A mio padre
UN PO’ MENO DI UN PROLOGO
Nasco a Roma nell’anno del Cavallo da padre sardo e madre figlia di levantini.
Leggo Thomas Mann e Fëdor Dostoevskij. Ascolto Grace Slick e John Coltrane. Vedo il Taj Mahal e le Cascate del Niagara. Stringo la mano a Lina Wertmüller e a Gianni Rivera.
Esco dalla bufera della contestazione giovanile, degli anni di piombo, di Tangentopoli e della seconda Repubblica, indenne ma sicuramente cambiato.
E mi rimane il dubbio se nella vita si sia artefici del proprio destino o se ogni evento “accada” a prescindere da noi stessi.
VINCENZINA
Il ronzio monotono muoveva l’aria del grande salone. La lucidatrice sussultava sulle venature del marmo e, con ritmo lento, seguiva un ovale lungo quanto un braccio; andava in su, eseguiva una stretta curva, ritornava quasi sulla striscia di andata, faceva un’altra curva stretta e ripercorreva a disegnare un nuovo ovale delle stesse dimensioni.
Scivolava annoiata su quel pavimento già lucido e seguitava a girare stancamente, sospinta dalle nodose mani della donna.
Ogni tanto uno scatto interrompeva la corrente e l’apparecchio restava improvvisamente immobile, piatto a terra, in atto di riposo. Poi un nuovo scatto gli ridava quel tanto di energia per rimetterlo pigramente in moto.
Il lamento riprendeva continuo, ritmando solo il tono, ora più alto, ora più basso.
Vincenzina, tutta incurvata, guardava fisso il punto sul pavimento, avanti la lucidatrice. Un appiccicaticcio di grinze stringeva gli occhi piccoli, scialbi, senza fondo, mentre la fronte, breve e giallastra, era in gran parte coperta dai capelli opachi, cadenti alla rinfusa verso le orecchie.
La luce brillante del mattino si smorzava nel biondo smorto, rigato di grigio. Trattenute dalle grinze degli angoli della bocca, le labbra contratte poggiavano sulle curve delle mandibole e nascondevano i denti guasti.
La grossa palla del capo, infossata nelle spalle, dominava il corpo corto e rattrappito, avvolto in una specie di lunga tonaca violacea che ondeggiava a sghimbescio insieme al movimento ritmico della macchina. Due robuste caviglie coperte da calzerotti di lana grezza sormontavano i piedi ampi che, infilati nelle scarpe di tela celeste, quasi nuove, sopportavano alternativamente il peso sovrastante del corpo che si muoveva in avanti e indietro.
***
Rosy era molto preoccupata; si era svegliata con la solita emicrania, proprio quel giorno che doveva organizzare la festa di fine d’anno. Il padre e la madre avevano deciso di passare il Capodanno a Monaco di Baviera; il fratello era a Cortina e lei, ormai diciassettenne, aveva stabilito che quello sarebbe stato il suo gran giorno.
Nel pomeriggio sarebbero venute due amiche ad aiutarla, ma intanto c’era tutto da fare: telefonare per le ordinazioni a Ruschena, rifornire abbondantemente il bar, sgombrare il salone da ballo, sistemare le sale per il gioco, prendere gli ultimi accordi con gli amici. E Nadine che non aveva ancora finito il vestito!
A mezzogiorno la testa sembrava scoppiarle ma il ronzio della lucidatrice continuava imperterrita a penetrarle nel cranio, finché gridò alla Vincenzina di smetterla e, dopo essersi raccomandata alla cuoca e alla cameriera di proseguire nei preparativi, prese due compresse e si accasciò sul letto, addormentandosi.
***
Mirella era tornata in casa dello zio. Fino al giorno prima, in ospedale, i medici passando la guardavano, le tastavano il polso, le osservavano gli occhi strabici scrollando il capo e se ne andavano. Le infermiere si fermavano un attimo sulla porta della stanza, la contemplavano e passavano oltre. Nella cameretta vi erano altri due lettini: uno era vuoto, l’altro conteneva una donna affetta da tumore alla colonna vertebrale e quindi in continuo torpore per effetto della morfina.
