Invidiavan le farfalle - Le stranezze della Grande Guerra 1914-1918

di

Bruno Longanesi


Bruno Longanesi - Invidiavan le farfalle - Le stranezze della Grande Guerra 1914-1918
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
15x21 - pp. 340 - Euro 16,00
ISBN 978-88-6587-8095

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In copertina: «Filo spinato con farfalle» © fiore26 – Fotolia.com


Prefazione

Nel suo libro, “Invidiavan le farfalle”, che presenta l’esauriente sottotitolo “Le stranezze della Grande Guerra 1914-1918”, Bruno Longanesi focalizza il suo sguardo, sempre attento ed acuto, sulle vicende relative alla Prima Guerra Mondiale, ma il processo di indagine viene condotto in modo originale, come afferma in varie occasioni, ponendosi “dietro le quinte” di quel tragico “palcoscenico” che fu il primo conflitto mondiale.
Non a caso, Bruno Longanesi sottolinea ripetutamente il concetto della “guerra vittoriosa degli umili eroi”, dei “semplici soldati” che hanno versato sangue e lacrime nelle trincee, di coloro che possono definirsi i “dimenticati”, eppure, sovente, hanno pagato con la vita.
Gli avvenimenti relativi alla Prima Guerra Mondiale vengono affrontati in “modo insolito”, come a voler accompagnare il lettore negli eventi e negli ambienti di quel periodo, fino alla terribile linea di trincea, dove la realtà del soldato era cosa ben diversa dalle enfatiche retoriche politiche e dalla comoda vita che conducevano i famosi “imboscati”.
Durante la narrazione di tali vicende l’Autore vuole cercare di non gelare il sangue al lettore né intristirlo con le solite mostruosità della guerra, ma è evidente la sua intenzione di interessarlo attivamente a quel conflitto; di far conoscere le vicende come venivano percepite dal semplice soldato; di riportare fedelmente momenti quotidiani della vita militare e della dura vita di trincea; di alleviare la tragicità di quel periodo con aneddoti che riescono a regalare un sorriso e, infine, di portare alla luce notizie ed avvenimenti praticamente sconosciuti, grazie ad un proficuo lavoro negli archivi storici.
Per questo motivo la narrazione di Bruno Longanesi non segue la fedele cronologia degli eventi politici e bellici; non elargisce lezioni accademiche o inutili disquisizioni e non intende offrire un’analisi prettamente storica, ma racconta, in modo semplice, il periodo della Prima Guerra proprio come farebbe un nonno davanti al camino mentre narra le sue storie al nipotino.
Tale evidente intenzione nasce dal fatto che l’Autore è fermamente convinto che fu una “guerra di popolo” e, quindi, merita di essere raccontata in modo semplice e popolare: è come se lui osservasse la tragedia mondiale con gli occhi dei veri protagonisti, come se accompagnasse alla scoperta di quella guerra degli “umili eroi”, degli “uomini semplici” in preda al terrore sotto il fuoco nemico e immersi nel fango delle loro trincee, e riesce a far dimenticare la retorica e le falsità dei famosi bollettini di guerra e, ancor più, dei giornali di partito che pensavano solo alla propaganda.
In primo luogo, è da elogiare la capacità narrativa di Bruno Longanesi che risulta sempre affabulante nel riferire avvenimenti quotidiani legati al conflitto che possono sembrare marginali ma non lo sono; nel riportare alla luce la vita difficile e faticosa del soldato, sovente sconosciuta, senza utilizzare in eccesso i termini tecnici e militari, infine, rinunciando all’enfasi dedicata agli eroi, alle gloriose vittorie, alle facili demagogie.
In secondo luogo, merita un plauso la scelta letteraria di Bruno Longanesi, che desidera solo raccontare la guerra combattuta dal “soldato” qualsiasi, nel suo straziante silenzio, nel dolore quotidiano, con le sue passioni, le paure e le ansie, sopportando disumane condizioni, nella rassegnazione davanti ad un evento che non comprende completamente, fino al sacrificio estremo della morte.
Nel silenzioso tormento che tutto avvolgeva, gli sconosciuti eroi morivano nell’ombra e Bruno Longanesi ricorda i luoghi dove si è svolta la guerra, ripercorre il tragitto che, nella primavera del 1915, sul convoglio ferroviario, conduceva i soldati alle prime linee e, solo allora, si rendevano conto dell’inferno in cui erano capitati.
La rievocazione diventa terribile quando rammenta le numerose privazioni materiali a cui erano sottoposti i soldati e le precarie condizioni psichiche; la solitudine patita nella trincea e la paura durante gli assalti; le ansie per la sopravvivenza e le sincere riflessioni sulla loro condizione di soldati.
Tralasciando alcune pagine dedicate alle diatribe politiche ed economiche che avevano condotto al conflitto con il pretesto del famoso ultimatum alla Serbia, dopo l’uccisione, a Sarajevo, dell’erede al trono d’Austria, il Granduca Francesco Ferdinando, nonostante l’Italia fosse rimasta neutrale per alcuni mesi, il 24 maggio del 1915, entrò in guerra a fianco della Triplice Intesa, che comprendeva Francia, Impero del Regno Unito, Impero Russo e gli Stati Uniti, che entrarono in guerra solo nel 1917.
Da sottolineare che le previsioni di una guerra lampo, che si sarebbe risolta in pochi mesi, furono completamente disattese e, alla fine, si contarono otto milioni e mezzo di morti.
Fu la prima “guerra di massa e di sterminio”, vissuta prevalentemente in trincee maleodoranti e fangose, che furono definite la “casa del soldato” (tra le più famose la Trincea Conte Rosso, Trincea Busazza, Trincea degli Ubriaconi, solo per citarne alcune) ed il territorio tra le due trincee nemiche era chiamato il “calvario”: in trincea si conviveva con la morte, si pativa il freddo e la sete, il “rancio” era sempre ottimo e abbondante; si disinfettavano le ferite con la candeggina e la tintura di iodio; i soldati erano praticamente isolati dal resto del mondo e non conoscevano il reale andamento della guerra e la paura ed il terrore dominavano giorno e notte.
Dopo la ritirata di Caporetto, nell’ottobre del 1917, che evitò esiti ben peggiori, vi fu la famosa linea difensiva sul fiume Piave, ultimo baluardo di difesa del suolo italiano, che ispirò la famosa canzone patriottica “La Leggenda del Piave”, di un tal Ermete Giovanni Gaeta, impiegato delle Poste Italiane, di Napoli.
La vittoria di Vittorio Veneto, sotto il comando del generale Armando Diaz, segnò la fine della Prima Guerra Mondiale, quando il 4 novembre del 1918, l’Impero Austro-Ungarico chiese l’armistizio.
A parte alcuni doverosi riferimenti storici che fanno comprendere quanto sia difficile parlare di verità storiche, spesso inficiate dalla retorica e da autentiche invenzioni propagandistiche, v’è da sottolineare l’importante testimonianza offerta da Bruno Longanesi, capace di ricondurre il lettore in mezzo a quegli uomini umili, a quei semplici soldati che morirono sulle alture del Carso, sulle cime delle Dolomiti e sulle sponde del fiume Piave, combattendo con valore, per l’amor patrio.
In ultimo desidero ricordare le struggenti parole che chiudono il libro di Bruno Longanesi, quando racconta che, finita la Seconda Guerra Mondiale, appena sedicenne e molto timido, uscì dal rifugio e ritrovò la ragazzina che corteggiava da qualche tempo: ora, quella ragazzina è sua moglie.

