L’ombra di me stesso

di

Sergio Daniel


Sergio Daniel - L’ombra di me stesso
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
14x20,5 - pp. 128 - Euro 12,00
ISBN 9791259513892

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In copertina: Immagine di Elena Vincenzi – tecnica mista su carta


PREFAZIONE

Leggendo si inizia a sentire il profumo della terra umida della campagna nella quale è cresciuto Sergio Daniel. Continuando a leggere si inizia a sentire lo smog della Lombardia, i profumi di tutte le case italiane e le luci che, tutti noi, chi più chi meno, abbiamo visto nella nostra vita. Sergio Daniel, come buona parte delle persone ancora perfettamente lucide, dopo aver passato alcuni “incidenti di percorso” con la propria salute, ha iniziato a riavvolgere il nastro dei ricordi di una vita intensa. Una vita, la sua, vissuta in due mondi diversi: la vita di campagna e la vita di città. La bellezza di questo racconto che, poi, è una raccolta di racconti, è nell’aver sempre descritto tutto con serenità senza mai dare un voto ed una classifica ai vari episodi. Racconta tutto con il cuore perché è il suo cuore che lo ha sempre caratterizzato. Mai smanioso di protagonismo ma spesso protagonista di episodi e situazioni di grande utilità per tutti noi. Lui parla nel titolo di ombra ma questa non è scura. È l’ombra della vita di miliardi di persone che, ognuno secondo le sue capacità e possibilità, hanno lasciato il loro segno sul pianeta. Conosco Sergio da 47 anni e ho letto i suoi racconti con lo stesso piacere che, nel libro, hanno i suoi nipoti quando lo sentono raccontare. I valori di una civiltà di campagna con la serena fatica di una vita dura e disagiata e i valori completamente diversi di una vita “cittadina” ma vissuta con i giusti valori di chi ha conosciuto anche altro.
È una lettura così piacevole che scorre veloce e non vorresti che finisse. Anche i nipotini lo invitano a raccontare ancora altre storie. E forse non finirà perché Sergio ne ha e ne avrà ancora tante da fare e da raccontare con la sua sincerità ed il suo ottimismo. Spesso leggi: …in realtà, come sempre, andò tutto bene. Questa è la sua forza.
Grazie Sergio.

Ivano Dones, MD
Neurologo e Neurochirurgo a Milano

Milano 13 settembre 2025


L’ombra di me stesso


Ai miei nipoti adorati
Matteo e Margherita


Ombra

Con il sole alle spalle,
ti precede ad ogni passo,
si arrampica sugli ostacoli
e scompare a mezzogiorno,
quando il sole è a picco su di te.
Se il sole è davanti, segue
i tuoi passi senza mai
staccarsi dalle tue scarpe.

L’ombra è così, tenace e
sorprendente. Con il buio
scompare ma ritorna
non appena una luce s’accende.

Anche l’anima ha la sua ombra:
tu sei il suo sole e il suo buio.
La stendi sulle emozioni e sul pianto,
a proteggere coloro che ami, a seguire
il cammino dei tuoi pensieri.
La stendi a coprire la vergogna
e l’obbrobrio delle guerre e della
sofferenza del mondo.

È l’ombra di te stesso che ti avvolge
quando ti stringi all’amore o allarghi
le braccia ad accogliere. Conosce
il meglio di te e lo dona. Ti dona.

Varedo, 20 agosto 2025
Sergio Daniel


Ma questo sono io?

