Il papavero

di

Giulio Maurizio Galli


Giulio Maurizio Galli - Il papavero
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
14x20,5 - pp. 220 - Euro 14,50
ISBN 9791259513939

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In copertina: «bright red poppy flower isolated on white» © vetre – stock.adobe.com


Questa è un’opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti e fatti realmente accaduti, è puramente casuale.


Dopo la pubblicazione nel 2012 del racconto autobiografico «I ragazzi della 500 che sognavano la Porsche», la mia passione per la scrittura creativa non si è mai spenta.
Questa opera narrativa Il papavero fa parte di una trilogia, che comprende altri due racconti che vedranno la luce prossimamente.
Per questo romanzo ho avuto l’ispirazione da un mio amico, la cui famiglia mi ha sempre affascinato e che ho sempre seguito con interesse, pur non avendo una particolare simpatia per la professione che esercita; l’avvocatura. Nella mia particolare classifica di gradimento questa professione occupa l’ultimo posto insieme alla casta dei notai.
Devo aggiungere che il dottorato in legge è sempre stato il percorso accademico dei miei sogni, senza però abbracciare la professione legale.
In questa narrazione i personaggi protagonisti sono di pura fantasia, come i nomi che hanno, ma si avvicinano molto alla realtà della vita di tutti i giorni, la vita che ci circonda, fatta di episodi di cronaca, ma anche di storie d’amore.

L’Autore


Prefazione

Nel suo libro, dal titolo “Il papavero”, Giulio Maurizio Galli racconta le vicissitudini relative ad una storia d’amore che vede i protagonisti diventare ostaggio d’una mentalità patriarcale, oltre al profondo dissidio causato dall’ideologia politica che conduce verso una visione manichea della realtà e della società, provocando forti contrasti tra le famiglie dei due innamorati.
“L’amore negato” rappresenta il simbolo della sconfitta per tutti i protagonisti della vicenda narrata perché, ognuno a suo modo, diventa “colpevole” per non aver salvato l’amore, per non aver cercato di far trionfare “l’amore vero”.
La sofferta storia d’amore vedrà un triste epilogo a causa dei pregiudizi e della mentalità rigida e chiusa di alcuni membri delle due famiglie che contrastano violentemente tale relazione sentimentale e distruggono “l’amore vero” che Ivana e Davide sentono nel loro cuore.
Il padre di Ivana, che si chiama Gino, lavora come operaio ed è un comunista convinto che combatte per le sue idee politiche, assertore d’una concezione della realtà ben delineata: da un lato si trovano gli operai e dall’altro lato vi sono i capitalisti che li sfruttano.
Lui ha speso la sua vita per il bene della famiglia, per la moglie Pinuccia e la figlia Ivana Caterina, purtroppo cercando sempre di imporre la sua “visione” della realtà.
Ivana è una ragazza bella, brava e riservata, lei cerca “l’amore vero” e non è assolutamente disposta a intraprendere relazioni superficiali: frequenta la facoltà di Giurisprudenza e conosce Davide che si è appena laureato nella stessa facoltà.
Purtroppo il destino vuole che Davide sia figlio di un famoso avvocato, che si chiama Manfredi, con un prestigioso studio e decisamente benestante.
Lui ormai è vedovo, però, ogni giorno, “parla” alla moglie, davanti ad una delle numerose foto che sono sparse per tutta la casa: l’unica donna che ha veramente amato e l’unica capace di condurlo a comportarsi in modo coscienzioso e giusto.
Quando il figlio Davide lo mette al corrente della sua relazione con Ivana, lui si dimostra totalmente contrario perché vuole che si sposi con una ragazza del suo “ambiente” e non con una figlia di “operai”.
Allo stesso modo anche il padre di Ivana si dimostra fortemente contrario alla relazione della figlia con Davide, nonostante si renda conto dell’amore profondo che sua figlia prova per il fidanzato: iniziano i litigi con la moglie Pinuccia perché cerca di convincerlo a cambiare idea per il bene della loro figlia, ma il marito è irremovibile.
La situazione diventa così pericolosa che Ivana e Davide, a malincuore e con grande dolore, decidono di lasciarsi per non peggiorare le cose, rinunciando al loro grande amore.
Dopo un burrascoso incontro con il padre di Ivana, Manfredi si pentirà per non aver difeso l’amore tra i due innamorati e, purtroppo, sarà la prima vittima d’un atroce destino.
L’epilogo della vicenda d’amore subirà la stessa sorte ed un evento drammatico ne segnerà e decreterà la tragica fine.
La narrazione coglie e fissa perfettamente tale condizione di sofferenza: ne indaga gli stati d’animo, esplora le riflessioni, accoglie le confessioni, comprende le amarezze e percepisce il dolore profondo causato dalla “incomprensibile” violenza subita da Ivana.
Giulio Maurizio Galli fissa fedelmente la sua intenzione narrativa grazie ad una scrittura che coglie l’essenza profonda delle percezioni che nascono dall’universo emozionale dei protagonisti.
Nella multiforme trama dell’esistenza la visione narrativa di Giulio Maurizio Galli s’impregna d’un senso di fatalità davanti al crollo d’ogni certezza, tra lento inabissamento in una concezione idealistica che non ammette il ripensamento ed algido distanziamento che segna la linea di confine tra il Bene e il Male.
La Parola narrante di Giulio Maurizio Galli risulta penetrante e decisamente convincente nel fissare tali evidenze narrative e, durante il processo, si assiste ad una inesorabile caduta d’ogni convinzione sociale come se le varie istanze fossero preda delle metamorfiche sembianze negative che distruggono il sentimento d’amore: ecco allora la necessità d’una purificazione che redima il senso autentico dell’amore, nel suo significato più profondo, nella sua concezione universale.