A volte, un giovane medico si sedeva con aria triste accanto al letto dell’adolescente, le prendeva la mano esangue, umida, di tanto in tanto le carezzava i capelli, la osservava in silenzio: un occhio era semichiuso, mentre l’altro, spalancato, dilatato, esprimeva angoscia e terrore. La malattia faceva il suo corso; fra poche ore la meningite tubercolare avrebbe avuto un’altra vittima.
***
Vincenzina aveva smesso di lucidare e non vedeva più l’immagine deformata di Mirella sul lucido marmo; ora la vedeva dalla finestra attraverso le iridescenze del sole. Da diversi giorni non piangeva più, neanche quando rivedeva la figlia vivace, intelligente, accoglierla ed abbracciarla, piena di allegria, allorché l’andava a trovare in casa del vedovo di sua sorella. Erano dieci anni che l’aveva affidata al cognato, senza figli, che aveva contratto la tubercolosi in guerra ed usufruiva di una pensione sufficiente a far vivere discretamente due persone.
Lei era rimasta con Nando, soggetto down, nella baracca a Monte del Gallo. Sperava che almeno la bambina crescesse lontana dagli stenti e si istruisse; infatti Mirella non aveva sofferto la fame ed era andata alle medie, ma il riacutizzarsi della malattia aveva nuovamente gettato lo zio in sanatorio e la nipote nello squallore.
Due anni di fame e di freddo, nonostante le fatiche della madre costretta a servizi pesanti nelle case dei signori. E quando finalmente lo zio era tornato e si era ripreso la giovinetta alquanto dimagrita, era stato giorno di festa.
Il vitto abbondante aveva subito giovato a Mirella, ma per poco tempo perché – presto – perse l’appetito, divenne nervosa e sempre stanca.
Con l’inizio della primavera le venne un gran febbrone, un’influenza testarda che, per quindici giorni, tutte le sere, le fece salire la temperatura ad oltre trentanove gradi. Più che il medico, infine, fu l’affanno che la convinse a ricoverarsi in ospedale.
La diagnosi fu facile: tubercolosi miliare. Le cure furono rapide ed efficaci. Le radiografie mostrarono subito una buona regressione della malattia polmonare. Poi, a un mese dal ricovero, comparvero i primi segni della meningite.
Le furono somministrate medicine di tutti i tipi: i ritrovati più recenti. Subì centinaia di punture lombari, finché ogni tormento risultò inutile. I medici dichiararono che il bacillo di Mirella, assorbito dallo zio, era resistente a tutti gli antibiotici. Il lento peggioramento la portò sino alla soglia dell’anno nuovo; il 30 dicembre entrò in coma.
Nella penombra della stanza giaceva sola. Lo zio, ritenendosi responsabile, non si era fatto più vedere per il rimorso, mentre la madre, se voleva guadagnare un po’ di pane per Nando, era costretta a non ammalarsi ed a correre tutti i giorni ai Parioli a strofinare pavimenti.
«Nandooo!».
Ad ogni richiamo correva, piccolo, rotondetto, proteso in avanti. Invece del pezzo di pane che, avido, sempre cercava, arrivava un tonfo sordo ai piedi, che lo faceva sussultare e spesso si ritrovava a terra. Intorno risa sgangherate e nuovi richiami.
Era un continuo aggirarsi da una baracca all’altra, un susseguirsi di grida, di botti, di sussulti, di cadute.
Correva saltellando goffamente in mezzo al fango, ai detriti solcati da rigagnoli puzzolenti; spesso scivolava, si rialzava, sempre con la bocca semiaperta e la capigliatura arruffata sulla fronte.
***
Alle quattro giunsero le due amiche per aiutarla e Rosy, ancora stordita ma più rinfrancata, riprese i preparativi per la festa: molti mobili erano stati spostati; il salone era uno specchio. Arrivarono i pacchi di Ruschena e subito furono preparate le guantiere. La cristalleria brillava, da una parte, pronta per l’uso.
Alle cinque, la Vincenzina ottenne di andare via, seguita da un aspro: «Vai, vai, tanto non è lavoro per te, questo».
Salì faticosamente sul 19. Sentiva un gran peso alle gambe, la mente vuota, come se tutto il suo interno fosse scivolato in basso. Agiva meccanicamente; aveva qualche sbandamento e il terreno le sfuggiva di sotto. L’autobus la scuoteva da una parte e sarebbe caduta, se la folla che la pressava non l’avesse sostenuta. Vide in ritardo la fermata d’arrivo. Sbracciandosi, spinse, riuscì a scendere. Aspettò, salì su un altro autobus affollato, arrivò al capolinea di Monte Mario.
