La filosofia che ascolta con cuore aperto

di

Antonio Regazzi


Antonio Regazzi - La filosofia che ascolta con cuore aperto
Collana "Le Querce" - I libri di Saggistica e Diaristica
14x20,5 - pp. 322 - Euro 18,00
ISBN 9791259513694

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In copertina immagine realizzata da Cristina Regazzi


Grazie a chi mi ha voluto bene nonostante tutto,
anche quando non lo meritavo e a chi, pur non essendo
più qui, continua a vivere nel mio cuore: questo libro
è per voi, che avete visto oltre i miei difetti e il tempo.


Un particolare ringraziamento a Cristina Regazzi
che con sensibilità e maestria ha colto l’anima di
queste pagine, donando loro un volto attraverso una
copertina capace di raccontarne lo spirito prima
ancora delle parole.


Nel cuore delle domande
Invito alla lettura

Questo libro non nasce da certezze, ma da un nucleo profondo di domande: interrogativi ostinati, irrisolti e a volte inquietanti, che ci accompagnano da sempre e che molti tendono a evitare. L’autore ha scelto, invece, di abitarli, accettandone il disagio, perché è proprio nel cuore del dubbio – là dove si riconoscono i propri limiti senza paura – che si cela la forma più autentica e umana della verità.

Non troverete dogmi né sistemi chiusi in queste pagine, ma un percorso di pensiero che si muove tra filosofia, religione, scienza, intuizione ed esperienza. L’intento non è offrire risposte definitive, ma imparare a vivere le domande con consapevolezza e dignità.

Questo libro è per chi, almeno una volta nella vita, si è fermato a guardare il cielo o a scrutare dentro di sé, chiedendosi con un filo di vertigine: “che senso ha tutto questo?”, “perché sono nato?”, “c’è qualcosa oltre la vita?”, “perché c’è il male e il dolore?” È dedicato a chi ha amato con slancio, sofferto in silenzio, sperato contro ogni evidenza e dubitato con coraggio; a chi non ha timore di pensare con la propria testa, anche quando fa male. Queste domande – nude, implacabili, ma meravigliosamente umane – non smettono mai di bussare alla porta della coscienza. Ogni epoca, se vuole essere viva, è chiamata a rispondervi con parole nuove.

L’invito è a riscoprire la dignità del pensiero. Non quello accademico, ma quello vivo, critico e profondamente umano. Un pensiero che ascolta, che si interroga, che si fa carico delle questioni fondamentali dell’esistenza. In un tempo in cui le parole si moltiplicano e il senso si dissolve, urge fermarsi, riflettere, rimettere in gioco le domande radicali che da sempre accompagnano il destino umano.

Nessuna dottrina, nessuna verità granitica: solo uno spazio aperto al dubbio, alla riflessione e all’inquietudine. Un invito a guardare il mondo con meno dogmatismo e più umanità. Troppo spesso, la logica è stata impiegata in esercizi fini a sé stessi: brillanti, sì, ma sterili, scollegati dalla vita reale. Paradossi eleganti, astrazioni affascinanti, ma, nel frattempo, l’esperienza viva delle persone veniva dimenticata. Così, il pensiero si è trasformato in un mero gioco mentale autoreferenziale, smettendo di essere uno strumento per abitare il mondo con maggiore consapevolezza.

Dopo millenni di riflessioni, forse è tempo di riscoprire la potenza della semplicità. Non intesa come banalizzazione, ma come l’arte di eliminare il superfluo, di liberare il pensiero dalle zavorre dogmatiche, di cercare l’essenza delle cose. Semplificare significa dire il difficile con chiarezza; è l’eleganza della mente che evita l’astrusità e l’enfasi, è la sintesi tra intelligenza e sensibilità, quella chiarezza che brilla nel cuore della complessità.

Non di rado, l’autore ha avuto l’impressione che, tolti gli abiti sontuosi del linguaggio aulico, anche alcuni grandi pensatori mostrino idee tutt’altro che inaccessibili: intuizioni spesso limpide, a volte addirittura ovvie e, in certi casi, persino banali. Ma è proprio qui che si gioca la sfida della filosofia: dire l’essenziale senza nasconderlo dietro termini altisonanti. Il loro linguaggio volutamente elitario ha contribuito a trasformare la filosofia – da amore per il sapere – in un gioco per specialisti. Questi hanno volutamente dimenticato il rasoio di Occam, il quale prevede che, tra più spiegazioni possibili per un fenomeno, quella più semplice – che richiede il minor numero di assunzioni non necessarie – è solitamente la più saggia o la più probabile. Si tratta di un principio di economia del pensiero che meriterebbe di essere recuperato e valorizzato.