Massimo Barile


Invidiavan le farfalle - Le stranezze della Grande Guerra 1914-1918


PREMESSA

Pensate che questo libro voglia parlare della Prima Guerra Mondiale nella maniera che, più o meno, tutti conosciamo?
Sarebbe una ripetizione che non meritate!
Sì, mi sono ripromesso di trattare questo conflitto (siamo in pieno “centenario”) ma mi sono proposto di affrontare l’argomento in una maniera insolita, addirittura arriverei a dire fuori dall’ordinario!
Il tema da trattare è eccezionalmente tragico e triste, ma vorrei evitare di rendere tormentoso il mio scritto a chi si accinge a leggerlo.
Parlare di guerra senza rattristare il lettore? 
“Impossibile!” direte.
Ritenete sia davvero così? Supponete che sia un obiettivo inattuabile, irrealizzabile?
È difficile, questo sì, lo ammetto!
Ma proprio impossibile? 
Spero di no!
Comunque, io ci provo, tenendo sempre presente che: “scrivere col desiderio di essere letti è umano, scrivere con l’intenzione di piacere è diabolico!”
E io vi chiedo solo di leggermi, sperando addirittura… di strapparvi, qualche volta, un piccolo sorriso (grazie!).
Ecco, vorrei raccontare le imprese di quegli UOMINI, che non hanno compiuto imprese clamorose, non hanno santificato il loro gesto, ma si sono sottoposti a immani sacrifici e sono morti, in silenzio soffrendo, senza che nessuno si sia accorto di loro.
Non meritano che qualcuno li ricordi?
Hanno fatto una guerra modesta, ma la guerra l’hanno fatta, anche se contrassegnati da una semplice matricola.
Che, come dice la parola, sono uomini elencati progressivamente in un registro e perdono la loro identità, tramutati in numero.
Non meritano, almeno, un… modesto libro?
Se non meritano di essere rievocati, di essere citati per nome, almeno una volta tanto, parliamo di questi umili soldati, con riconoscente pensiero.
Dedichiamo a loro un Milite Ignoto… editoriale! 
E chiedo scusa per tanta presunzione!

Io vorrei parlarvi della Prima Guerra Mondiale in modo familiare, semplice, come se parlassimo fra amici di un fatto di cronaca.
Insomma a ruota libera, senza impedimenti di sorta!
Con questo non voglio mancare di rispetto ad un avvenimento di grandissima  importanza, anzi, dato che fu una guerra di popolo, vorrei rendere più popolare, alla portata di tutti, questo eccezionale evento che merita stima e deferenza e vide i nostri Soldati impegnati in uno sforzo sovrumano.
Come sperare di riuscire in questo?
Non è facile perché non hanno lasciato un biglietto da visita alla storia!
Beh! Proviamoci con qualche artificio.
Una specie di gioco, ad esempio!
Questo per non annoiarvi.
Un gioco immaginario, di fantasia, a scopo ricreativo, ma con un intento ben mirato, preciso: quello di far conoscere cose che non vengono spesso portate alla conoscenza di massa, che non sono importanti come notizie, ma che sono originali, strane, e che, ripeto, sono sicuro che non avete trovato da nessuna altra parte perché troppo sconosciute per essere degne di essere lette dal grande pubblico.
Vorrei che, insieme, io e voi lettori, facessimo un gruppo di amici che potesse interagire allo scopo di conoscere quello che pochi conoscono perché non ci è stato mai sottoposto all’attenzione!
Che ne dite di intraprendere un viaggio, chiamiamolo pure un pellegrinaggio (con il pensiero, ovviamente) e predisporci a visitare e ripercorrere i luoghi dove si sono svolti i fatti di guerra di minore importanza?
Siamo d’accordo? Sì?
Vogliamo partire per il viaggio che ci porterà nei meandri tortuosi e nei dedali intricati delle trincee della Grande Guerra?
Benissimo!
Allora saliamo su un’immaginaria tradotta dell’epoca, un po’ pigiati e dirigiamoci al nord, verso quella zona dove si è svolto il conflitto.