Apro appena gli occhi, giusto la fessura che consente di guardare la sveglia sul comodino. Le sei e dieci. Penso di stare ancora un po’ lì, a godermi il tepore delle coperte. I piedi sono ancora freddi, ma non tanto. Ogni volta che li sento freddi, mi viene in mente quando, in inverno, le mie tre donne, mia moglie e le mie figlie ancora piccole, alla sera, venivano sul mio letto e litigavano con i piedi per poterli mettere attaccati ai miei, alle mie gambe, per scaldarsi. Adesso mi vergogno un po’, allora aspetto che Stefania si addormenti per mettere i miei piedi accanto ai suoi e rubarle un po’ di tepore.
Sono le sei e dieci. Devo andare in bagno: anche su questo argomento non posso prendermi alla leggera. Se passa l’attimo, rischio di farmela addosso. Metto le gambe giù dal letto, sul pavimento freddo, anche se il parquet dà una bella sensazione ai piedi e quindi trascuro di mettermi le ciabatte. Il riscaldamento non è ancora partito. Mi raddrizzo a fatica, appoggiando la mano sinistra al calorifero freddo per aiutarmi e, contando ad uno ad uno i dolori che partono dai polpacci, salgono lungo le gambe per coinvolgere, nel giro di qualche secondo, il tronco, le braccia ed il collo, mi avvio barcollando a fare il giro del letto per raggiungere il bagno, guidato dalla pallida lucina azzurra delle radiosveglie.
Stefania dorme, credo non si sia minimamente accorta che mi sono alzato. Al mattino ha ancora un sonno profondo, a volte russa ma non mi dà fastidio: sono più di quarant’anni che dormiamo uno accanto all’altra. Nessun fastidio ha più senso. Abbiamo cambiato le reti e i materassi, con gli anni siamo cambiati anche noi, ma siamo riusciti a dormire accanto sempre, nonostante i dissidi, le difficoltà, le figlie (dono di immenso valore), gli sviluppi della nostra vita a volte programmati, costruiti, a volte vissuti. Ma, tutto sommato, mai subiti. Stefania dorme. Io cammino barcollando, contando i miei dolori.
Li conosco tutti, i miei dolori: potrei chiamarli per nome. A volte ce n’è qualcuno di nuovo, come un parente che viene a trovare i suoi cugini, ma, generalmente, se ne va dopo poco. Rimangono quelli affezionati, che ormai mi appartengono, con cui so come rapportarmi. Se mi svegliassi una mattina senza sentirli, dovrei darmi dei pizzicotti, per sapere se sono ancora vivo. Ma credo che non li sentirei, i pizzicotti: credo che sarei morto. Anche Stefania ha molti dolori, soprattutto alle gambe. Ma lei è forte. Si lamenta un po’ ma va avanti.
Ieri pomeriggio stavamo piegando le grandi tovaglie usate nei giorni di Natale: le stavamo tirando per stirarle un po’ prima dell’arrivo del ferro da stiro. Lei era già pronta, io ci ho messo trenta secondi per poter afferrarle in modo che non mi sfuggissero.
“Tiro?”, aveva detto Stefania.
“Tira!”, le ho risposto.
Ha tirato. Lei è rimasta ferma, io ho fatto due passetti in avanti, tirato da lei.
“Sono più forte di te!” mi ha detto.
Io lo sapevo già. Lei è sempre stata più forte di me dal punto di vista del carattere, della capacità di affrontare la vita, ma fisicamente no! Io sono un uomo di quasi un metro e novanta, ho pesato più di un quintale nei miei tempi migliori ed ero fortissimo, tenace, fisicamente. Mi sembra che fosse il tempo dei cavalieri senza macchia e senza paura, quello in cui ero forte. Non era più così ormai da un bel po’.
“Certo che sei più forte!”. Le ho detto con un sorriso neanche tanto amaro, mentre in cuor mio pensavo:
“Meno male che sei più forte: come potrei fare altrimenti? A chi potrei aggrapparmi quando non ce la farò più a far niente, cosa che succederà sicuramente tra non molto?”
Era così naturale aggrapparsi l’uno all’altra ogni volta che non ce la facevi a fare qualcosa! Essere sposati vuol proprio dire potersi appoggiare l’uno all’altra per ogni difficoltà o anche solo per condividere la fatica, il lavoro, il dolore, la gioia. Soprattutto la gioia: che gioia è, se la vivi da solo. Che vita è, se vivi da solo.