La semplicità – come l’umiltà e l’empatia – è una virtù rara. Spesso oscurata da chi si ritiene colto o raffinato. Ma quando si toccano le grandi domande dell’esistenza ciò che serve è un linguaggio chiaro, diretto e universale. Non metafore barocche, ma parole che parlino a tutti. Non formule arcane, ma verità nude, magari scomode, ma comprensibili.

Inoltre, una mente davvero aperta si riconosce non da quanto afferma, ma da quanto sa ascoltare – non solo sentire – soprattutto rispetto a chi la pensa in modo radicalmente diverso. I credenti dovrebbero leggere testi di atei e questi ultimi dovrebbero avvicinarsi alla teologia; chi ha convinzioni politiche forti dovrebbe cercare di ascoltare le ragioni dell’altro. Questo esercizio non è mai una perdita di tempo, ma un atto di crescita. È così che nasce il dialogo autentico. Senza questo sforzo, ogni ricerca rischia di diventare una conferma sterile di ciò che già si pensa; un monologo travestito da riflessione.

Per questo, l’autore ha scelto uno stile discorsivo e accessibile, rinunciando all’erudizione gratuita per cercare un dialogo sincero con il lettore non specialista. L’invito è semplice: pensare con cuore e lucidità. Senza temere la complessità, ma senza lasciarsi sedurre da sofisticazioni inutili. Per questo motivo, quando è stato possibile, si sono evitati i costrutti classici della filosofia – come ente, essente, sostanza o essenza1 e così via – che appaiono spesso fragili, astratti e privi di reale potere esplicativo. Purtroppo, alcune categorie concettuali della tradizione filosofica (come il noumeno kantiano2) sono state richiamate solo quando davvero necessarie per restituire il pensiero dei filosofi nella forma più fedele possibile. In quei casi, si sono aggiunte note esplicative per facilitarne la comprensione, senza rinunciare alla chiarezza.

Riprendendo il pensiero di Louis Althusser, nella sua opera postuma Filosofia per non filosofi (2014), egli parte dal presupposto che tutti gli esseri umani siano filosofi. In linea con Gramsci, Lenin e Diderot, distingue tra la filosofia accademica e quella naturale. La prima è appannaggio dei professionisti della materia, la seconda è il modo spontaneo di vedere il mondo, che ogni individuo sviluppa nel corso della propria vita. È una filosofia che combina sapere, intuizione, esperienza e saggezza pratica. Ed è proprio questa filosofia naturale, nutrita di dubbi e di vita, che questo libro cerca di valorizzare.

Un tempo, l’essere umano guardava al cielo con stupore e timore, rifugiandosi nel mistero quando mancava una spiegazione. Poi arrivò la scienza, portando con sé l’illusione di poter spiegare tutto. Ma in questo passaggio – dalla meraviglia al controllo – qualcosa si è perso. È nata la superbia di chi crede di non aver più bisogno del mistero, del dubbio o del trascendente. In mancanza di tutto questo è stato necessario creare nuovi idoli, utopie o surrogati spirituali o meno, spesso più irrazionali delle credenze che pretendevano di sostituire.

Ogni capitolo di questo libro è un viaggio dentro un nodo esistenziale: il male, la fede, la morte, la verità, il tempo e il dolore. Non si tratta di un sistema chiuso, ma di un cammino fatto di domande, digressioni, intuizioni e provocazioni. È un dialogo aperto tra filosofia, scienza, religione, arte e vita quotidiana, cucito insieme da un filo conduttore invisibile ma tenace: la tensione verso una sapienza che non pretende di imporre verità, ma che accompagna e orienta, come una lanterna accesa nella notte. In fondo, il pensiero non nasce per affermare, ma per interrogare. Non costruisce torri, ma dischiude orizzonti. Non parla dall’alto, ma cammina accanto. È apertura, non arroganza. È un atto di ascolto prima ancora che di spiegazione.