Ripercorriamo l’itinerario di quei giovani… centenari!
La locomotiva (sempre nera) attraversava gli Appennini sbuffando; ad ogni galleria emetteva un acuto fischio; i suoi stantuffi si muovevano veloci; la sua ciminiera emetteva un getto di fumo denso, nero, che si disperdeva lentamente nell’aria.
Erano gli elettrotreni di allora: gli unici mezzi di trasporto dei soldati che dovevano raggiungere il fronte.
Ogni tanto la locomotiva si fermava in una stazione di una certa importanza, e il fochista faceva rifornimento di carbone come combustibile e di acqua perché aveva bisogno di tanta acqua da far bollire per la trazione a vapore.
Chi era il fochista?
Una figura caratteristica (importante) d’altri tempi che merita di essere citata in questa galleria di personaggi secondari.
L’efficienza di un treno era affidata a due persone inseparabili: il macchinista (il Capo!) e il fochista.
Il primo guidava il treno (segnali, leve, fermate) o meglio, come si chiamava in gergo: la bestia (le vecchie locomotive meritavano questo accostamento), mentre il secondo doveva controllare lo sportello del focolaio ove bruciava il combustibile (tonnellate!), introducendo in continuazione palate e palate di carbone.
Il fumo, le scintille, le particelle di carbone ricoprivano tutto il viso del fochista che era sempre nero e sporco di fuliggine.
Ad ogni fermata del treno in stazione si trovava una folla in attesa. Era il “Comitato d’Onore” per festeggiare i soldati diretti al fronte.
Ne facevano parte il Sindaco, le Autorità militari e civili, i Prelati (un po’ in disparte perché si esaltava una guerra) e le Signore che avevano organizzato la manifestazione, le maestre e i bambini delle scuole elementari, con in mano piccole bandiere tricolori che sventolavano festosi.
Quelle “dame” (in bianco-nero) erano le infermiere della Croce Rossa, mentre quelle con larghi cappelloni neri erano le “Volontarie Signore Patriottiche” e avevano l’incarico di aiutare le famiglie dei combattenti in difficoltà.
Preparavano piccoli rinfreschi per i soldati che andavano orgogliosamente alla guerra.
Qualche giovane ragazza salutava allegramente e inviava baci con un gentile cenno della mano.
I militari, non abituati a queste gestualità femminili, si guardavano allibiti.
“Cà pacchia! Ca’ a nord comm song è facili costùm… com song evolut é femmene” era il malizioso commento dei giovani militari.
Non mancava la “Banda” del paese che intonava inni patriottici e cittadini che sventolavano fazzoletti e inneggiavano slogan contro l’Austria.
Fiori e bandiere, tante bandiere tricolori.
Era il saluto e l’augurio al combattente che si ripeteva ad ogni fermata.
Una atmosfera euforica, che sapeva tanto di kermesse, ma che serviva ad entusiasmare il giovane soldato in divisa, sradicato improvvisamente dai campi.
Non se l’aspettava tanta festa, tanto entusiasmo e, nella sua infantile mente, già immaginava la continuazione di quella che appariva come una allegra scampagnata.
Sì! L’avevano convinto che sarebbe stata una cosa breve.

Dopo gli Appennini il treno attraversava la pianura padana.
Un mondo nuovo: in quel maggio, fiammeggiavano nei campi grandi macchie rosse di papaveri.
Filari di pioppi e di tigli; numerose le case dei contadini con fienili rigogliosi, campi ben squadrati, messi abbondanti in attesa di essere mietute.
Un mondo nuovo per molti giovani contadini del sud.
Il treno era diretto al nord, verso le Alpi.
Nomi di stazioni sconosciute ai più.
E sempre bande con inni trionfali, fiori, saluti festosi, fazzoletti sventolanti e tante, tante bandiere!
Questi umili giovani si sentivano importanti.
Poi, ecco apparire, in lontananza, all’orizzonte, una cerchia di montagne.
Erano le Alpi! (Già: le Alpi! Ce le ricordava la maestra!).
Qualcuno sussurrava: “Dovremo fermarci là”.
I soldati si guardavano stupiti: “Là dovremo fare la guerra?”
“Boh! Vedremo!”.
Nessuno sapeva dov’erano le Alpi ma, soprattutto, nessuno sapeva cos’era la guerra!

Ricordate che avevamo formato un gruppo di amici?
La nostra improvvisata comitiva ripercorre quel tragitto (senza applausi alle stazioni).
Dite che si sta scomodi nella tradotta? Ci credo!
Lo sapete cos’è una tradotta, vero?
Non preoccupatevi, sono qui anche per questo: mi propongo di spiegarvi certi termini tecnici che si usavano un secolo fa e che erano retaggio della Guerra.
Mi propongo, diciamo così, come… anfitrione.
Voglio andare oltre (se non mi accusate di eccesso di presunzione): vorrei essere una specie di… “piccolo” Virgilio dantesco (perdonatemi: è solo perché la Prima Grande Guerra può dare un’idea dei gironi infernali, un accostamento che si presenta come modello di paragone e giustifica la mia proposta. Solo per questo!).
Mi accettate in questa veste? Sì?
Allora impostiamo il nostro programma di viaggio.
Io vi accompagno sui luoghi della Prima Guerra Mondiale, vi narrerò certi particolari che riguardano quel periodo; voi osservate per bene come si sono svolti i “fatti” e se volete qualche spiegazione, qualche chiarimento, mi ponete delle domande.
Voi mi interrogate, io spero di essere esauriente nelle risposte.

Dunque, io e voi ospiti, siamo appena saliti su una scomoda tradotta che altro non era che un convoglio ferroviario militare (spesso carri merci) molto usato nella Prima Guerra Mondiale, adibito per il trasporto di truppe e, quindi, non poteva essere confortevole.
Eppure, quando nella primavera del 1915, i nostri giovani (padri e nonni di oggi), partirono per il fronte, erano allegri e fiduciosi (anche se storditi) andavano a conquistare Trento e Trieste: era un’avventura di pochi mesi (così era stato detto!).

