che cessò improvvisamente. Il cortile era tutto bianco, ricoperto di grandine. Uscimmo di casa e ci divertimmo a raccogliere questi pezzi di ghiaccio e a metterli su dei piatti di alluminio.

Era una mattina di febbraio. Mia madre mi aveva svegliato presto, mi aveva aiutato a vestirmi e dopo una rapida colazione ero uscito in cortile. C’era un carro, lungo il vialetto di mimose, con la parte posteriore quasi a ridosso della scalinata che conduceva al pianerottolo su cui dava la porta d’ingresso in quel momento tutta spalancata. Il carro era trainato da un grosso cavallo dal mantello a peli biancastri e rossicci e vi erano due giovani eritrei che aiutavano mio padre, insieme ad altri amici italiani, a trasportare dei mobili dall’interno della casa per caricarli sul carro su cui stava un uomo di mezza età, di pelle non troppo scura, indossante una tunica color avorio e con un turbante che gli avvolgeva la testa. Costui impartiva disposizioni, in una lingua per me incomprensibile, su come dovesse essere disposto il carico e si dava da fare aiutandosi con la sola mano destra perché era monco di quella sinistra. Venni a sapere in seguito che il carrettiere era un yemenita, e che nel suo Paese, lo Yemen[], vigeva il taglio della mano sinistra alla prima condanna per furto. Così molti yemeniti che avevano subito questa severa punizione e che abbandonavano il loro Paese raggiungevano con facilità le coste dell’Eritrea dove parte di questi svolgevano il lavoro di carrettiere nella capitale Asmara.
Appena le masserizie furono caricate a dovere, il carrettiere si sedette sulla parte anteriore del carro, prese le briglie con la mano destra e urlò un comando al cavallo che si mosse lentamente trascinando il carico mentre i due giovani eritrei aiutavano spingendo il veicolo per alleviare la fatica del povero animale. Dopo che il primo carro partì ne arrivò un altro e si ripeterono le stesse operazioni svolte con quello precedente.
Tutte quelle masserizie venivano regalate da mio padre ad amici eritrei e anche italiani che restavano ancora ad Asmara, in attesa pure loro di poter partire per l’Italia. La guerra in Eritrea era ormai finita da circa sei anni mentre la guerra in Europa era già terminata da circa due e i miei genitori erano stati costretti, dalle autorità inglesi, ad aspettare tutto quel tempo per poter tornare nel loro paese, in Sardegna. Quando mio padre andò in Eritrea, poi seguito da mia madre, e andarono a vivere ad Asmara qualche anno prima dello scoppio della guerra mondiale, non pensavano che avrebbero dovuto vivere una tragedia immane. In quella terra che pensavano essere parte integrante dell’Italia in Africa, l’Eritrea, che avevano imparato ad amare giorno dopo giorno insieme alla sua gente e nella quale si sentivano partecipi attivi della sua crescita, all’improvviso, subito dopo la resa dell’esercito italiano, si erano sentiti stranieri in una terra ormai diventata per loro straniera! Quel sogno era svanito per sempre!
Stanco di attendere l’autorizzazione per rientrare in Italia da parte delle autorità inglesi, mio padre assieme ad altri italiani che si trovavano in una condizione simile, era andato a manifestare di fronte alla sede del governatorato inglese. Solo così ottennero il benestare per lasciare l’Eritrea con destinazione l’Italia. Dopo poche settimane su “Il Quotidiano Eritreo” (Eritrean Daily News) del martedì 11 febbraio 1947, nella quarta e ultima pagina, era riportato un elenco di coloro che potevano partire dal porto di Massaua per l’Italia, con la motonave Vulcania7 e tra questi erano riportati i cinque nomi dei componenti la mia famiglia. Nell’articolo si informavano i passeggeri che il bagaglio a mano non poteva superare il peso di 10 kg per persona. Nello stesso quotidiano, in prima pagina, risaltava a caratteri cubitali un titolo: “I cinque trattati di pace firmati a Parigi”. Sottotitolo: L’ambasciatore Lupi di Soragna ha apposto la firma per l’Italia. Nella mezza pagina inferiore, in un riquadro venivano riportate Le clausole del trattato di pace relative alle colonie italiane che decretavano definitivamente la fine della presenza italiana in Africa8.