Torno dal bagno e, piano, mi sdraio nuovamente. Sono le sei e un quarto: posso dormire ancora più di un’ora. Allungo le gambe con i piedi freddi, cerco il tepore vicino ai piedi di Stefania e lo trovo quasi subito. Metto anche la testa sotto le coperte: trovo giusto che tutto il corpo collabori a produrre quel po’ di calore che mi basta per ritrovare il mio benessere, ma non mi riaddormento. Mi vengono in mente tutte le cose che facevo facilmente fino a qualche anno fa e che adesso mi costano una fatica enorme o addirittura non riesco più a fare. Per primo, naturalmente, penso al calore che producevo come una stufa elettrica: non avevo mai freddo, tanto meno a letto, con le coperte. Faccio mente locale: sono almeno tre anni che non sudo nemmeno d’estate.
Dieci anni fa, quando di anni ne avevo cinquantanove, ero da poco in pensione e avevo concluso tutti gli impegni lavorativi, politici e sociali della mia vita. Anche gli impegni famigliari erano a buon punto, con Elisa ed Emma, le mie figlie, di cui ero e sono orgogliosissimo, ormai grandi e in grado di pensare a sé stesse. C’erano Massimo, il marito di Elisa e il mio nipotino Luca, ma erano pensieri collaterali, per quanto importanti. Avevo ancora degli obblighi importanti verso Stefania, verso me stesso e verso Dio, ma ritenevo di farvi fronte con serenità, godendomi il tempo di cui finalmente potevo disporre e occupandomi delle cose che amavo, anche se non sapevo bene quali fossero. Ero certo, però, che avrei trovato cose da fare che mi avrebbero appassionato, che avrebbero dato a me e alle persone che condividevano la mia vita, ancora delle soddisfazioni.
Ma Qualcuno, lassù, ha ritenuto, invece, che fosse venuto il momento per me di prendere precisa coscienza dei limiti che la mia voglia di vivere, la mia fede assoluta nella felicità per essere quello che ero, avere quello che avevo, guadagnandomi ogni giorno il piacere di vivere, mi avevano fatto abbondantemente superare. Era la fine di giugno, in una bella sera di inizio estate. Stavo rispondendo ai miei obblighi verso Dio, recandomi alla processione per la festa del Corpus Domini, quando il mio cuore cedette: non l’avrei mai pensato, ma il mio cuore cedette.
Ero talmente incredulo, che feci finta di non accorgermene: camminai pregando e cantando per più di un’ora e, giunto a casa, cercai di salire le scale come al solito. Eravamo giovani, quando abbiamo acquistato la nostra casa e da giovani le scale sono un gioco. Corri su facendo i gradini a quattro a quattro. A due a due soltanto se stai salendo con due fardelli di acqua minerale o le borse della spesa in mano. Ma quella sera fu un dramma. Non riuscivo a salire nemmeno facendo un gradino alla volta. Dovetti inginocchiarmi e tirarmi su anche con le braccia. Non avevo fatto così tanta fatica nemmeno la volta che ero andato a vedere le sorgenti del Po sul Monviso!
“Stefi, mi faccio una doccia e vado subito a letto: domani ho il treno alle dieci per Roma e sono un po’ stanco.” Dissi, cercando di mascherare le mie difficoltà.
Stefania continuò a guardare la televisione, non avendo ragione di sospettare nulla di quanto mi stesse succedendo. Cambiò idea poco dopo, quando vide che non riuscivo a stare a letto per disturbi che non capivo se fossero dovuti a problemi di stomaco o di intestino, non riuscivo più a stare in piedi e quando mi sdraiavo faticavo a respirare o mi mancava proprio il respiro. Era allarmata. Anche Emma, mia figlia, era preoccupata e insisteva perché io andassi al pronto soccorso.
“Adesso vedrai che mi passa,” dicevo.
“Non è niente. Ho avuto un piccolo malore mentre arrivavo alla chiesa prima della processione, ma mi è passato. Forse ha lasciato qualche strascico o non ho digerito: domani devo andare a Roma, mi hanno già mandato il biglietto e la prenotazione. Devo far incontrare un imprenditore di Verona con dei finanziatori romani, non posso far saltare tutto!”
Stefania ed Emma non insistettero per qualche tempo, ma verso le due del mattino, mi sdraiai perché ero stremato e, espirando, anziché aria mi salì in bocca dell’acqua.
“È meglio che mi porti al pronto soccorso,” dissi a Stefania.