“Conquistare Trento e Trieste, ma da chi?”
“Dagli Austriaci, no?”
“Perché? Ma ci sono gli Austriaci a Trento e Trieste?”
“Certo!”
“Ah beh! Allora andiamo!”
Ma, in cuor suo, ognuno pensava: “Ma che ci fanno gli Austriaci a Trento e a Trieste?”
Questi giovani che venivano dalla Sicilia, dalla Calabria, dal Molise, dagli Abruzzi, ma anche da altre Regioni, poco o nulla sapevano dell’Italia e non si interessavano certamente di rivendicazioni territoriali.
Dobbiamo sforzarci di comprendere che a quell’epoca, era giovane l’“Italia unita” e che non esisteva ancora, in certe classi sociali, il concetto di Nazione e cioè quella comunità di individui che condividono la lingua, il luogo geografico, la storia, le tradizioni, la cultura, l’etnia, ed eventualmente anche il… Governo!
Il concetto di Patria non era ancora concepito e non si poteva pretendere dai cittadini un sentimento politico che si potesse identificare con il patriottismo.
I problemi politico-sociali non interessavano alla maggioranza della popolazione che aveva altre gravi preoccupazioni, di carattere economico, a cui rivolgere l’attenzione.
I motivi politici erano seguiti dalle persone istruite, che sapevano leggere e scrivere.
Le classi sociali meno abbienti non capivano e non seguivano la politica, la consideravano roba riservata a quelli che usavano certe parole difficili, incomprensibili, e a quelli che sfogliavano il giornale.
E queste persone avevano deciso che bisognava fare la guerra!
Loro, stavano ubbidendo!

Impiegarono diversi giorni per arrivare, in tradotta, in quelle piccole stazioni del Veneto, dal nome sconosciuto.
Ma (ripetiamolo perché fu un gradevole impatto) fu un viaggio piacevole: tante feste (qualche fiaschetto di vino, sigarette e tanti, tanti applausi).
Arrivarono a destinazione, proprio qui, dove scendiamo noi in questo momento dalla nostra tradotta immaginaria.
Li fecero scendere di corsa, inseguiti dalle urla dei sergenti che avevano fretta: erano attesi lassù, fra quelle rocce, quegli strapiombi, per abitare nelle loro dimore: le trincee!
Chi di loro aveva mai visto una trincea? Nessuno!
Erano lavoratori della terra, erano garzoni, erano dei piccoli artigiani che non si erano mossi dai loro piccoli paesi.
Il clima dei giorni precedenti era cambiato, improvvisamente: non più feste ma urla… comandi… fretta… imprecazioni.
Le feste erano finite!
Scesi dal treno, li misero in riga, zaino in spalla e… avanti march.
Li fecero marciare per ore e ore, inquadrati, tenendo il “passo”…
“Un… due… un… due…” (ma che novità è questa? Molti erano abituati ad un passo diverso: quello scandito dalle mucche quando erano intenti ad arare e nessuno li criticava!).
Ora non dovevano più sbagliare un passo.
Li fecero cantare inni pieni di entusiasmo (che non conoscevano) e non era facile sincronizzare il passo di marcia con le note della canzone.
Molti erano fuori passo.
Non erano abituati a marciare con quegli scarponi a quattordici chiodi, con quelle pezze ai piedi al posto dei piedi nudi, con la fasce a striscio, con le giberne che stringevano la cintola, il fucile a tracolla, quella baionetta che sbatacchiava al fianco, quello zaino che gravava sulla schiena, la gavetta, la borraccia, quel cappello a tesa che, spesso, non era della misura giusta e stava in cima alla testa o cadeva sulle ventitré.
“Lavativo!” urlavano i graduati verso chi si attardava.
“Ma’ ca’ vuole chistu sergente?” Era più o meno la domanda di tutti.
Li guidarono su quei ripidi sentieri costruiti apposta per raggiungere quelle impervie postazioni.
Videro, improvvisamente, dei lampi e subito udirono i primi scoppi e si presero paura.
Ogni tanto un bagliore, un boato e qualcuno cadeva a terra urlando di dolore, ma bisognava continuare a salire e a cantare anche se lo spavento seccava la gola.
Più si saliva più aumentavano le esplosioni e i lampi.
Giovani ventenni impauriti, improvvisamente traumatizzati, da questa nuova situazione impensata.
Giovani che, fino a pochi anni prima, si rifugiavano dalla mamma per un bagliore e un tuono a seguito di un temporale.
Ma adesso non c’era più la mamma a rassicurarli e quei temporali erano più pericolosi e frequenti.
Incontrarono dei feriti che tornavano verso le retrovie.
Erano infangati, laceri e sanguinanti per le ferite.
Urlarono verso questi poveri ragazzi: “Tornate indietro finché siete in tempo… Lassù è l’inferno!”
Ma non potevano tornare!
Dietro alla colonna in marcia, c’erano i “carabinieri” con il fucile e l’ordine di sparare a chi si fermava.
Avrebbero trascorso mesi e mesi, lassù, in mezzo ai temporali della guerra e avrebbero capito perché erano stati festeggiati!
Ritornare a valle era quasi impossibile se non feriti o… orizzontali! (come definivano coloro che morivano).
Si resero conto che in poche settimane il loro piccolo mondo era cambiato: ora si trovavano in una realtà che non riuscivano a comprendere.
Dapprima intuirono cos’era la guerra, poi, la capirono!
E come!