Dopo aver svuotato la casa di tutte le masserizie, arrivarono alcune persone, dei nativi e degli italiani. Erano venuti a salutarci per la partenza. Salutarono mio padre abbracciandolo e poi salutarono il resto della famiglia. Mio padre era commosso e così pure lo erano i suoi amici. Uno dei nativi, il più anziano, si avvicinò a me e allargò le braccia, e io corsi verso di lui e lui mi prese in braccio, mi passò la mano sui capelli, mi diede un bacio sulla fronte e posandomi poi a terra mi disse: “mi raccomando giovanotto, cerca di tornare presto!”
Erano appena andati via i nostri amici quando giunse una macchina nera (appresi in seguito che era una Fiat 508 nota “Balilla”) e l’autista era un nativo, amico di mio padre.
Sull’imperiale vennero caricate cinque valigie. Ricordo che Fido girava attorno alla macchina, poi si avvicinava a me e mi guardava come se stesse interrogandomi, come se volesse sapere cosa stesse succedendo. Era agitato come se avesse intuito che stavamo per lasciarlo per sempre. Mio padre la sera prima della partenza l’aveva affidato ad un amico, Anacleto, che aveva accettato di buon grado di prendersene cura dato che dove abitava aveva un cortile nel quale teneva già un altro cane. Ma Fido quella mattina era riuscito a sfuggire alla sorveglianza di Anacleto e si era precipitato a casa nostra durante i preparativi della partenza. Mio padre prese posto nel sedile del passeggero anteriore, mia madre, le mie sorelle ed io nel sedile posteriore e Fido tentò anche lui di salire in macchina. Ignazio scese dalla macchina e a malincuore gli ordinò di accucciarsi. Fido si abbassò e sollevò la testa guardandolo. Emise dei guaiti, simili a dei gemiti, aveva gli occhi lucidi come se stesse piangendo. Appena la macchina si mise in movimento, io (che non avevo ancora compiuto quattro anni) mi misi in ginocchio con il viso appoggiato al vetro posteriore e vidi che Fido correva dietro alla macchina, abbaiando. La macchina aumentava gradualmente la velocità sollevando una cortina di polvere attraverso la quale si intravedeva Fido che lottava con tutte le sue forze per non farsi distanziare e si allungava in una corsa sempre più rapida e vedevo le sue orecchie sventolare e la bocca aperta con la lingua fuori, ansimando per lo sforzo immane che faceva nella vana speranza di poter stare dietro alla macchina nella quale erano i suoi “padroni” che intuiva dover perdere per sempre. Io piangevo e agitavo la mano in segno di saluto. Dopo un lungo tratto, con la macchina che ormai andava a velocità sostenuta, il mio compagno di giochi, l’amico della mia infanzia, sfinito dalla fatica cominciò a rallentare e la distanza tra la macchina e lui aumentò sempre più sino a scomparire alla vista, per sempre. Queste immagini mi sono rimaste impresse in maniera indelebile nella mente per tutta la vita!


1 Definiamo Asmarini tutti gli italiani che sono nati e/o che hanno vissuto ad Asmara. In senso lato, includiamo anche i nostri amici italiani nati e/o vissuti in Eritrea.

2 Sede del Ministero degli Affari Esteri.

3 Truppe coloniali dell’Africa Orientale di cui i soldati erano noti col nome di ascari (forma invariabile sia al singolare che al plurale).

4 Talvolta uso i termini nativo o indigeno come sinonimi di eritreo.

5 Shifta o scifta, qualcosa a metà strada tra il predone, il ribelle, in breve banditi assoldati prevalentemente tra i tigrini etiopi con qualche elemento locale e armati dagli inglesi con lo scopo di colpire le aziende italiane e gli stessi italiani che vi lavoravano con i loro collaboratori eritrei.

6 Lo Yemen è uno Stato posto all’estremità meridionale della Penisola araba. Le sue coste sono bagnate ad ovest dal Mar Rosso e stanno di fronte alle coste della parte meridionale dell’Eritrea.

7 Il Vulcania era un transatlantico di 23.970 tsl (tonnellate di stazza lorda), varato nel 1926, nave gemella del transatlantico Saturnia1.

8 Vedere Appendice capitolo 1 nota 1.


[continua]


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