Lei preferì chiamare il centodiciotto. E mi salvò la vita.
Il piccolo mancamento avuto andando in chiesa era stato un infarto del miocardio, ma non me ne sono accorto. O non ho voluto accorgermene. Come sempre avevo fatto, avevo ritenuto che il mio corpo, “frate asino”, come lo chiamava San Francesco, dovesse fare l’asino, tirare la carretta senza fare storie: io lo nutrivo, lo lavavo, gli davo anche delle gratificazioni. Per il vestito ci pensava Stefania visto che i miei gusti sull’abbigliamento erano pressoché inesistenti. Ero convinto che non gli mancasse niente: gli avevo dato anche troppo, in realtà, tanto che dieci anni prima mi ero accorto di avere il diabete.
I sanitari erano preoccupati, ma con Stefania ed Emma preferimmo non far tornare Elisa e Massimo che si godevano la prima vacanza al mare con Luca, il loro bambino. Facemmo bene. La mia degenza fu lunga, divisa tra terapia intensiva e cardiologia, ma un giorno finì ed io potei tornare a casa a ricominciare una nuova avventura.
Sembra impossibile che dalle sei e un quarto alle sei e mezza si possa pensare a tutte queste cose, ma i pensieri corrono molto più rapidi delle parole. Anche i ricordi. Quando alle sei e mezza la sveglia di Stefania comincia a suonare, io ho già fatto tutto questo percorso, senza riuscire a scaldarmi più di tanto, ma a sufficienza per inoltrarmi nel limbo del dormiveglia e godermi quel tempo di un mattino in cui non ho niente da fare, nessun orario da rispettare e nessuno che mi aspetta. Potrei stare benissimo anche senza sveglia. Ma quella di Stefania, inesorabile, ogni otto minuti riprende a suonare. Lei la spegne. Anche lei è in pensione. Emma è autonoma, si sveglia alle sette e va al lavoro, in una scuola privata dove insegna.
In tempi normali, avrei dovuto alzarmi per portare i bambini a scuola: i miei nipoti adesso sono due, Luca in quinta e Viola in seconda elementare. Ma siamo in piena pandemia da coronavirus, il famigerato Covid 19, e i bambini li porta a scuola Massimo, che lavora da casa. Ma ormai sono sveglio. Posso portare i miei dolori fuori dal letto e organizzare questa nuova giornata.
Prima della pensione, organizzavo la giornata che doveva venire, la sera, prima di addormentarmi: una specie di esame di coscienza mi poneva di fronte a quello che avevo fatto, a come lo avevo fatto nel giorno passato e a quel che mi aspettava il giorno dopo. Non riuscivo ad addormentarmi se non facevo questo percorso. Poi, il giorno dopo, andava come andava: alla sera, prima di dormire, avrei tratto le mie considerazioni e programmato ancora il nuovo giorno.
Adesso è tutto automatico. La pandemia da coronavirus sta insanguinando il mondo intero ormai da un anno. È come una guerra, a quelli che muoiono non ha sparato nessuno ma se ne sono andate già più di un milione di persone. In Italia una città come Monza o Treviso è stata cancellata. Bisogna stare a casa, evitare i contatti, essere estremamente prudenti per non mettere in pericolo sé stessi o gli altri. La gente è cambiata, arrabbiata, risentita. Il commercio e la produzione sono o chiusi o ridotti. Da più di un anno. E non ci si vede più in faccia, tutti con la mascherina come se fossimo costantemente in una sala operatoria.
Non c’è niente da programmare perché, apparentemente, non c’è niente da fare. In realtà, le opportunità sono nella nostra testa, nei nostri pensieri e nei nostri sentimenti. Ecco, ho acceso il mio vecchio computer e invece di giocare con i solitari (ho superato livello ottantacinque su tre giochi), ho finalmente ricominciato a scrivere, a raccontare la mia storia con la quale se ne incrociano mille altre: quelle vissute durante la mia gioventù, quelle della mia vita professionale, sociale, politica. Migliaia di incroci che mi hanno formato, plasmato, deluso, cambiato e reso, in definitiva, un uomo felice. E adesso?