Dunque anche il nostro gruppo, nel suo itinerario rievocativo, è sceso dalla tradotta e si accinge a ripercorrere quei sentieri che ci porteranno lassù, in mezzo alle trincee.
Dovremo abituarci a fare un po’ di fatica e assuefarci a sopportare qualche sacrificio (leggere questo scritto, dico io!).
Per fortuna, dato che noi viaggiamo… con il pensiero, dovremmo arrivare velocemente (sani e salvi) là, fra le trincee e apparire, come fosse una sorpresa, in mezzo alle truppe schierate.

Arrivati a destinazione, sarebbe doveroso aggirarci in punta di piedi per non disturbarli, perché vogliamo immaginarli ancora impegnati, come cent’anni fa, nel duro dovere della guerra.
Non dovremo distrarli con la nostra presenza che deve essere solo una partecipazione spirituale al loro sacrificio.
Ci verrà spontaneo guardarli uno ad uno questi uomini, perché in ogni volto è scolpita l’immagine di un eroe!
Ma, come ho detto prima, se li guardiamo bene, forse, in quelle facce solcate dalla sofferenza, riusciremo a riconoscere i volti dei nostri padri o dei  nostri nonni nella loro gioventù!
Sì, perché sono loro!
Che bella questa sorpresa, insperata!
Ci è stato concesso un salto nel… passato!
E perché non godercelo questo premuroso pensiero?
Ci avvicineremo a quei giovani, in silenzio per non infastidirli, e li osserveremo con affettuosa riconoscenza.
Sì… perché, cari amici, con un minimo di creatività immaginativa, noi siamo già dentro loro, nel loro corpo, attraverso le cellule, quelle unità fondamentali della materia vivente che, mediante divisione di altre cellule provocherà la nostra futura vita.
Concediamoci questa biologica libertà!

Il nostro viaggio sarà un po’ lungo (diverse pagine!) e non sempre divertente, ma si sa: è un “pellegrinaggio” e questi itinerari spirituali non sono mai confortanti e piacevoli.
Comunque, adesso siamo arrivati sul luogo dove si sono schierati i nostri soldati in trincea.
Avete faticato (leggendo questo scritto) e adesso vi spetta una pausa riposante (come vi capisco!).
A questo punto ci fermeremo un po’ di tempo perché è di qui che incominceremo le nostre considerazioni e scopriremo le nostre… novità!
Chiedo scusa, ma in questa fase di riposo io ne approfitto per illustrare i precedenti fatti politici che hanno determinato questa situazione militare.
Ritengo sia necessario un minimo di preparazione.
Poi entreremo nel vivo della Prima Grande Guerra e (spero) ne risulti un aspetto particolarmente interessante, anche se, ripeto, tratterò argomenti e situazioni di scarsa rilevanza come contenuto storico.
Faremo qualche sosta di ristoro durante il percorso (leggi: qualche considerazione meno drammatica), ve lo prometto!
Mi sono impegnato di non rattristarvi.
Comunque, “buon viaggio” (anzi… “buona continuazione!”).


INTRODUZIONE ALLA GUERRA

Per prima cosa devo chiedervi scusa per una dizione che ho usato fino a questo momento.
Ho scritto impropriamente: Prima Guerra Mondiale.
Quando iniziò questa guerra, ovviamente, non si poteva chiamare prima in quanto non si conosceva… il futuro.
In effetti è diventata Prima (a maggior ragione) solo dopo la… Seconda Guerra Mondiale (periodo 1939-1945).
Ma, in effetti, poteva chiamarsi così anche… al momento dell’inizio perché si presentò subito come un primo evento imponente a carattere mondiale come mai in precedenza era stata un’altra guerra ed era da prevedere che in futuro… ce ne sarebbero state altre!
Permettetemi, quindi, di continuare a chiamarla Prima Guerra Mondiale.
Chiarito questo primo particolare, vogliamo provarci a curiosare insieme fra queste trincee nella quali siamo appena arrivati, e osservare i fatti che si sono verificati cent’anni fa?
Vogliamo intraprendere questo pellegrinaggio-ricordo, doveroso nei confronti dei nostri padri e dei nostri nonni, rinnovando un affettuoso pensiero verso di loro?
Se sì, vi dico subito che sarà un percorso ricco di ricordi, ma non sempre piacevoli, allegri e di facile lettura.
Non vi pongo condizionamenti (di sorta televisiva o cinematografica) come: È sconsigliata la visione (lettura) ai minori di 18 anni oppure: È consigliabile la vicinanza dei genitori.
Le loro gesta non hanno bisogno di censura: sono limpide e cristalline.
Hanno degli aspetti tragici e, spesso, momenti di vera disperazione.
Ma sono tutte visionabili e leggibili a qualsiasi età.
Ho già detto e ve lo ripeto: cercherò di attenuare questo alone di tristezza e il crudo realismo dell’argomento, con qualche faceto e bizzarro intermezzo, ma non sarà facile farvi sorridere.
Lasciatemi l’illusione che ci possa riuscire!
Sono però certo di una cosa: che troverete interessante, o per lo meno originale, molto di quanto leggerete.
Allora… siamo d’accordo… vogliamo partire?
Rinnovo il mio augurio di buona lettura (è sincero!)


QUESTA GUERRA, CHE COMPIE CENT’ANNI, QUANDO “INIZIò” E QUANDO “FINì”?

Al momento di iniziare a scrivere queste note, mi ero ripromesso di sottoporvi pochissime date ma, dovete perdonarmi: devo citarne qualcuna.
Solo quelle indispensabili: almeno l’inizio e la fine dei conflitti.
Parlo al plurale perché, in effetti, nel Conflitto intercontinentale si è inserito il conflitto italiano.

La Prima Guerra Mondiale ha avuto, infatti, questo sviluppo: – La Guerra intercontinentale (interessò tutti i Continenti), iniziò il 28 luglio 1914 e terminò l’11 novembre 1918. – La Guerra italiana iniziò il 24 maggio 1915 e terminò il 4 novembre 1918.