Massimo Barile


Il papavero


Dedicato a Germana e Gisella


Ringraziamenti

Desidero ringraziare Davide Cornalba e la sua famiglia.
I cari amici Anna e Gastone Callegaro.
Attilio e Antonietta Todaro.
Le mie prime fan: Giusi, Monica, Ross, Donatella, Laura, Daniela.
Le animatrici Laura e Silvia.
A ciascuno di voi.


CAPITOLO 1

Ancora un giro e le lancette si sarebbero messe sulle 6.30, il trillo della sveglia avrebbe diffuso il suo odioso suono per tutta la stanza.
Gino aveva spalancato gli occhi e come ogni mattina stese il braccio alla ricerca del tasto, che avrebbe reso muto il tormento della suoneria, rimase per qualche minuto disteso sul letto, si domandava a voce alta che giorno fosse.
È lunedì o martedì?
No, è lunedì 12 settembre 2011, è una mattina come tutte le altre e in Italia non è cambiato niente. Pensò per un po’ alla tragedia delle torri gemelle che aveva seguito in televisione la sera precedente e scosse la testa, ora gli sembrava impossibile che fosse veramente successo. Com’è stato possibile che il Paese militarmente più organizzato del mondo, il Paese più sicuro fino a quel momento, avesse potuto farsi sorprendere da dei dirottatori e non sia riuscito a fermarli, si domandava cosa era veramente successo. Non amava l’America e tanto meno gli Americani, ma questa gli sembrava una punizione eccessiva per giustificare il suo odio verso quella nazione, sbuffò e cacciò via quei pensieri.
Aveva dato uno sguardo alla sua sinistra, il cuscino, con le sue pieghe nel centro, tradiva l’impronta della presenza di sua moglie che da una decina di minuti aveva abbandonato la stanza da letto.
Un’occhiata ancora alla sveglia e si era seduto infilandosi le ciabatte, in quella posizione dava il via ai suoi pensieri; sua figlia, il lavoro, e poi via, via a tutto il resto. Ora si passava entrambe le mani ai lati della testa, a rovistare con le dita i pochi capelli rimastigli. Era un gesto meccanico di tutte le mattine, come se volesse radunare, riordinare tutti i suoi pensieri, senza lasciarne cadere neanche uno, per poi soffermarsi su quelli più spinosi. Era come un inventario, a volte era un vero e proprio bilancio della sua vita; aveva cinquantotto anni, di cui più di quaranta li aveva spesi a lavorare come operaio, ancora qualche anno e sarebbe andato in pensione. In tutta la sua vita lavorativa aveva cambiato solo due posti, non considerando il periodo della sua vita in campagna.
Il primo, quando era ancora ragazzo, era rimasto pochi anni in una piccola ditta artigianale alle porte del suo paese di origine, dove era considerato meno di un apprendista, ed era pagato in “nero”. Era poi stato interrotto dal servizio militare, quando quindici mesi più tardi era tornato, la piccola azienda aveva chiuso i battenti, ricorda che era tornato pieno di entusiasmo, pronto a riprendere il suo posto e a rendere possibili i suoi piccoli sogni. Soprattutto indipendenza dalla sua famiglia, avere qualche soldo in tasca, che non aveva mai avuto e che sua nonna gli infilava in tasca, mettendosi il dito indice sulla bocca e guardandosi in giro perché nessuno la vedesse. Lui avrebbe voluto rifiutarli perciò la nonna glieli metteva in tasca quasi con forza. Uno dei suoi sogni era una moto di media cilindrata che avrebbe pagato a rate, ma arrivato davanti al cancello, tutta la sua eccitazione era svanita. L’ingresso era sbarrato da una grossa catena ormai arrugginita, e insieme ad alcuni ciuffi di erba che erano cresciuti alla base del cancello, davano inequivocabilmente la certezza che il posto era stato abbandonato da tempo. Era rimasto lì per qualche minuto, pensando che forse la ditta si fosse trasferita, cercava un’indicazione, un qualche cartello che gli indicasse il nuovo indirizzo, ma più si guardava in giro e più notava segni di abbandono, e così la speranza si affievoliva.
Ci volle la conferma di un anziano ciclista, che non vedeva l’ora di divulgare lui l’informazione non avendo altro da fare, si era fermato a guardarlo e con tono di chi sa tutto:
«Hanno chiuso! È fallita! Chissà dove saranno adesso! Ormai sono mesi che non si vede nessuno.»
Poi morso dalla curiosità:
«Lei è un creditore?
«Eh! “I Danè” non li prende più!»
Non aveva dato a Gino neanche il tempo di rispondere, aveva spinto il piede sul pedale della bici e si era allontanato borbottando. Gino lo guardò mentre si allontanava sbandando leggermente, finché non prese velocità, quando sparì dietro una curva abbassò il capo sconsolato e si mise a dare calci a dei sassi che erano lì intorno, guardò ancora una volta il fabbricato, come se volesse dirgli qualcosa, o si aspettasse una risposta a tutte le domande che gli venivano alla mente e poi se ne andò.
Questo episodio sulla sua pelle fu il primo, e altri ne seguirono sulla pelle di altri operai confermando nel tempo ciò che Gino aveva appreso dai vecchi “compagni”, riguardo alla condizione precaria e di sopruso degli operai.