Prima di addentrarsi nei grandi enigmi dell’esistenza c’è bisogno di fermarsi un attimo e guardare il terreno su cui poggiamo questi interrogativi. Così, i primi capitoli sono dedicati alla logica, alla ragione, ai metodi della conoscenza e alla dialettica: strumenti spesso dati per scontati, ma in realtà fondamentali per comprendere come la filosofia, in oltre duemila anni di storia, abbia cercato di orientarsi nel caos e per dare un senso al mondo. Non si può parlare del perché della vita senza prima interrogarsi sul come pensiamo. Solo così possiamo evitare di inciampare nei nostri stessi schemi, pregiudizi e illusioni.

Nel corso del libro, si è data voce a molteplici correnti di pensiero, affidandosi, là dove possibile, alle parole autentiche degli autori. Ogni capitolo si chiude con alcune riflessioni dell’autore, non per concludere, ma per rilanciare e aprire nuovi varchi. Perché ciò che conta davvero non è convincere, ma far nascere pensieri. Aprire spiragli e mettere in moto gli interrogativi.

Il libro si chiude così com’era iniziato: con domande. Ma non sono più le stesse. Hanno attraversato pensieri, inciampato nei dubbi, incontrato intuizioni magari inattese. Portano addosso le cicatrici e la ricchezza del percorso. Sono domande che, pur non avendo trovato una risposta definitiva, hanno guadagnato profondità e nuove sfumature. Perché forse non esiste una verità assoluta, ma esiste il senso che nasce dal cercarla, dal non smettere di interrogarsi. Nelle ultime pagine vi attendono alcune riflessioni personali dell’autore, insieme a proposte concrete: piccoli semi e non certezze. Non pretendono di chiudere il discorso, ma di rilanciarlo. Sono un invito a proseguire il cammino con occhi più attenti, una mente meno conformista e un cuore capace di ascolto.

Un ringraziamento sincero va all’editore che ha creduto in questo progetto nonostante la sua natura controcorrente e, probabilmente, non commerciale. La sua disponibilità ad accogliere voci libere e non allineate rappresenta, oggi più che mai, un gesto coraggioso e prezioso.

Infine, lasciamo l’ultima parola a Blaise Pascal, il quale, nei Pensieri (Pensées), rispetto alla filosofia, affermava: “se moquer de la philosophie, c’est vraiment philosopher” ossia: “prendersi gioco della filosofia, è veramente filosofare”. Si tratta di un invito a una filosofia più autentica, più vicina alle persone e che non si perda in sofisticazioni sterili, ma che rimanga ancorata alla vita e ai suoi misteri. Una filosofia che riconosca il valore della ragione come strumento prezioso, ma non esclusivo, per orientarsi nel mondo.


La filosofia che ascolta con cuore aperto


CAPITOLO 1

LA LOGICA E IL METODO NELLA CONOSCENZA

1.1 Introduzione e contesto storico

Il termine logos, da cui deriva la nostra logica, affonda le sue radici nel greco λόγος – parola densa di significati che comprendono discorso, parola e ragione. Al di là della sua connotazione religiosa, il logos ha rappresentato fin dall’antichità lo strumento privilegiato per ordinare il pensiero, discernere la verità dall’errore e costruire un ponte tra l’ignoto e il conosciuto.

L’alba della filosofia occidentale fu segnata da un evento rivoluzionario: il passaggio dal mythos al logos. Non si trattò semplicemente di un cambiamento di prospettiva, ma di una vera e propria metamorfosi del pensiero umano. Nel-l’indagare la realtà, si abbandonarono progressivamente le narrazioni simboliche e magiche – i miti – a favore di un approccio critico, sistematico e razionale.

La logica, ben più di una semplice disciplina, si presenta come l’architettura stessa del pensiero umano: un’arte e una scienza che, se correttamente impiegate, consentono di navigare le complesse acque della conoscenza. Essa rappresenta un’eredità inestimabile, un faro che ha illuminato il cammino dell’intelletto attraverso i secoli, permettendoci di orientarci nel labirinto dell’ignoto.

Tuttavia, per comprendere appieno il ruolo della logica, è essenziale richiamare brevemente due correnti filosofiche fondamentali che hanno plasmato la storia del pensiero: il razionalismo e l’empirismo.