Di conseguenza: la “Guerra intercontinentale è durata 1568 giorni (circa 52 mesi)
Per quanto riguarda l’Italia i “giorni di guerra” sono stati 1261 (circa 42 mesi).

In altre parole, noi Italiani iniziammo il conflitto quando la guerra era già in corso d’opera da diversi mesi in quasi tutti i Continenti e la finimmo una settimana prima degli Alleati.
Sono stati lunghi, lunghissimi, quei 1261 giorni per i nostro padri e i nostri nonni (mi soffermo su questa precisazione perché, non dimentichiamocelo, è di loro che parliamo!)
E in loro voglio anche glorificare quella figura del “SANTO MALEDETTO – come chiamerà lo scrittore-soldato Curzio Malaparte l’umile e ignoto Soldato – CHE SOFFRÌ LA GUERRA MALEDETTA”.

Perché tratto questo argomento?

Non certo per militarismo, non per la Guerra in sé, ma per chi la dovette subire perché, come dice il poeta francese Roland Dargeles: “ODIO LA GUERRA, MA AMO COLORO CHE SONO COSTRETTI A FARLA!”
Tratto questo argomento per l’ammirazione di quei 5.600.000 Soldati italiani che furono impegnati in questo sforzo immane e per il rispetto dei 654.000 che non tornarono alle loro famiglie.
E, non ultimo, anche per un deferente omaggio a quell’Italietta (come era definita allora l’Italia all’estero) per avere superato una prova così impegnativa anche sotto l’aspetto organizzativo.
Un esempio per tutti a dimostrazione della sua efficienza: riuscì a predisporre, con ordine e in breve termine, lo schieramento del suo Esercito alla frontiera austriaca, con 7.000 convogli ferroviari.
Uno sforzo ammirevole per quei tempi!
Quei treni in massima parte erano… tradotte militari (sappiamo già cosa sono: noi della comitiva, siamo già abbastanza pratici di… guerra).

Procedendo nello scrivere, mi rendo sempre più conto che trattare un argomento come questo non è distensivo ed è poco… rilassante.
Se fin dall’inizio si parla di… morti c’è poco da stare allegri!
Come posso fare allora per non angosciarvi di più (ammesso che siate arrivati, con la lettura, fino a questo punto)?
E, purtroppo, questo argomento, dovrò trattarlo ancora nel proseguimento della nostra escursione nella Prima Guerra Mondiale.
È evidente che chi scrive desidera essere letto, ma per essere letti bisogna anche rilassare il lettore.
È un compito relativamente facile se si tratta di argomenti piacevoli, divertenti, stuzzicanti la curiosità del lettore.
Ma con la guerra?
Non è un compito facile, credetemi!
Per invogliarvi a… continuare a leggermi vi riprometto che cercherò di intercalare, il più possibile, questa chiacchierata con qualche bizzarria e amenità, riguardante il “tema” specifico.
Se troverete qualche faceta considerazione in queste righe non consideratela, quindi, irriguardosa nei confronti delle persone protagoniste dei tragici eventi, ma consideratela un tentativo per alleggerire la serietà dell’argomento e renderlo più accettabile e… digeribile, senza togliere sacralità alle argomentazioni.
Lo faccio per voi, perché continuiate a leggere!
I nostri… avi sorrideranno anche loro di questo mio tentativo.


L’INIZIO DELLE OSTILITÀ

Abbiamo appena accennato al contesto economico-sociale dell’epoca.
Cerchiamo di dare una cornice al nostro coinvolgimento nel passato, inquadrandolo anche nel giusto contesto storico-giuridico dell’epoca.
È molto importante perché oggi quando si parla di guerra, la nostra mente e la nostra logica, sono influenzate dai comportamenti instaurati dai recenti sviluppi politici-militari fra le Nazioni.
Le COSTITUZIONI degli Stati hanno dei preamboli altisonanti che sanciscono il ripudio alla guerra; abbiamo roboanti Organizzazioni Mondiali che, con ridicole delibere hanno la pretese di preservare la Pace perenne sul nostro Pianeta (salvo dimostrarsi completamente incapaci di imporla nei momenti opportuni); abbiamo Organismi di Sicurezza che, ci assicurano, sono capaci di bloccare qualsiasi iniziativa offensiva.
Nonostante tutto questo apparato diplomatico-politico abbiamo in corso tante “guerre dimenticate”.
Stabilire un confine tra guerre vere e proprie, rivolte, terrorismo, attacco o difese, non è facile, ma un dato è certo: in oltre trenta Paesi del Mondo si combatte e si muore anche se non sono guerre comparabili con quelle definite ”mondiali”.
Tutto questo, nonostante le “faraoniche” Organizzazioni che abbiamo posto come le… Sentinelle di Pace.