Il secondo e l’attuale lavoro lo occupava in una delle aziende più importanti della Regione. Il suo compito era iniziato come “Ragazzo tutto fare” poi fattorino, aiuto magazziniere, poi col passare degli anni era divenuto uno dei responsabili del magazzino, grazie solamente al suo comportamento irreprensibile, e corretto sia coi suoi compagni di lavoro che con i suoi capi. Era mancato dal lavoro solo pochissime volte, e sempre per causa di forza maggiore, a volte si recava al suo posto anche con qualche linea di febbre, o con la classica influenza. Il posto che oggi occupava se l’era meritato “sul campo”, avrebbe potuto arrivarci molto tempo prima ma, si era visto passare davanti altri colleghi meno preparati e più giovani, sembravano incomprensibili le decisioni della dirigenza, ma lui sapeva il motivo di queste manovre. Era considerato un lavoratore “statico”, un antagonista, che non poteva valicare la spaccatura imposta dalla direzione, e tantomeno avere possibilità di carriera, oltre a quella che gli spettava contrattualmente, anche se i suoi capi riconoscevano in lui un esempio da seguire, dal punto di vista dell’impegno e della correttezza. Tutto ciò era dovuto alla sua militanza politica; non solo era un comunista “credente”, ma apparteneva a quel gruppo di operai sindacalisti, ai quali tutta la forza lavoro si rivolgeva per consigli o addirittura per risolvere i problemi interni all’azienda, prima di rivolgersi direttamente al sindacato.
Era considerato un punto di riferimento, per la sua irreprensibilità, e il suo fermo impegno a salvaguardare la condizione della forza lavoratrice.
Aveva dato ancora un’occhiata all’orologio, incastonato in una scultura di porcellana sopra il comò, faceva parte di quei ninnoli, che era stato costretto a comprare per rendere felice sua moglie; pensò in quel momento a quanti altri oggetti in parte inutili erano sparsi per la casa, tutto, anche i mobili più costosi erano stati comprati col suo stipendio, unito a tanti sacrifici e a tante altre rinunce. Anche la Fiat Punto rossa parcheggiata nel posto auto del condominio era stata pagata subito.
In tutti questi anni il suo grande rammarico era di non essere riuscito a comprarsi la casa, mentre annuiva ancora seduto sul letto, sapeva perché non era riuscito. Tutte le risorse, tutti i risparmi erano stati impegnati, spesi per sua figlia la sua unica grande gioia, sì, i suoi pensieri ora si erano interrotti per lasciare il posto all’immagine di sua figlia, sentiva improvvisamente tutta la voglia di fare, di vivere, che fino a quel momento gli era mancata, era come se l’immagine di sua figlia fosse energia pura, che gli scorreva nelle vene, per la sua bambina sarebbe stato disposto a lavorare per sempre. Si era alzato dal letto e aveva cominciato a passeggiare freneticamente per tutta la lunghezza della stanza, avanti e indietro, come ad imprimere forza ai suoi pensieri.
Sì, pensò, l’ho cresciuta come volevo io!
Fin da bambina le aveva inculcato la sua dottrina, l’aveva educata con i principi della sua ideologia politica, da vero “compagno”.
Per un momento abbandonò il pensiero di sua figlia. Si sentiva un comunista di quelli veri, non un prodotto di una sinistra surrogata, indebolita, divisa, una via di mezzo, un compromesso con altre forze politiche. Detestava queste innovazioni, quei compagni che avevano aderito alle deviazioni del partito comunista; ricordò improvvisamente il momento della scissione, delle lacrime “in diretta” del segretario.
Certo!
Pensava, alla luce di oggi quelle lacrime avrebbero avuto un senso e un perché, ma allora furono un sintomo di debolezza, che costarono care al partito. Era nata una Sinistra che parlava un’altra lingua per lui incomprensibile. Una Sinistra che aveva cambiato nome una mezza dozzina di volte, per non parlare dei “leader”, che si alternavano come in una staffetta.
Era una Babilonia, dalla quale spuntavano personaggi come quello che aveva conosciuto qualche settimana prima.
Glielo aveva presentato il suo amico Piero che ne decantava le qualità di vero uomo della Sinistra progressista; era figlio di genitori comunisti, anzi di generazioni di comunisti. Lui, Oreste, così si chiamava, si era lasciato trasportare a suo tempo da quel nuovo vento di sinistra, che voleva e prescriveva ai seguaci una linea innovativa. Anche se aveva sentito parlare di Carlo Marx, e non avendo la più pallida idea di cosa avesse scritto, ricordava solo una frase che qualcuno gli aveva detto che era stata scritta da Marx “La proprietà privata è un furto” ma non gli avevano detto che per primo la frase fu coniata da Proudhon. Naturalmente Oreste quando pensava a questa frase si riferiva alle proprietà degli altri non certo alla sua. Così si era catapultato anima e corpo in quello schieramento che allora si chiamava “La Quercia”, probabilmente perché faceva molto trendy, ed intellettuale, forse influenzato da qualche altro compagno pentito.
Era arrivato all’appuntamento in Mercedes cabrio, tutto abbronzato, jeans e maglione griffati, e non erano gli unici “status symbol” del capitalismo che esibiva; aveva casa e barca nella località più alla moda della Sardegna, parlava come un imprenditore, anzi proprio come un capitalista. Gino aveva una gran voglia di chiedergli che lavoro facesse, ma era sicuro che glielo avrebbe chiesto in malo modo, così rinunciò.
Scoprì più tardi che era membro nella giunta comunale di Sinistra, che governava il paese in cui abitava, e prima di occupare una sedia in municipio era stato sindacalista, insomma non aveva lavorato un solo giorno in vita sua, di ciò ne faceva un vanto, guardando i suoi interlocutori con distacco. Gino si domandava come potesse essere di sinistra un personaggio simile, o forse era lui stesso che non capiva la vera essenza di quella diversa corrente di sinistra, corrente che lui detestava comunque, per lui c’era una sola sinistra: il partito comunista.
Quando l’assessore se ne andò, fece un commento col suo amico Piero:
«Non ho mai sentito di un operaio di destra ma oggi ho conosciuto un ricco di sinistra.
«Che cosa vuol dire essere di sinistra?
Di questa Sinistra!
Forse vuol dire avere gli stessi privilegi dei ricchi, vivere nell’agiatezza e contestare tutti quelli che non la pensano come loro, compresi noi che siamo comunisti?».