La via Trionfale era ormai buia, fangosa, la tela delle scarpe presto divenne fradicia. Camminava aritmicamente, senza accorgersi delle pozzanghere. Le macchine passavano veloci, rasenti, schizzando; si scansava, proseguiva, la borsa stretta sotto il braccio.
Di fronte al sottopassaggio della ferrovia traversò la strada; sentì uno stridio di gomme e delle bestemmie, ma non vide nulla. Proseguì sulla destra, percorse l’ultimo tratto ed attraversò il cancello dell’ospedale; nessuno la fermò: la conoscevano.
Entrò nell’androne marmoreo, salì al primo piano, percorse il corridoio del reparto; lasciò delle impronte di fango sul verde linoleum.
Alle sei, finalmente, Nadine mandò il vestito; un modello molto semplice, aderentissimo, in velluto nero e paillettes d’argento, scollato davanti e dietro. Alle sette aveva appuntamento con Spartaco per la pettinatura.
***
Nando stava seduto in un angolo della baracca, sopra una cassa coperta di tela rossa. Sulle spalle aveva una tenda grigiastra e strappata. Gli avevano avvolto il capo in uno straccio e tinto la faccia di nero. Il rumore era assordante.
Strane figure si agitavano, si contorcevano, confondendosi con la nebbia che diveniva più fitta verso le pareti della baracca.
Di tanto in tanto avvertiva in bocca il collo di una bottiglia ed un liquido piacevole scendergli nello stomaco.
Non aveva la forza di muoversi, e sarebbe già caduto se non gli avessero passato una corda intorno alla vita, fissata in alto a uno spunzone della parete.
Il tanfo di tutta quella carne umana agitata, sudata, mischiandosi con la puzza del viso e con quella abituale della casupola, rendeva l’aria insopportabile.
***
Nella stanza, un paravento nascondeva il letto 34. Un frate aveva in mano un batuffolo di cotone bagnato di olio e faceva segni sul capo di Mirella. Alcune parole tronche accompagnavano i gesti. L’occhio dilatato seguiva il rito. Le due infermiere, ai lati del letto, le mani semi incrociate davanti, assistevano al sacramento. Degli occhi umidi nascondevano qualche lacrima.
Vincenzina entrò lentamente nella scena, si fermò, aspettò che l’unzione fosse completata. Il frate raccolse le proprie cose, guardò a lungo la morente, muovendo le labbra. Quindi parlò di un angelo che saliva al cielo, della fine di ogni sofferenza, della giovinezza eterna.
Finalmente poté sedersi sul banchetto vicino alla figlia. Appoggiò il capo accanto a quello di lei, che non si mosse. Il volto emaciato, azzurrino, un occhio spalancato, l’altro chiuso, la pelle umida e calda, le mani bluastre, già fredde. Il petto si sollevava aritmicamente, lentamente. Da un angolo della bocca usciva un filo sottile di bava.
Le infermiere lasciarono sola la madre. Il silenzio era rotto solo da qualche lamento e, di tanto in tanto, dal gracchiare del campanello.
Alle nove, Mirella dilatò ancor più le pupille e smise di sollevare il petto.
***
Alle dieci arrivarono i primi invitati. L’emicrania era passata, ma uno stato di ansia, di attesa, teneva Rosy in continuo movimento; il desiderio di Renato la tormentava ormai da diversi mesi e mai era riuscita ad agganciarlo, conteso com’era da tutte quelle donne.
Renato non sembrava aver accettato il suo invito con grande entusiasmo, eppure la festa era stata preparata solo per lui. Chissà con chi sarebbe venuto.
Quando Rosy comparve erano ormai passate le undici. Una magnifica fanciulla lo accompagnava, elegantissima, forse una mannequin. Le sue amiche gli furono subito attorno.
Lei si mostrò indifferente: la lotta cominciava, aveva poco tempo a disposizione. Lo portò subito al bar.