In epoche precedenti, non esisteva nel diritto internazionale classico una norma che stabilisse l’illiceità della guerra.
Al contrario, esistevano norme che riconoscevano alla volontà del Sovrano il potere di condurre legittimamente una guerra.
Nessuna rilevanza giuridica avevano le cause, i motivi o gli scopi della guerra stessa.
Il volere del Sovrano giustificava l’uso delle armi!
Man mano (ci volle tempo) si arrivò ad un accordo che prevedeva una regolamentazione per iniziare una guerra.
Fino alla Prima Guerra Mondiale, la prassi del Diritto Internazionale prevedeva che l’inizio delle Guerre fosse preceduto da una formale dichiarazione: la cosiddetta Dichiarazione di guerra.
Si parla di prassi, cioè una procedura di abituale consuetudine, non regolamentata da una Legge.
La consuetudine si fa risalire al periodo Rinascimentale.
Questa specie di convenzione, col tempo, raffinò la sua prassi.
Si era arrivati al punto che una dichiarazione di guerra doveva avere i suoi connotati specifici, i suoi cerimoniali, i suoi riti, le sue consuetudini.
Ma, soprattutto, si stabilì che, per dichiarare una guerra, ci voleva (pensate un po’!) un… motivo!
Questa affermazione sembra ovvia, ma in passato per fare una guerra non era indispensabile avere una giustificazione valida: bastavano i “quattrini”, forze sufficienti e la prepotenza: moventi validissimi!
In un passato più vicino ai nostri giorni, non sempre questi pretesti furono ritenuti leciti per giustificare un conflitto.
Si cominciarono a pretendere motivazioni più serie e gravi per legittimare un conflitto armato.
Nel secolo scorso, in una Europa litigiosa nonostante l’apparente benessere, pretesti (latenti) per dichiararsi guerra fra i vari Stati i motivi non mancavano.
Erano pretesti politici, etnici, economici, egemonici, ma tutti questi pretesti, evidentemente… non erano confessabili!
Si cercava una motivazione, apparentemente valida, che mascherasse (giuridicamente) i veri motivi!
E, nel caso della Prima Guerra Mondiale, si trovò così un pretesto per creare quell’incidente che avrebbe reso giustificabile l’uso delle armi per… lavare l’onta oppure vendicare l’ignominia.
Mi esprimo in questa pomposa maniera perché queste erano le spettacolari formule usate all’epoca (solo un secolo fa, non millenni…) nel cerimoniale diplomatico per giustificare l’imminente conflitto.
Se fosse consentito analizzare questi fatti tragici trattandoli in maniera più spigliata, mi verrebbe la tentazione di paragonare, le guerre precedenti, ai famosi duelli d’onore individuali, che erano frequenti nell’Ottocento, epoca del romanticismo esasperato.
Infatti, nei preliminari dei precedenti fatti d’arme, i contendenti rispettavano certe regole fisse prestabilite, certi rituali consolidati nel tempo, per poi risolvere la diatriba che aveva provocato la guerra in un paio di battaglie più o meno cruente.
Dopo… amici come prima!
Non si discostavano molto dai cerimoniali esteriori, dalla rappresentazione scenica di un duello fra due che si erano offesi, ma si frequentavano e avrebbero continuato a frequentarsi.
Il fatto che le guerre, fino ad allora, si risolvessero in breve tempo e che, comunque fosse l’esito, i contendenti continuassero a frequentarsi era giustificato dai legami di parentela che, spesso, coinvolgevano i potenti del passato, fin dai tempi più remoti.
Se affondiamo il pensiero nella leggenda, troviamo un Caino e Abele, un Romolo e Remo, fratelli in dubbio rapporto di amicizia.
Ma facciamo nostro il pensiero del filosofo-storico Giambattista Vico che ci ha proposto il concetto di corsi e ricorsi storici e accettiamo come valida questa teoria della ripetizione degli eventi nella storia.
Fin dall’inizio della nostra collettiva escursione nella Prima Guerra Mondiale, ho il dovere di informarvi che, tra i principali promotori dello scontro, troviamo… chi?
Dei parenti!
Infatti, il quadro storico dei preamboli al conflitto della Prima Guerra Mondiale, ci propone delle parentele tra tre dei quattro Imperi più importanti d’Europa.
Nei vastissimi Imperi regnavano, infatti, 3 cugini:
Giorgio V – Re d’Inghilterra;
Guglielmo II – Kaiser di Germania;
Nicola II – Zar di Russia.
Erano tutti nipoti della Regina Vittoria d’Inghilterra e, quindi, cugini fra loro.
Vittorio Emanuele II, Re d’Italia, era due volte secondo cugino di Francesco Giuseppe, Imperatore dell’Impero Austro-Ungarico.
Questo non impedì la guerra fra i due Stati nella Prima Guerra Mondiale.
Le parentele potevano essere un motivo per mantenere la pace in Europa.
E invece no!
Fra loro c’era, come si suol dire, della… ruggine!
E si sa, col tempo, la ruggine… corrode.
Come prima cosa non ci tenevano troppo a far sapere le loro progenie tanto che, all’inizio della Prima Guerra Mondiale, la famiglia reale inglese, di origini tedesche, cambiò il proprio nome da Saxe-Coburg-Gotha in “Windsor” (l’attuale) per non avere problemi con il popolo inglese che odiava i tedeschi.
Dispettucci i tre cugini se ne sono sempre fatti.
Trascuriamo quelli, a inizio secolo XX, dei “porti” in territorio cinese che hanno più la caratteristica delle ripicche dei bambini d’asilo che si divertono a fare sciocche sgarberie.
Fu più clamorosa quella scortesia avvenuta durante la ”Guerra dei Boeri”, quando Guglielmo II si congratulò con il Presidente del Transvaal, Paul Kruger, per la brillante vittoria contro gli Inglesi.
La trovata non piacque a Giorgio V, che protestò per la maligna interferenza di un Monarca che, fra l’altro, era nipote della… loro Regina.
Si vuol fare risalire da quell’episodio la discordia che si trascinò fino alla Guerra Mondiale.
A sua volta, il Kaiser di Germania, Guglielmo II, si lamentò con la nonna (la Regina Vittoria) perché suo cugino Giorgio V, Re d’Inghilterra, (anche lui nipote di… nonna Vittoria) stava preparando la guerra e si prese, per tutta risposta, un rimprovero solenne dalla… mamma della mamma!
Un intreccio di parentele da far confondere le idee!
E tanti scontrosi dispetti.
Comunque, beghe di famiglie “coronate” a non finire!
Beghe, però, che, col tempo, portarono a… litigi clamorosi e che interessarono direttamente anche il… vicinato, e come!
E c’è da chiedersi: quanti vicini di casa bisogna uccidere per vivere rapporti di buon vicinato?
Beh! Sorvoliamo, non voglio fare la… portinaia!