Piero non parlava, aveva come la sensazione che in quell’assessore che lui ammirava ci fosse qualcosa di stonato, e se ne era accorto solo in quell’occasione, solo ora, dalle parole del suo amico Gino.
Gino si era fermato di colpo mettendo una mano sul braccio di Piero:
«Bisogna riflettere su questa tendenza, dicono di essere di sinistra perché li fa vergognare meno che se dicessero di essere comunisti!
Vedi questo è solo un esempio di contraddizione, d’ipocrisia e neanche dei più clamorosi; l’altra sera seguivo una trasmissione in televisione, nella quale veniva intervistato un noto attore/presentatore; l’intervista aveva lo scopo di far conoscere al pubblico anche il lato privato del personaggio… Ecco stai attento ora viene il bello!»
Il giornalista azzardò una domanda personalissima, buttata lì a bruciapelo:
«Cosa e chi voterai alle prossime elezioni politiche?»
Ora Gino e Piero si erano fermati entrambi, Piero aspettava con evidente curiosità la risposta.
Gino alzò leggermente il tono della voce per imitare il personaggio:
«Ah! Io voto Rifondazione Comunista!
Sono da sempre “rosso”, come lo era mio padre prima ancora mio nonno grande partigiano e così tutta la mia famiglia.»
«Ti rendi conto in che mondo viviamo?
Questo qui ha avuto la sfrontatezza di dichiararsi un Compagno!
Un “Compagno” come noi! Come te e me!»
Piero scuoteva la testa abbassando il capo con un mezzo sorriso amaro e sbottò: «Il mio stipendio è di 1.280,00 euro il mese, lavoro da quando ero un ragazzo di quindici anni e faccio una vita di sacrifici, il suo sarà più di un milione l’anno probabilmente, e chissà che conto corrente avrà, e che proprietà immobiliari, insomma un capitalista, eppure siamo entrambi comunisti…»
Gino lo interruppe fermandosi nuovamente:
«No! Tu io e altri come noi siamo Compagni!
Quello lì è un grandissimo figlio di puttana, che ci prende per il culo!
Capisci?»