Al mattino eseguo i miei riti: la misurazione della glicemia, la mia toilette, la preparazione dei farmaci per il mattino, il mezzogiorno e la sera, per un totale di sedici pastiglie e un po’ di insulina, la colazione con un po’ di latte bianco. Poi prendo un libro e scendo in cortile, cammino e leggo. Almeno, scendevo in cortile. Nelle ultime settimane mi sentivo troppo simile all’asino che gira sempre attorno per far girare la mola. Allora esco dal cancelletto e passeggio sulla pista ciclabile e per le viuzze interne del quartiere dove non passa nessuno, poi rientro e scendo in cortile continuando la lettura.
Sono fortunato, so leggere camminando. Dall’inizio della pandemia ho letto oltre trenta libri. Sono anche veloce nella lettura, tranne quando ho letto l’ultima enciclica di papa Francesco, “Fratelli tutti”, perché più volte dovevo tornare indietro e rileggere, per ben comprendere il senso dello scritto. Degli altri libri, purtroppo, non ricordo nemmeno il titolo. Anche mentre li leggo, mi scordo il titolo e il nome dell’autore. Ma vado avanti: sono certo che in un file del mio cervello è tutto registrato e quando mi dovesse servire, quel che ho letto mi tornerà in mente. Mi sorprende pensare che da adolescente riuscivo a memorizzare interi brani come il Cinque maggio di Manzoni o il secondo coro dell’Adelchi in una sola sera, e ancora oggi ne ricordo alcune parti. Ma che altro posso fare, non voglio smettere di leggere: sono certo che ritroverò nei miei pensieri quello che ho letto, che i temi trattati dagli autori stimolano comunque in me quelle rivoluzioni di cultura e di idee che devono stimolare. Sono in piedi; cammino leggendo; ogni passo che faccio è un attimo di vita che mi posso ancora godere. Ma ho qualche incertezza sul mio io, sul mio “es”. Su chi sono adesso.
Quando ho camminato, anche se fa freddo o con l’ombrello aperto perché piove, per circa un’ora, un’ora e mezza, torno in casa, salgo nel mio sottotetto dove c’è tutto quel che mi serve per non sentirmi solo o inutile, ascolto un po’ di musica in cuffia per non disturbare i vicini e, se riesco, scrivo, magari compongo una poesia su un’emozione che mi ha suscitato quello che ho letto o ne correggo una che mi preme nell’anima da giorni. Scrivo, ma i miei versi non dicono quello che voleva il cuore e la mente e allora elaboro, modifico, riscrivo. Salvo, perché, alla fine, il cuore e la mente hanno sempre la meglio.
La musica che ascolto è una musica che mi riempie l’anima. Non cerco canzoni o ritmi forti. Cerco serenità e così ascolto e riascolto i canti gregoriani, salmi eseguiti solo dalla voce umana, con il particolare ritmo che ha sempre dato alle suore e ai frati contemplativi, quella piattaforma di pace su cui tutto si ritrova in Dio, il buio e la luce non si nascondono a vicenda, la voce e il silenzio sono un’unica sinfonia. Anche il pianoforte di Ezio Bosso accontenta il mio silenzio e altri, che riescono a dare una dimensione all’infinito.
Stefania mi chiama quando il pranzo è pronto. Siamo solo noi due, ma lei prepara come fosse invitato anche il vescovo o il Presidente della Repubblica. Cibo buono, che cerca di elaborare con la sua iniziativa e la sua fantasia. È sempre bello pranzare con lei. Anche quando non ci raccontiamo niente, ci facciamo compagnia, guardiamo la televisione, troviamo argomenti che danno speranza al domani.
Un buon caffè e vado a riposare. Le mie ossa lo reclamano. I miei dolori mi vengono a trovare, il mio fiato è in riserva. Mi sdraio. Generalmente non dormo ma torno nel limbo del dormiveglia, dove i sogni sono i miei pensieri e non mi serve la musica per uscire dal silenzio: mi basta il mio respiro e il mio cuore che pulsa piano, circa sessanta pulsazioni al minuto. Questo gli consentono i farmaci che prendo. Viva i farmaci, mi tengono in vita.
Passata al massimo un’ora, mi alzo, rimetto in moto il mio sistema locomotore e raggiungo nuovamente il computer. Gioco un po’, mi preparo. I bambini escono da scuola. È ogni giorno un momento d’amore. Luca esce per primo, mi abbraccia e va con i suoi compagni un po’ più in là, finché esce anche Viola. Lei mi saluta da lontano, in attesa che la maestra le dia il consenso a raggiungermi. Mi viene incontro di corsa arrestandosi solo quando mi può abbracciare e mi dice:
“Ciao nonnino!”
Succede tutti i giorni di scuola ormai da più di un anno, ma io mi commuovo come se fosse la prima volta. Questa bambina e suo fratello hanno salvato il mio cuore, l’hanno allenato affinché continuasse ad amare. Il mio rapporto con loro è stato complicato come quello tra fidanzati che stanno provando a trovare la strada della comprensione, della reciprocità, a volte anche a fatica, ma che non vedono altra possibilità che lo stare insieme.
Già nei primi anni di vita di Luca il percorso è stato tortuoso. Era il bambino del no. Sempre no. Anche se obbediva, seguiva, soprattutto imparava. Io e lui litigavamo almeno una volta al giorno, ma non riuscivamo mai a separarci. Adesso ha undici anni. Io non riesco a evitare i paragoni con quando avevo io la stessa età: che stupido sono. Sembra che non mi renda conto dei sessant’anni che sono passati e di quanto il mondo sia cambiato in questo lungo periodo. Ma lui non demorde. Ogni giorno mi racconta dei suoi giochi, dei suoi progressi, dei suoi compagni. Poi chiede di usare il telefono di Stefania per giocare. Ed io mi altero. Ogni giorno. Ma, dopo la sfuriata, mi viene vicino e non si sposta fino a quando non gli ho dato un bacio. La forza del suo carattere ha ancora bisogno di tenerezza.
Viola è una scimmietta incontenibile di sette anni. Lei ha capito fin dai primi mesi di vita come fare a tenermi imbrigliato. A volte si prende gioco di me ma è attenta a tutto quello che le dico. Quando la accompagnavo alla scuola materna voleva sempre che la portassi in spalla, per essere la più alta. Se conto le ore passate con lei in braccio, mi sento ancora più vecchio. Mi piace moltissimo tenere in braccio i bambini e Viola è gratificante, ti tocca, ti accarezza, ti tira i baffi, ti racconta i suoi progressi, ti regala i suoi disegni.
È quasi un anno che non posso abbracciare e baciare i miei nipoti. Credo che sia la tortura peggiore che ho subito. Ma averli con me è un dono enorme. Ed io mi sento un dono per loro. Quindi il mio io ha ancora un’identità conosciuta.
Ero una roccia, adesso il mio corpo è debole, fragile. Ero una forza della natura, come diceva il mio primario, adesso appena abbozzo due passi veloci mi manca il fiato, ogni cinque gradini mi devo fermare. A volte faccio fatica a riconoscermi, ma poi mi rendo conto che i tempi di Ercole contro Maciste sono passati. Da giovane avevo invidiato da morire quei ragazzi un po’ esili, macilenti, ma che capivano tutto della novità informatica, di cui io continuo a non capire niente: le ragazze li ammiravano, gli stavano intorno. Io non ero proprio solo, ma a vent’anni la competizione amorosa è feroce e non avere quell’arma mi deprimeva.
Sono stato amato lo stesso, in realtà. Lo sono ancora adesso. Non è vero che non mi riconosco più: conosco uno ad uno tutti i miei dolori, i limiti sempre più evidenti fanno parte integrante di me come una volta lo faceva la mia capacità di superarli. Ma, alla fine, si tratta di limiti fisici, di un corpo invecchiato che mi sta facendo pagare il conto della poca attenzione che gli ho dedicato, quando invece lui mi sosteneva in ogni mia iniziativa, anche in quelle più insane. Io sono sempre io, pregi e difetti, molto più lento e dolorante, ma pur sempre io.
Il mio cervello elaborava nuove strategie di sopravvivenza, di capacità di suscitare ancora interesse negli altri. Percepiva forte e chiaro che avevo tutto l’interesse di chi mi voleva bene. Ero ancora in grado di spupazzare e coprire di coccole i miei nipotini, avevo una storia da raccontare di cui andavo fiero ed una da costruire di cui essere orgoglioso. Dipendeva solo da me. E poi quell’istinto che mi ha sempre sostenuto di andare comunque avanti, di sentirmi felice per quello che ero, continuando a mettere sempre un piede avanti all’altro come un maratoneta, anche quando ti sembra di non farcela più, spostando ad ogni passo l’obiettivo mezzo metro più in là. Quello ero io e in questo, nulla era cambiato.