Il razionalismo, con esponenti come Platone e René Descartes – noto come Cartesio – sostiene che la vera conoscenza scaturisce dalla ragione e che le idee innate costituiscono la fonte autentica del sapere. René Descartes, nel suo Discorso sul metodo, cercò un fondamento indubitabile per la conoscenza, un punto di partenza inattaccabile e lo trovò nel celebre Cogito, ergo sum (Penso, dunque sono). Vale a dire, posso dubitare di tutto, ma non del fatto stesso che sto dubitando – e quindi pensando – e che, in quanto soggetto pensante, esisto.

L’empirismo, al contrario, con filosofi come Aristotele, Locke e Hume, radica la conoscenza nell’esperienza sensibile, affermando che tutte le idee derivano dai sensi. John Locke, nel suo Saggio sull’intelletto umano, paragonò la mente a una tabula rasa, un foglio bianco su cui l’esperienza scrive le sue tracce. Egli osservò come l’essere umano tenda a oltrepassare i limiti della propria ragione, discutendo questioni che esulano da ciò che può realmente conoscere, dando luogo a dibattiti infiniti e inconcludenti. David Hume, con il suo spirito critico, mostrò che molte delle nostre certezze si fondano sull’abitudine e su aspettative indotte dall’esperienza passata, più che su prove logiche inconfutabili.

A fronte di questa dicotomia, Immanuel Kant tentò una sintesi originale. Nella Critica della ragion pura, affermò che la conoscenza nasce dall’incontro tra intuizioni sensibili e strutture mentali innate. Spazio e tempo, secondo Kant, sono forme a priori della sensibilita3 che rendono possibile ogni esperienza, mentre le categorie dell’intelletto4 operano per ordinare e comprendere i dati percepiti.

Tuttavia, anche il tentativo kantiano di unificare ragione ed esperienza non dissolve tutte le ambiguità epistemologiche5: emergono, infatti, ulteriori ostacoli legati alla soggettività del conoscere. Ogni individuo percepisce la realtà in modo unico, filtrandola attraverso i propri sensi, esperienze e interpretazioni personali. Il linguaggio stesso, con la sua ricchezza e ambiguità, condiziona il nostro modo di pensare. Secondo il relativismo linguistico di Benjamin Lee Whorf, le strutture linguistiche modellano la nostra visione del mondo, generando concezioni diverse della realtà a seconda della lingua parlata. La cultura e il contesto storico in cui siamo immersi plasmano ulteriormente le nostre rappresentazioni del reale.

Sorge dunque un interrogativo cruciale: se ogni visione è filtrata dalla soggettività individuale, come può la logica condurci alla vera conoscenza, ossia permetterci di affermare qualcosa come oggettivamente vero?

Senza trattare nel dettaglio il problema della verità – che sarà affrontato in un capitolo dedicato – si può anticipare che le risposte filosofiche a questa domanda si articolano principalmente attorno a due posizioni opposte.

Da una parte, il relativismo, con il celebre motto di Protagora: “l’uomo è misura di tutte le cose6“, sostiene che la verità è relativa, mutevole e dipendente dal contesto, dalla cultura e dal soggetto. Di conseguenza, anche la logica che viene impiegata sarà condizionata da tali fattori. Dall’altra, vi è l’assolutismo, in ambito gnoseologico7 e metafisico8, con esponenti come Platone e Hegel, i quali postulano l’esistenza di verità eterne e necessarie, indipendenti dai punti di vista individuali. Lo stesso Kant, pur adottando un approccio critico, difese l’universalità e la necessità delle leggi della conoscenza, sebbene ne limitasse l’applicabilità all’ambito dell’esperienza fenomenica. L’assolutismo morale afferma l’esistenza di valori universali e verità etiche valide in ogni tempo e luogo, indipendenti dalle opinioni soggettive. Platone, Kant e Hegel condividono quest’idea, pur differendo nei modi in cui tali verità si manifestano e si rapportano alla nostra esperienza.