Ci fu un momento di pausa, ripresero a camminare lentamente, mentre un turbinio di pensieri avvolse la loro mente, come le api intorno all’alveare.
Poi Gino riprese a parlare:
«Ed è uno dei tanti, il mondo della televisione, dello spettacolo, del cinema è pieno di questi personaggi. conduttori, attori, registi, comici, e io aggiungerei predicatori che si nascondono dietro la bandiera della “Sinistra”, che vanno in televisione a fare la satira politica. Quando non ci sarà più questo governo saranno tutti disoccupati. Solo in questo Paese esiste questa ipocrisia, e ce la propinano su ogni canale della televisione; come quello che ha intonato la canzone dei partigiani: “O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao ciao”… un altro che fa il comunista con le tasche piene di soldi. È incredibile, un vero delirio!
Una vergogna! Piero!
Questa gente io la odio profondamente, forse più di quelli di destra!
Sì! Sì! Perché quelli di destra nel loro credo sono coerenti!»
Tornò a sedersi sul letto scuotendo la testa, il suo pensiero andò indietro nel tempo, ora vedeva il suo idolo, l’uomo che lui aveva ammirato e seguito più di ogni altro leader; Enrico Berlinguer, l’uomo che era riuscito a mantenere unito e forte il Partito Comunista. Il suo impegno rappresentava la vera essenza dell’opposizione pronta a divenire il partito di maggioranza, e comunque una vera e valida opposizione, ma forse qualcosa aveva sbagliato anche lui, sì, ora ricordava; “Il famoso Compromesso Storico”. L’unico passo che non condivideva assolutamente con il suo leader, il PC era il PC e non poteva, non doveva trovare accordi con la Democrazia Cristiana, la distanza era incolmabile, ma riconosceva che la politica era spesso incomprensibile contraddittoria e contro ogni logica, come aveva detto qualcuno “sporca”. Il partito con il suo leader doveva proseguire il suo grande lavoro, di questo Gino ne era convinto. Ma non fu così, dopo Berlinguer il nulla, era cominciata la scissione, il punto di non ritorno, volevano assomigliare a tutti i costi agli antagonisti, credendo che i tempi ne richiedessero la svolta, snaturando così l’identità del partito.

«Già! Bella svolta c’è stata!
Oggi non siamo nemmeno più in Parlamento, e la Sinistra non è opposizione, crede di esserlo, ma in realtà è solo confusione, e i nostri nemici sono sempre più forti.»
Sì, nemici, vedeva nella sua mente l’immagine del Presidente del Consiglio che considerava il nemico pubblico numero uno. Si domandava come aveva fatto anni indietro a vincere le elezioni, era sceso in politica solo tre mesi prima e aveva ottenuto una vittoria schiacciante, imprevedibile, e soprattutto devastante per il suo partito, che era rimasto al palo, attonito, sconvolto, come mai era accaduto nella sua lunga storia. Pensava che forse non fosse la capacità di quell’uomo, ma che era stata la nostra inettitudine, o forse erano gli italiani, che improvvisamente erano impazziti, o si erano fatti incantare da quest’uomo, com’era successo una settantina di anni prima, e i risultati erano poi sfociati in una guerra.
Oggi gli equilibri delle forze politiche sono diversi, ma il personaggio aveva affinità con quello di allora, soprattutto da un punto di vista carismatico. Forse la gente voleva un Premier sempre sorridente, rassicurante, capitalista, un esempio da ammirare e imitare, o forse voleva una guida, un uomo capace di comandare tutti. Gli ritornava alla mente una frase che aveva sentito in un’intervista televisiva:
«Il popolo italiano è come un omosessuale, che quando incontra il maschio giusto si innamora.»
«Pensò che quella frase fosse veramente schifosa, rivolta all’uomo che anche lui detestava, anche se rendeva chiaramente il significato era un insulto agli italiani, insopportabile. Nonostante le indagini della Magistratura, i processi, gli scandali dei quali era protagonista, era ancora lì, al suo posto. Gino non capiva, non accettava come un uomo di quello stampo potesse occupare una carica così importante, in qualsiasi altro Paese il popolo sarebbe insorto, e se il Presidente fosse un grande uomo di Stato si sarebbe dimesso, avrebbe accettato il volere del popolo. La Magistratura stava facendo il suo dovere o ci stava dando una mano? Gino qualche dubbio lo aveva ma, non lo raccontava a nessuno, neanche a sé stesso, per paura di aumentare i dubbi. Questo era il suo pensiero, che era condiviso da tanti italiani, eppure non avveniva nessun cambiamento. Sì, è vero, era stato eletto democraticamente dal popolo ma ora era convinto che il vento fosse cambiato.»
«Se fossimo andati alle elezioni anticipate, il Presidente del Consiglio avrebbe ottenuto una grande sconfitta, ma chi poteva deciderne le sorti?
Una volta era successo che il Presidente della Repubblica aveva convinto un alleato della maggioranza a far cadere il governo, una specie di colpo di Stato “soft”; ma dopo un breve periodo del Centrosinistra del tutto inefficace e deludente era tornato più forte di prima.»
Bisognava ammettere che la Sinistra lo aveva sempre sottovalutato, si erano limitati a insultarlo, a combatterlo personalmente e non a contrastarlo politicamente, nessuna alternativa valida, nessun “Berlinguer” all’orizzonte, questa era la vera sconfitta del comunismo e del popolo di sinistra.
Considerava, infatti, che un uomo che era riuscito a farsi eleggere per ben due volte dal popolo, non fosse proprio un cretino, ma forse erano gli italiani che avevano perso il lume della ragione, oppure gli volevano somigliare. Anche la Magistratura con il suo enorme potere era riuscita solo a farlo diventare una vittima davanti a gran parte degli italiani, almeno questa era la sensazione.
Tuttavia sentiva che un cambiamento era nell’aria, il “Colosso di Rodi” cominciava a scricchiolare, apparivano le prime incrinature, proprio perché l’opinione pubblica stava rendendosi conto di chi aveva votato. Due dei suoi alleati più vicini lo avevano abbandonato, uno dei quali, della destra più estrema, gli si era voltato contro, come un cane che morde la mano del padrone.
Comunque solo il Parlamento poteva non dare più la fiducia a quell’uomo così tanto odiato da tutta l’opposizione, ma lì aveva ancora la maggioranza, molto risicata ma sufficiente. Nello stesso tempo aveva qualche dubbio sulla capacità delle sinistre di andare al governo e mettere in atto i cambiamenti necessari; in questi anni non avevano fatto altro che combattere il capo del “Centro Destra”, unico obbiettivo che si erano imposti. Oggi assieme ai suoi compagni si sentiva abbandonato dal partito comunista, che si era diviso ancora in due rami: Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista. Si sentiva più vicino a questi ultimi, dei quali il leader era rimasto immobile sulle sue posizioni, un comunista autentico.