La vita continua

Le vicende familiari ormai coprivano quasi tutto il mio interesse. Non avevo più voglia di occuparmi, ma nemmeno di interessarmi, di quel che succedeva fuori dalla mia porta di casa, fuori di me. Ho passato così alcuni mesi, un po’ per le direttive dei medici, un po’ perché dentro di me si era rotto qualcosa ben al di là del mio muscolo cardiaco. Era la sensazione di impotenza che mi arrovellava il cervello. Ogni idea che appariva nel mio orizzonte era fuori dalla mia portata. Naturalmente ben mi guardavo dal fare una intelligente analisi di fattibilità, scegliendo tra le idee quelle che. in qualche modo. potevano saziare la mia sete di esistere, di avere ancora un valore per me. Gli altri in quel momento mi interessavano poco.
Le mie mattine passavano senza far niente. I miei pomeriggi passavano senza far niente. O meglio, facevo quel poco che avevo sempre fatto per contribuire alla gestione famigliare: rassettavo i letti alla mattina, lavavo le tazze. Preparavo e risistemavo il tavolo per i pasti, pensando così di pareggiare l’immenso lavoro che faceva Stefania per tenere tutti noi e il nostro appartamento sempre ordinati e puliti. E ben nutriti, anche se la mia dieta era abbastanza ferrea, almeno in quei primi mesi.
Avrei voluto ricominciare a leggere. Negli ultimi vent’anni avevo letto pochissimi libri. La famiglia, il lavoro, i miei interessi politici mi assorbivano moltissimo tempo. Adesso però il tempo non mancava. Negli anni, con Stefania, avevamo continuato ad accrescere la nostra biblioteca familiare che adesso contava diverse centinaia di volumi di tutti i generi letterari. Ripresi in mano un volume a caso e, seduto sul terrazzo, provai a perdermi nella lettura. Non sapevo che la malattia mi aveva lasciato uno strascico sgradevole: non riuscivo più a vederci bene e la mia attenzione durava pochi minuti. Non solo, mi accorgevo che, poco dopo aver letto qualche capitolo, dimenticavo rapidamente quel che avevo letto. Pazienza. Avrei trovato qualcosa d’altro. Guardare la gente che passava, per esempio.
Conoscevo quasi tutti. Negli ultimi dieci anni prima dell’infarto ero stato il sindaco del paese. Ero onorato e vivevo una bella emozione per aver avuto la fiducia dei miei concittadini. Dedicavo all’attività amministrativa tutto il tempo possibile. Mi ero anche messo in aspettativa dal mio lavoro, per essere sempre a disposizione di chi poteva avere bisogno di me.
Casa nostra è vicina al supermercato Esselunga, costruito durante i miei due mandati amministrativi. Il passaggio di persone è costante, viene naturale scambiare due parole. Ma quando arrivava la fatidica domanda.
“Come stai? Come sta andando?”
Per me diventava un incubo. Non mi piaceva per nulla raccontare la caduta della mia salute e non potevo evitarlo perché, conoscendoci tutti, era naturale che tutti sapessero. Il senso di comunità che nel nostro quartiere avevamo costruito, tutti insieme, negli ultimi trent’anni, ci rendeva una famiglia. La mia omertà fu corrosa dall’affetto delle persone e dopo qualche settimana condividevo la mia e le altrui storie con serenità.
Ero stato tra i protagonisti della vita del nostro quartiere, la Valera, fatto di immigrati dal Veneto e dal Meridione negli anni Cinquanta. Avevo avuto un ruolo importante anche nella vita sociale e sindacale nell’ospedale dove ho lavorato per tutta la mia vita, tranne i primi tre anni, mentre finivo il liceo classico, durante i quali ho lavorato in un laboratorio di articoli sanitari in gomma.
La mia formazione sindacale e politica era avvenuta nell’ambito del mio lavoro. Ero tecnico di istologia in un importante ospedale milanese. Importante ma piccolo, quando sono stato assunto non aveva più di cento dipendenti ed una decina di suore. Si connotava per una chiara impronta politica di sinistra. Quando fui assunto avevo vent’anni. Quando sono andato in pensione ne avevo cinquantanove. Quell’ospedale è stato la mia casa, la mia famiglia e, come in una famiglia, chi era più grande di me mi ha allevato, insegnato, protetto, stimolato, mettendomi nelle condizioni di dare il meglio di me.
Adesso riesco a pensare con lucidità ai doni meravigliosi che ho ricevuto sia per modellare il mio carattere, sia per le occasioni che mi si sono presentate e nelle quali ho potuto impegnarmi.
Il carattere, purtroppo, non è dei migliori. Sono suscettibile e permaloso. Quando qualcuno mi dà una risposta sgradita, se ne accorge il mondo intero: metto il muso, faccio il risentito, perdo lucidità e non mi passa subito, no! Lo sa bene Stefania che, invece, è una che al momento ti dice tutto quel che ti deve dire, ma il momento dopo è bella e serena come sempre. Nei nostri quarant’anni di vita insieme, mi sono impegnato a migliorare e ho ottenuto dei buoni risultati: se vuoi tenere insieme una maggioranza politica per dieci anni devi ingoiare molto e sorridere di più, e questo sono riuscito a farlo. I miei dieci anni vissuti da sindaco sono stati i più belli della mia vita.
Come in ogni cosa, anche il mio carattere ad una parte brutta ne contrappone una bella. Io vivo costantemente in empatia con chi mi circonda: condivido, interiorizzo, faccio mio tutto ciò che negli altri crea gioia o sofferenza, questo è il mio dono più grande, quello che ha fatto sì che io sia stato amato in ogni cosa che ho fatto, dovunque l’abbia fatta.
Finché vivi la tua esperienza di vita, corri ogni giorno con entusiasmo per la tua famiglia, per fare bene il tuo lavoro, per dare il tuo contributo alla comunità in cui vivi: corri e basta. Non hai tempo per fermarti a meditare. Anche per questo è bello invecchiare. Quando sei in pensione, ti ritrovi ore e giorni interi a disposizione per rientrare in te stesso e vedere davvero chi sei attraverso quello che hai fatto.