I tre cugini ebbero una ingegnosa trovata: decisero di… venire alle mani!
Bell’idea!
I tre Imperi, avevano fatto, anche prima, tante piccole guerricciole fra loro (per accaparrarsi colonie!), una più o una meno!
Ma erano… scaramucce, piccoli scontri (quelle liti che avevamo accennato prima).
No! Stavolta si doveva fare qualcosa di più eclatante, di più… vistoso!
Dovevano mettersi in… vetrina!
Si voleva, come si dice oggi, la leadership in Europa, occupare il posto più prestigioso nel Continente.
E per fare questo bisognava dimostrare la propria potenza con un fatto clamoroso: la guerra!
Però, come si è già detto, si doveva trovare un pretesto (valido o ritenuto tale) perché tutti volevano la guerra, ma nessuno poteva confessarlo apertamente.
Si trovò la formula dell’…“ultimatum” alla Serbia!

Non voglio fare lo storico (di solito pedante e saputello) ricordandovi la fasi di questo ultimatum, tutti le conoscete.
Morale: i Tre parenti furono accontentati e ci fu la Guerra!
Non consideratemi cinico se sbrigo questo tragico evento così rapidamente, ma, sostanzialmente, così avvenne!
Si valutarono tutte le conseguenze?
Mah! A voi storici accapigliarvi…
Secondo me non presero in seria considerazione le conseguenze e le tragiche implicazioni di un evento di tale portata.
In fondo, Napoleone si era fatto un… nome con le sue guerre, non per i suoi accettabili codici e le sue riforme!

E in Italia?
In Italia non c’erano motivi di supremazia, ma c’erano delle… aspettative.
Il Governo italiano fece da spettatore ai Paesi in guerra per parecchi mesi, ma la nostra neutralità sembrava non soddisfacente ai nostri interessi di Nazione ancora giovane, ma aperta all’avvenire (era lo slogan di allora!).
Si consolidava il concetto che la nostra unità italica non fosse ancora stata completata: mancavano alcune provincie italiane ancora in mano a potenze straniere.
L’intervento armato si chiedeva nei comizi, nelle piazze, nei salotti bene, nei Parlamenti e per le strade.
Nell’opinione pubblica, si erano formati due schieramenti, nettamente opposti: gli interventisti e i pacifisti.
Gli Interventisti italiani giustificavano il fatto che una guerra vittoriosa avrebbe completato il sogno di una quarta guerra d’indipendenza e con la conquista di Trento e Trieste si sarebbe coronato l’ideale di una Italia unita.
E, poi, nell’opinione pubblica era invalsa la convinzione che sarebbe stata una Guerra lampo…
Tutti ne erano convinti.
Secondo me ha ragione Niels Bohr, quando dice: “Le previsioni sono estremamente difficili, specialmente quelle… sul futuro!”.
Aforisma, indubbiamente arguto, ma efficace nella sua concretezza.

Infatti, mai previsione fu più sbagliata!
Fu, invece, lunga e tremendamente dolorosa,
E il nostro Soldato, umile eroe, seppe soffrire oltre ogni limite, tanto da meritarsi il nome di “Forzato della guerra” o “Galeotto delle trincee” (con rispettosa considerazione!).
Fu sacrificato più del necessario?
Sicuramente sì!
Io ritengo che la sua vita meritasse un po’ più di rispetto.
Non mi esalta la cinica frase del Generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nella prima fase della Guerra Mondiale:
“Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini!” (E non esitò a… sparare le sue munizioni con ripetuti e sanguinosi assalti!)
E a quest’ordine dall’alto, facevano riscontro altre frasi vanagloriose dei Generali subalterni.
A un Colonnello che faceva presente l’impossibilità di superare i reticolati nemici senza l’aiuto dell’artiglieria, il suo Generale di Divisione gli ordinava: “Superateli facendo materassi di cadaveri!”
Belle frasi, ad effetto, indubbiamente!
Ma che dimostrano il disprezzo e l’insensibilità per ogni valore o sentimento della vita umana.
Si potrebbe rispondere (come è stato scritto) che “i Generali si fregiano con cimiteri di croci sul petto, tutte rosse, rosse di sangue!”.
Ma a cosa servono le diatribe, oggi?
Le polemiche, a questo punto, sono inutili e offensive.
La frasi sono, sicuramente, esagerate dalla demagogia ma, forse, si potevano evitare certe inutili carneficine.
La parziale giustificazione è che tutti gli Eserciti impegnati nella Guerra, si comportarono così.
Già! È il caso di dire: “Mal comune, mezzo gaudio?”
Secondo me, una frase blasfema, che fa a pugni con la logica!
A chi faceva presente che ogni Nazione rispondeva all’altra secondo la logica dell’“occhio per occhio” risponderei con la parole di Gandhi: “Sì… Occhio per occhio… ma il mondo diventò cieco!”

Ma atteniamoci ai fatti.
Facciamo il punto della situazione.
Abbiamo esposto diverse considerazioni di ordine generale, più o meno condivisibili perché è materia molto delicata e per poter dare un giudizio con una certa ponderatezza bisognerebbe prendere in considerazione tanti fattori che hanno influenzato le decisioni (non sempre sono a conoscenza di tutti).
Sentenziando in queste delicate questioni si può peccare facilmente di ignoranza e di faciloneria.
Il limite del consentito sono le opinioni personali, anche queste molto opinabili.
Ritorniamo al nostro… viaggio.
Noi, col nostro pellegrinaggio, siamo arrivati vicino ai combattenti e, intanto che prendiamo visione della situazione, continuiamo con le nostre considerazioni.

E aspetto le vostre domande.
Vedo già che si alza una mano per prenotare la prima interrogazione.

[continua]


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