Cercò nuovamente le ciabatte che erano finite sotto il letto, sistemò le dita dei piedi bene, fino in fondo e con passo lento si avviò verso il bagno, passò davanti alla camera di sua figlia, indugiò per un attimo, guardò la porta e un tiepido sorriso gli addolcì il viso, pensò che i sacrifici che aveva fatto fossero poca cosa, rispetto al risultato che aveva ottenuto. Ora si domandava se era stato un buon padre; quando aveva raccolto le sue lacrime di bimba, le sue incertezze, le sue confidenze, sì, si sentiva soddisfatto, era stato padre e anche madre, un’intesa speciale, che sua moglie, che l’aveva fatta nascere, non aveva.
Era stato il primo a sentirla parlare, era pronto a giurare che la prima parola che aveva pronunciato fosse stata papà! L’aveva preparata fin da piccola a un’educazione severa, anche se cercava sempre di esaudire i suoi desideri di bambina prima e di ragazza poi. Quando non poteva comprarle ciò che voleva, delicatamente le diceva:
«Questa cosa non possiamo permettercela, aspettiamo fine mese poi vedremo, non voglio fare debiti.»
Non aveva mai acquistato nulla a rate, nemmeno l’auto, in casa aveva proibito l’uso del bancomat, e delle carte di credito, che lui chiamava “carte fregatura”, sono i soliti mezzi delle banche per carpire i soldi alla gente, con le carte di credito spendi i soldi che non hai, poi quando arriva il conto, devi pagare, sono per i capitalisti, non per noi!
Non voleva pensare a quando anche lui era bambino e aveva subito la stessa sorte d’indottrinamento del vero comunista dai suoi genitori; da suo padre con estrema violenza, il quale era un uomo brutale, quando era in casa con la famiglia, che maltrattava costantemente, mentre la sera quando era all’osteria era definito un gran simpaticone oltre che un grande bevitore. Il soprannome che si era meritato era “Stalin” perché dopo l’ennesima bottiglia scolata con i compagni, diventava serio e non parlava di politica, ma la imponeva a tutti gridando e minacciando ipotetici nemici, poi diventava nostalgico e con il cervello ormai totalmente annebbiato dal vino, intonava le prime note “Bandiera rossa”, che tutta l’osteria cantava, a squarcia gola. Il repertorio canoro terminava sempre con l’immancabile canzone “Bella ciao” allo scoccare delle 2.00 del mattino, allorché l’osteria chiudeva ed il gruppo continuava sul marciapiede tentativi di canto che erano più urla stonate. Quando poi era sul punto di svenire inforcava la bicicletta e continuava a cantare fino all’uscio di casa, dove per incanto tornava ad essere un uomo duro e severo, nonostante barcollasse da un muro all’altro, e spesso confondesse il divano per il letto. A volte gli amici dovevano accompagnarlo a casa in uno stato di ubriachezza da non riuscire a stare in piedi, in totale trance etilica.
Suo padre semianalfabeta lo considerava poco più delle bestie che avevano nella stalla, predicando che la scuola era una perdita di tempo, avrebbe voluto farlo lavorare fin dai tempi delle scuole elementari, se non fosse sempre intervenuta sua madre, che aveva stabilito un compromesso tra lavoro e scuola, in questo modo aveva potuto terminare le scuole medie. La madre, che spesso subiva maltrattamenti dal marito, era riuscita a dargli una discreta educazione, riversando tutte le sue cure per farlo crescere lontano dalla degradazione del padre, che era assolutamente senza principi morali. Spesso Gino ricordava l’esempio di suo padre e ne tracciava una regola da non seguire, era diventato “compagno” quasi totalmente grazie al modello insegnatogli da sua madre, che nei ritagli di tempo gli parlava dei grandi uomini del “comunismo” e lo invogliava a leggerne le citazioni ed i pensieri, cercando di inculcargli gli elementi base di quella cultura. Nei suoi pensieri appariva sempre sua madre, mentre di suo padre non ricordava nemmeno il volto, quel volto, che aveva imparato a detestare. Poiché più di una volta aveva assistito alle liti nella sua famiglia, in cui suo padre imponeva la propria volontà con la violenza di cui sua madre era vittima indifesa, e quando lui cercava di intervenire per difenderla erano botte anche per lui. Spesso suo padre si inventava una gelosia inesistente, aiutata sempre dall’eccesso di alcol. Quando Gino ebbe compiuto da poco i quindici anni, avvenne la svolta della sua vita; suo padre come di sua abitudine stava rincasando, la notte, ubriaco, in bicicletta e finì investito da un’auto alla cui guida c’era un pirata della strada che non si fermò a prestargli soccorso, venne così trovato il giorno dopo riverso in un fosso senza vita.
Il carattere di Gino fu così plasmato da sua madre che riuscì a cancellare dalla mente del ragazzo ogni cattivo esempio che la dannosa figura del padre potesse avergli impresso, lo convinse a iscriversi alla scuola media superiore serale, che Gino frequentò per circa un paio d’anni e poi abbandonò definitivamente.