Per venir fuori dall’apatia che mi stava corrompendo l’anima nei primi mesi dopo la malattia, mi sono inventato un alter ego, un altro me stesso con cui mettermi in discussione, condividermi, senza fare un torto a Stefania che non solo mi ha salvato la vita, è stata il mio faro fin dalla prima volta che ho visto i suoi meravigliosi, lunghissimi capelli color rosso Tiziano, ondeggiare sulla sua schiena, mentre saliva la scala, la prima volta che sono entrato in casa sua, immediatamente innamorato.
Ho chiamato questo amico immaginario Alter ed altri non è che la mia immagine allo specchio, quello cui non posso nemmeno mentire, perché sa già tutto.
“La famiglia è maturata, quasi non ha più bisogno di me, anzi: sono io che sto diventando un peso per lei”.
Alter non mi ha nemmeno risposto, come si fa quando ti viene detta una stupidaggine.
“Adesso che è nata Viola, non pensi che Elisa e Massimo abbiano bisogno di una mano? Forse credi che Stefania sia fatta di ferro, ma se la lasci da sola ad affrontare tutto il sostegno alla famiglia, prima o poi si rompe anche lei!” Mi disse.
La mia scimmietta, effettivamente, era nata nel 2013, la notte di Halloween. I suoi genitori avevano preparato pazientemente Luca ad accogliere la sorellina che stava arrivando ed andò tutto bene. Elisa aveva usufruito di tutto il tempo di maternità che i contratti aziendali e la legge consentono, ma stava arrivando il momento di tornare al lavoro. Avremmo dovuto, Stefania ed io, occuparci di Viola e accompagnare ed andare a riprendere Luca alla scuola materna. Alter continuò:
“Quando vuoi, sai ancora guidare, qualcosa lo puoi fare. Tu ti occupi di Luca e Stefania si occupa di Viola. Ma anche per Viola puoi renderti utile. La porti a passeggio, la tieni in braccio quando Stefi ha bisogno di avere le mani libere. Smetti di far finta di occuparti solo di te stesso e di piangerti addosso e renditi utile!”.
Quest’ultima frase mi colpì e mi offese. Adesso mi viene da ridere per come sono permaloso: riesco ad offendermi da solo. Spero che Stefania non se ne accorga, altrimenti ride per una settimana e mi prende in giro per un mese. Se lo racconta alle mie figlie posso cominciare una carriera da giullare.
Occuparmi dei bambini per i loro spostamenti o per intrattenerli durante la giornata è diventato il mio mestiere. Va tutto bene quando posso uscire, portare fuori Viola con il passeggino: non dorme mai ed è curiosissima. Diventata più grandina, la porto in fattoria. Adora dare da mangiare ai vitellini. Anche Luca, se non è s scuola, si diverte in fattoria. Gli è stata regalata una bici senza pedali e lui scorrazza su e giù dappertutto a meno che il nonno Pino, un amico che collabora ad un progetto regionale per il controllo del numero delle cornacchie, non lo coinvolga nelle sue attività: lo responsabilizza e Luca si sente grande.
Il nonno Pino è anche, incredibilmente, amico del toro Bigio, un animale bellissimo, immenso, padre di molte delle oltre cento mucche della fattoria. Pino mi insegna a “bussare” con le nocche sul muso umido di Bigio e il toro alza il labbro superiore mostrando tutti i denti, come in un sorriso superbo. Poi mettiamo nelle mani dei bambini un pezzo di pane secco ed il toro se lo prende con la sua lunga lingua viscida e se lo mangia. I bambini impazziscono e il tempo trascorre lieto.
“Quando arrivi a casa spieghi tu a Stefania come si sono sporcati i bambini!”
Sogghigna Alter, ma tant’è: io da piccolo giocavo tantissimo per terra, mi piaceva affondare i piedi nudi sulla terra arata e giocare con l’acqua delle pozzanghere e farmi le biglie con la terra bagnata. Mia madre capiva. Se ne farà una ragione anche Stefania.
Quando il tempo non permetteva di uscire, cominciavano i miei problemi: forse non sono un nonno paziente. Forse Luca, che festeggia il compleanno quattro giorni prima di me, ha un oroscopo dispettoso. Sta di fatto che, dopo mezz’ora che stiamo insieme, smettiamo di capirci e litighiamo. Va un po’ meglio con Viola, ma è evidente che il problema sono io.
“Non dire niente!”
Dico stizzito ad Alter, appena chiudo gli occhi alla sera.
“Queste situazioni mi fanno un male incredibile. Vado in ansia, mi manca il respiro. Ma lui non capisce, non gli interessa che io stia male.”
“Stai cercando delle scuse, Danilo. Non hai pazienza. Guarda Stefania come risolve tutto. Lo prende in braccio, gli fa due coccole, lo lascia calmare e tutto torna tranquillo. La verità è che a te non piace giocare con i giochi da tavolo e li rifiuti. Non fai nessuno sforzo.”
Sapevo che aveva ragione. Ed era vero che le liti con Luca, un bambino di quattro, cinque anni, mi mettevano in ansia.
“Ma ti pare che un uomo di sessantacinque anni debba litigare con un bambino? A me sembra vergognoso!”
È vero, mi vergogno, ma mi arrabbio, vado in ansia, alzo la voce. Ma lui resiste e ribatte. Resiste e ribatte. Ed io gli voglio un bene immenso.
Ogni giorno è una nuova avventura. Loro crescono. La loro manina cresce dentro la mia. La cercano sempre, ancora oggi, quando camminiamo per strada per raggiungere l’auto, quando vado a prenderli a scuola.
La vita continua ed è la mia vita ad aver bisogno di loro più di quanto loro abbiano bisogno di me. La vita continua ed ha il ritmo della crescita dei miei nipoti. Io arranco dietro a loro, sanno che non devono farmi correre e mi aspettano. E mi danno mille ragioni per alzarmi ogni mattina, salutare i miei dolori, preparare i miei farmaci e, alla sera, quando chiudo gli occhi, raccontare ad Alter i miei progressi e la tenerezza infinita di cui hanno riempito la mia giornata.


[continua]


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