1.2 Evoluzione storica della logica: dalle origini greche all’età contemporanea

Come anticipato, il cammino della logica affonda le sue radici nell’antica Grecia, dove i primi filosofi compresero che la ragione poteva essere utilizzata per interpretare criticamente il mondo. Talete, Anassimandro, Empedocle, Parmenide ed Eraclito – seguiti da Socrate, Platone e Aristotele – spostarono l’attenzione dalle spiegazioni mitiche alle leggi naturali, inaugurando un metodo d’indagine razionale destinato a segnare in profondità la storia del pensiero.

Socrate, pur non lasciando testi scritti, rivoluzionò il concetto di conoscenza attraverso il metodo dialogico, fondato sull’arte della confutazione e dell’interrogazione. La sua celebre massima: “conosci te stesso”, resta ancora oggi un invito potente all’autoanalisi critica. Aristotele, invece, con la sua mente sistematica, formalizzò il ragionamento nel sillogismo9, una struttura inferenziale10 che consente di trarre conclusioni necessarie a partire da premesse date. Questo modello deduttivo ha influenzato profondamente la scienza e la filosofia, ponendo le basi per la distinzione tra logica materiale e logica formale.

Nel Medioevo, la logica aristotelica venne integrata nel sistema della Scolastica11, divenendo uno strumento cruciale per la riflessione teologica e filosofica. Con il Rinascimento si assistette a una svolta significativa: la riscoperta delle fonti greche e il confronto con le nuove scoperte scientifiche dimostrarono che la logica non è un insieme statico di regole, ma un processo dinamico, in continuo dialogo tra esperienza e astrazione.

Questo percorso giunse a maturazione nell’illuminismo, quando il pensiero critico e l’indagine razionale ridefinirono i confini della conoscenza. Filosofi come Kant e, più tardi, logici come Frege e Russell, ampliarono l’orizzonte del ragionamento, portando la logica a livelli di rigore sempre più elevati.

Con l’avanzamento della matematica e la nascita della logica simbolica, il ragionamento inferenziale trovò nuove applicazioni in ambiti sempre più vasti. Il pensiero logico uscì dalla sola cornice filosofica per entrare nel cuore della scienza, della linguistica e dell’informatica, dando origine a sistemi formali capaci di esprimere in modo rigoroso e universale strutture concettuali complesse. Le intuizioni dei grandi pensatori del passato sono oggi alla base dei linguaggi di programmazione, dei sistemi di prova automatizzata e dell’intelligenza artificiale.

Dalla Grecia antica alla logica contemporanea, il ragionamento formale si è evoluto come risposta alle sfide del pensiero, affermandosi come uno strumento insostituibile per interpretare, comprendere e trasformare la complessità del mondo.


Note

1 Con Ente si intende tutto ciò che esiste, qualsiasi realtà dotata di Essere. Il termine essente è molto simile, ma spesso viene usato per sottolineare l’aspetto dinamico dell’esistenza, ciò che vive e si realizza nel tempo. La sostanza è, invece, ciò che rimane stabile sotto i cambiamenti, il nucleo che non muta. L’essenza, infine, indica ciò che fa sì che una cosa sia proprio quella cosa e non un’altra; la sua natura profonda, ciò che la definisce.

2 Mentre il fenomeno per Kant è il mondo come ci appare attraverso i nostri sensi e le categorie della nostra mente (cioè ciò che possiamo conoscere), il noumeno è la cosa in sé; la realtà come esisterebbe senza la nostra interpretazione. Per Kant, il noumeno è pensabile, ma non conoscibile: è un concetto limite che ci ricorda i confini della nostra conoscenza. Non possiamo averne esperienza diretta, ma possiamo pensarne l’esistenza come ciò che sta dietro l’apparenza fenomenica.

3 Le strutture a priori sono quelle che precedono l’esperienza. Le forme a priori della sensibilità sono le strutture innate attraverso cui percepiamo la realtà, indipendentemente dall’esperienza. Egli identifica spazio e tempo come le due forme fondamentali: non sono proprietà oggettive del mondo esterno, ma modi in cui la nostra mente organizza i dati sensoriali. Non possiamo fare esperienza di un oggetto senza situarlo in uno spazio e in un tempo, perché queste categorie non derivano dall’osservazione, ma sono condizioni necessarie della percezione stessa. In questo senso, spazio e tempo non esistono in sé, ma sono il filtro attraverso cui conosciamo la realtà fenomenica (come il fenomeno ci si presenta a noi secondo le nostre percezioni), distinguendola dal mondo noumenico (come essa veramente è), che resta inconoscibile.