Scosse un po’ la testa e tornò a pensare a sua figlia, a quali e quanti nomi aveva scartato! Ne voleva uno che rappresentasse, che ricordasse la sua amata Russia, e infine aveva scelto Ivana, da Ivan terzo “Il grande” o Ivan quarto “Il terribile.” Sua moglie un po’ contrariata avrebbe voluto altri nomi, come Sabrina o Rossella, presi da personaggi di film che lei amava, ma era riuscita ad ottenere il secondo nome: Caterina. Ricordò che si era complimentato e le aveva detto:
«Brava! Come la Caterina di Russia.»
Le sue nozioni di storia erano recenti e limitate a ciò che aveva letto e sentito riguardo l’Unione Sovietica, e della Zarina Caterina non sapeva nulla, neanche che erano state due: Caterina prima e Caterina seconda, comunque due imperatrici, lontane dall’Unione Sovietica, come lo era il polo sud dalla sua casa, ma tutto ciò che proveniva da quelle terre lontane, che si chiamassero Russia o Unione Sovietica o altro per lui non c’era distinzione. Avrebbe voluto visitare questo Paese, di cui aveva sempre sentito parlare con entusiasmo, anche quando era ragazzo, sempre da sua madre, ma era sempre rimasto un sogno nel cassetto. Non aveva dubbi, se avesse avuto i mezzi per visitarlo, avrebbe potuto smentire tutte le calunnie, le falsità che erano costantemente sbandierate dagli oppositori del suo partito, e dai capitalisti come il capo del governo di quegli anni.

[continua]


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