***
Ubriaco fradicio, ormai piombato in un sonno profondo, Nando fu preso di peso e portato all’aperto, senza che gli pulissero il viso e nemmeno levassero gli stracci di dosso. Si fece una processione di gente salmodiante e schiamazzante, tra risa e lancio di petardi. Nando era davanti, sollevato in alto, a braccia tese, portato in trionfo, come si faceva una volta per la bestia sacrificata sull’ara.
Arrivati alla baracca di Vincenzina entrarono e lo buttarono sul pagliericcio. Lui non si accorse di nulla e continuò a russare fragorosamente.
Quando Vincenzina lasciò l’ospedale, erano quasi le undici. Aveva ancora davanti agli occhi l’immagine di quel corpo magro, fragile, avvolto in un lenzuolo, mentre veniva sollevato da due portantini e poggiato, con quanta delicatezza possibile, sulla lettiga. Un coperchio di zinco l’aveva per sempre nascosta alla sua vista. Quell’immagine cristallizzata nei suoi occhi, era l’unica cosa che vedesse, né aveva altra sensazione che quel peso sordo in mezzo al petto che le dava l’affanno.
Uscì, sempre con lo stesso passo, lento, regolare, un po’ traballante. Rifece la strada a piedi, prese l’autobus, scese, come al solito, in piazza Risorgimento. Tutto si svolgeva automaticamente, come se il corpo, in quella posizione, avesse capito di dover agire da solo, senza la guida del cervello.
Piazza San Pietro era deserta. Le ombre del colonnato, della facciata, dell’obelisco, disegnavano una linea nera, irregolare, che tagliava nettamente l’argento riflesso della luna. L’enorme muraglia della basilica dominava possente come il destino. Il colonnato sembrava avviluppare con enormi artigli, né l’ombra pesante offriva un rifugio sicuro. Chiunque, in quella piazza, a quell’ora, avrebbe avuto l’angoscia della colpa, il senso dell’inesorabilità del castigo. Vincenzina non si accorse di nulla.
***
Il ballo era il suo forte ed era proprio l’arma che, insieme all’astuzia, doveva usare. Aveva somministrato a Renato tre whisky abbondanti, ed ora lo stava stordendo in un twist indiavolato. Lo stesso disco lo fece ripetere tre volte, ed alla fine lui era esausto.
Lo trascinò nello studio del padre e lo fece sdraiare sul divano. Le sue amiche fidate si sarebbero occupate degli invitati.
***
Passò sotto il ponte della ferrovia, cominciò a salire in mezzo al fango, fra le baracche.
Da ogni parte si udivano ballabili, scoppi di petardi, risa sganasciate, brindisi gridati con voce ormai rauca. Gli scoppi erano sempre più fitti; una ragazza uscì di corsa da una baracca, ridendo, con in mano un bengala dalle mille scintille colorate. Un giovanotto la inseguiva anch’esso ridendo, con un bengala in mano, dalle scintille d’argento. La seguì fino in fondo alla discesa, e quando i bengala si esaurirono, le due ombre si fusero in una.
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La battaglia di fine d’anno era al suo culmine: scoppi, grida, canti di ogni genere riempivano l’aria. Il vecchio anno, colpevole di tutti i mali, era scacciato da ogni cosa.
Renato, esausto, giaceva disteso sul divano, nella stanza appena illuminata; avvertiva un piacevole stordimento. Il calore del whisky, diffondendosi in tutto il corpo, gli dava un senso di benessere.
Rosy lo guardava con i suoi occhi scuri, vicinissima, senza dire parola. Gli carezzava leggermente la fronte, i capelli e, con la bocca socchiusa, gli respirava sul viso. Lui le poggiò una mano sulla schiena nuda e prese a carezzarla. Lei ebbe un brivido, la bocca cercò quella di lui e affondò in essa. La sua mano scivolò in avanti, sul seno nudo, sodo, di vergine.
Poi il ragazzo si girò, le fu sopra. Lei avvertì come uno strappo e qualcosa di caldo dentro; si sentì venir meno.
***
Vincenzina arrivò faticosamente alla sua baracca, l’uscio era spalancato; entrò nella penombra e chiuse la porta sgangherata. Avvertì il ronfare di Nando sul letto, ma non gli badò, posò la borsa, sedette su uno sgabello e poggiò i gomiti sulla tavola.
Appoggiò il capo sulle braccia e la prima lacrima del nuovo anno scivolò lentamente da una grinza all’altra del suo viso.
[continua]