4 Le forme a priori dell’intelletto o le categorie dell’intelletto, secondo Kant, sono strutture a priori che la mente applica automaticamente alle percezioni sensibili, organizzandole in un mondo ordinato e intelligibile. Paragonabili a occhiali invisibili, esse trasformano il caos sensoriale in conoscenza, rendendo possibile l’unificazione delle percezioni in oggetti dotati di significato. Questo concetto è centrale nella rivoluzione copernicana di Kant: non è la mente che si adatta agli oggetti, ma gli oggetti che si conformano alle forme del pensiero per essere conosciuti. Le categorie si suddividono in quattro classi principali — quantità, qualità, relazione e modalità — ciascuna articolata in tre specifiche sottocategorie. In sintesi, esse costituiscono le strutture fondamentali attraverso cui l’intelletto umano interpreta e comprende l’esperienza.

5 L’epistemologia è la branca della filosofia che si interroga sulla natura, i metodi, i fondamenti e la validità della conoscenza scientifica. Si chiede, ad esempio: quali criteri permettono di distinguere una conoscenza scientifica da un’opinione o da una semplice credenza? In che modo le teorie scientifiche vengono costruite, giustificate e sottoposte a verifica? Qual è il ruolo dell’osservazione, della sperimentazione e della logica nella costruzione del sapere? L’epistemologia analizza la metodologia e la logica interna delle scienze, riflettendo su come la conoscenza scientifica si sviluppa, cambia e si evolve nel tempo.

6 Ad esempio, la percezione del colore, la quale varia da persona a persona.

7 La gnoseologia, o teoria della conoscenza, è la disciplina filosofica che si occupa del problema della conoscenza in generale: ne indaga l’origine, i limiti, la validità e le modalità. Studia le modalità, le condizioni e i limiti del conoscere. Il suo campo è più ampio rispetto all’epistemologia, poiché non si limita alla conoscenza scientifica, ma include ogni forma di sapere, compreso quello sensibile, intuitivo, metafisico o religioso.

8 La metafisica è il ramo della filosofia che si occupa di ciò che va oltre l’esperienza sensibile, indagando i principi ultimi della realtà. Si interroga sull’Essere, sull’esistenza, sull’identità, sulle cause prime, sulla struttura fondamentale del reale e su ciò che trascende il mondo fisico. È la disciplina che cerca di rispondere alle domande più radicali: “che cos’è l’Essere?”, “perché c’è qualcosa anziché nulla?”, “esiste una realtà al di là di ciò che percepiamo?

9 Il sillogismo è una forma di ragionamento deduttivo in cui da due premesse si giunge a una conclusione necessaria. Un esempio classico è: “tutti gli esseri umani sono mortali; Socrate è un essere umano; dunque, Socrate è mortale”.

10 In filosofia, l’inferenza è il processo attraverso cui la mente umana giunge a conclusioni partendo da premesse già note. Essa può assumere forme diverse: a volte si procede per deduzione, partendo da principi generali per arrivare a conclusioni certe; altre volte si utilizza l’induzione, formulando regole generali a partire dall’osservazione di casi particolari, con il rischio di errore (ad esempio: ho visto cento cigni bianchi, quindi concludo che tutti i cigni sono bianchi); infine, nell’abduzione, si ipotizza la spiegazione più plausibile per un fenomeno, pur senza averne certezza assoluta (ad esempio: sento rumore di passi sul tetto; la spiegazione più plausibile è che sia un gatto, anche se non ne ho la certezza). Questo tipo di ragionamento è fondamentale in ogni ambito del sapere.

11 La Scolastica fu la filosofia cristiana medievale sviluppatasi tra il IX e il XIV secolo nelle scuole religiose e universitarie. Centrata sul rapporto tra fede e ragione, intendeva armonizzare la rivelazione cristiana con la logica aristotelica, impiegando un metodo dialettico basato su lettura, commento e disputa. Considerava la filosofia al servizio della teologia (ancilla theologiae) e si fondava su un forte rispetto per le autorità religiose e classiche, con l’obiettivo di costruire sistemi coerenti e universali del sapere.

[continua]


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